da "La reazione di Wassermann - saggi e materiali sull'arte", Marsilio Editori 1970
5. Che cos'è un miracolo? E' questo, che una volta c'è stata al mondo una fanciulla di nome Mary Stuart; e una volta - era Ottobre - vicino a una piccola finestra, oltre la quale ululavano i puritani, ha scritto una poesia in francese, che terminava con queste parole:
Car mon pis et mon mieux
Sont les plus déserts lieux.
In secondo luogo un miracolo è questo: che una volta, in gioventù, vicino a una finestra oltre la quale gozzovigliava l'indiavolato Ottobre, il poeta inglese Charles Algernon Swinburne portò a termine lo Chastelard, in cui il lamento sommesso delle cinque strofe di Mary veniva reso dal rombo di cinque atti tragici.
In terzo luogo, e infine, un miracolo è questo: che una volta, cinque anni fa, un traduttore ha guardato alla finestra, e non sapeva di che stupirsi maggiormente.
Se del fatto che la tempesta di Elabuga conoscesse lo scozzese, e che come in quel giorno lontano tutto fosse in apprensione per la fanciulla diciassettenne; oppure del fatto che la fanciulla e il suo appassionato, il poeta inglese, gli abbiano saputo raccontre così bene, e in russo, ciò che continua a sconvolgerli entrambi, come in passato, e non cessa di incalzarli.
Che cosa significa? si domanda il traduttore. Che cosa avviene laggiù? Perché oggi vi è tanta calma (e insieme, lo si vede, tempesta)? Siccome noi siamo tutti protesi verso là, sembrerebbe che laggiù dovessimo versare il sangue. E invece, là, sorridono.
Ecco cos'è un miracolo. Il miracolo sta nell'unità e identicità della vita di questi tre piani, e di una quantità di altre cose (di testimoni, di persone che hanno assistito a queste tre epoche, di volti, di biografie, di lettori), nel reale Ottobre, non so più di che anno, che romba, diviene cieco e roco, là, oltre la finestra, sotto la montagna... nell'arte.
Ecco che cos'è.
6. Gli equivoci esistono. Ma bisogna evitarli. la noia tiene banco, qui. Si dice: lo scrittore, il poeta...
L'estetica non esiste. Mi sembra che l'estetica non esiste in punizione del fatto che essa mente, scusa, incoraggia, accondiscende. Che, senza sapere nulla dell'uomo, intreccia i pettegolezzi sulle specializzazioni. Ritrattista, paesaggista, generista, naturmortista? Simbolista, futurista, acmeista? Che gergo micidiale!
E' chiaro, si tratta di una scienza che classifica le sfere aeree secondo questo principio, dove e come vi debba disporre le falle che impediscono loro di librarsi in aria.
Inseparabili l'una dall'altra, poesia e prosa sono come due poli. In virtù di un senso innato dell'udito, la poesia cerca la melodia della natura tra il rumore del vocabolario, e tiratala fuori, un po' come si scelgono i motivi, si abbandona poi all'improvvisazione su quel tema. A fiuto, di proprio impulso, la prosa cerca e trova l'uomo nella categoria della conversazione, e se il presente ne è privo, allora lo cerca nella memoria, lo espone, e poi, per il bene della comunità, fa finta di averlo trovato nell'oggi. Questi due principi non esistono separatamente.
Fantasticando, la poesia si imbatte nella natura. Il mondo vivo, reale, è un concetto dell'immaginazione unico: riuscito una volta continua ad avere successo. Ecco, dura ancora, riesce a ogni istante. E' ancora reale, profondo, sempre appassionato nello stesso modo. Non ne rimarrai deluso la mattina dopo. Serve al poeta da esempio ancor più che da natura e da modello.
7. E' pazzia affidarsi al buon senso. E' pazzia dubitarne. E' pazzia guardare innanzi. E' pazzia vivere senza guardare. Ma provvedersi di quando in quando di occhi, e al rapido cescere della temperatura sanguigna ascoltare come, colpo dietro colpo, svegliando nel suo ricordo le convulsioni della folgore sui soffitti polverosi e sui gessi, cominci ad estendersi e a brontolare nella coscienza l'affresco riflesso di una tempesta primaverile, questa è proprio, proprio in ogni caso, la più pura delle pazzie!
Tendere naturalmente alla purezza.
Così noi ci muoviamo verso la pura essenza della poesia. Essa è inquieta, come il sinistro roteare d'una decina di mulini sull'orizzonte di un campo spoglio, in un'annata tetra, affamata.
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giovedì 28 aprile 2011
Alcune posizioni, Boris Pasternak (I)
da "La reazione di Wassermann - saggi e materiali sull'arte", Marsilio Editori 1970
1. Se mi capita di parlare dell'arcano, o di pittura, o di teatro, riesco a parlare con quella tranquilla noncuranza con cui uno spirito libero può ragionare di tutto. Ma se il discorso investe la letteratura, vengo assalito dal pensiero del libro e perdo la capacità di ragionare. Mi si deve scuotere a gomitate, mi si deve tirar fuori a forza, come da un deliquio, da quella situazione di fantasticheria fisica sul libro: e solo allora, molto controvoglia, vincendo quasi un leggero disgusto, prendo parte alla conversazione altrui sopra un qualunque tema letterario. Ma non sul libro, su qualcos'altro: sul varietà, poniamo, o sui poeti, sulle tendenze, sulla creatività, e così via. Se dovessi dar retta alla mia inclinazione, senza costrizioni di sorta, non passerei mai, per nessun motivo, dalla sfera dei miei problemi a quella della problematica dilettantesca.
2. Le correnti contemporanee hanno immaginato l'arte come una fontana, mentre essa è una spugna. Hanno deciso che l'arte deve zampillare, mentre essa deve succhiare e lasciarsi impregnare. Hanno ritenuto che l'arte si possa scomporre in metodi di rappresentazione, mentre essa è formata dagli organi di percezione. Deve essere sempre tra gli spettatori, e guardare ogni cosa in maniera sempre più pura, sempre più recettiva, sempre più fedele; ma ai nostri giorni l'arte ha conosciuto la cipria, il camerino, e si esibisce sul palcoscenico del varietà: come se al mondo ci fossero due specie di arte, e una di esse potesse permettersi il lusso (visto che c'è l'altra di riserva) di autotravisarsi, che è poi un suicidio. Essa si esibisce: invece dovrebbe affondare nel loggione, nell'anonimità, quasi senza sapere che ha la coda di paglia, e che anche se lasciata in un angolo, essa viene incendiata dalla trasparenza luminosa e dalla fosforescenza, come da una malattia.
3. Il libro è un frammento cubico di coscienza ardente, ansimante: niente di più.
Il pigolìo è la preoccupazione della Natura di conservare la specie dei pennuti, il suo trillo primaverile nelle orecchie. Il libro è un gallo cedrone al richiamo dell'aia. Non ascolta niente e nessuno; è assordato da se stesso, ascolta solo se stesso. Senza di lui la stirpe dello spirito non avrebbe discendenza. Si interromperebbe. I libri non c'erano presso le scimmmie.
E' stato scritto. E' cresciuto, si è fatto intelligente, ha visto le cose: ed eccolo adulto. Non è colpa sua se gli altri vi guardano attraverso. Questa è la struttura dell'universo spirituale. Ma di recente hanno pensato che le scene, nel libro, sono delle messe in scena. E' un errore: a che gli servirebbero? Hanno dimenticato che l'unica cosa in nostro potere è di saper non travisare la voce della Vita che risuona in noi.
Non essere capaci di trovare e dire la verità, è una colpa che non può essere mascherata da nessuna abilità a dire la non-verità. Il libro è un'essenza viva. Sta nella memoria e nella pienezza della riflessione: i quadri e le scene sono quanto esso ha saputo recuperare dal passato, ha ricordato, e non è disposto a dimenticare.
4. La vita non si è mossa adesso. L'arte non ha mai avuto inizio. E' sempre stata disponibile, fino al momento in cui non viene fermata.
E' infinita. E adesso, in questo preciso istante, dietro a me e in me, è tale che mi inonda della sua fresca e irruente universalità ed eternità, come uscendo da una sala di riunioni che si spalanca all'improvviso. E' come un repentino appello al giuramento.
Nessun libro vero ha una prima pagina. Come il rumore del bosco, il libro è concepito Dio sa dove, e rotola, risvegliando gli anfratti della riserva, e d'improvviso, nell'istante più oscuro, l'istante dello stupore e del panico, comincia a parlare per tutte le alte cime dei monti: all'improvviso, rotolando.
1. Se mi capita di parlare dell'arcano, o di pittura, o di teatro, riesco a parlare con quella tranquilla noncuranza con cui uno spirito libero può ragionare di tutto. Ma se il discorso investe la letteratura, vengo assalito dal pensiero del libro e perdo la capacità di ragionare. Mi si deve scuotere a gomitate, mi si deve tirar fuori a forza, come da un deliquio, da quella situazione di fantasticheria fisica sul libro: e solo allora, molto controvoglia, vincendo quasi un leggero disgusto, prendo parte alla conversazione altrui sopra un qualunque tema letterario. Ma non sul libro, su qualcos'altro: sul varietà, poniamo, o sui poeti, sulle tendenze, sulla creatività, e così via. Se dovessi dar retta alla mia inclinazione, senza costrizioni di sorta, non passerei mai, per nessun motivo, dalla sfera dei miei problemi a quella della problematica dilettantesca.
2. Le correnti contemporanee hanno immaginato l'arte come una fontana, mentre essa è una spugna. Hanno deciso che l'arte deve zampillare, mentre essa deve succhiare e lasciarsi impregnare. Hanno ritenuto che l'arte si possa scomporre in metodi di rappresentazione, mentre essa è formata dagli organi di percezione. Deve essere sempre tra gli spettatori, e guardare ogni cosa in maniera sempre più pura, sempre più recettiva, sempre più fedele; ma ai nostri giorni l'arte ha conosciuto la cipria, il camerino, e si esibisce sul palcoscenico del varietà: come se al mondo ci fossero due specie di arte, e una di esse potesse permettersi il lusso (visto che c'è l'altra di riserva) di autotravisarsi, che è poi un suicidio. Essa si esibisce: invece dovrebbe affondare nel loggione, nell'anonimità, quasi senza sapere che ha la coda di paglia, e che anche se lasciata in un angolo, essa viene incendiata dalla trasparenza luminosa e dalla fosforescenza, come da una malattia.
3. Il libro è un frammento cubico di coscienza ardente, ansimante: niente di più.
Il pigolìo è la preoccupazione della Natura di conservare la specie dei pennuti, il suo trillo primaverile nelle orecchie. Il libro è un gallo cedrone al richiamo dell'aia. Non ascolta niente e nessuno; è assordato da se stesso, ascolta solo se stesso. Senza di lui la stirpe dello spirito non avrebbe discendenza. Si interromperebbe. I libri non c'erano presso le scimmmie.
E' stato scritto. E' cresciuto, si è fatto intelligente, ha visto le cose: ed eccolo adulto. Non è colpa sua se gli altri vi guardano attraverso. Questa è la struttura dell'universo spirituale. Ma di recente hanno pensato che le scene, nel libro, sono delle messe in scena. E' un errore: a che gli servirebbero? Hanno dimenticato che l'unica cosa in nostro potere è di saper non travisare la voce della Vita che risuona in noi.
Non essere capaci di trovare e dire la verità, è una colpa che non può essere mascherata da nessuna abilità a dire la non-verità. Il libro è un'essenza viva. Sta nella memoria e nella pienezza della riflessione: i quadri e le scene sono quanto esso ha saputo recuperare dal passato, ha ricordato, e non è disposto a dimenticare.
4. La vita non si è mossa adesso. L'arte non ha mai avuto inizio. E' sempre stata disponibile, fino al momento in cui non viene fermata.
E' infinita. E adesso, in questo preciso istante, dietro a me e in me, è tale che mi inonda della sua fresca e irruente universalità ed eternità, come uscendo da una sala di riunioni che si spalanca all'improvviso. E' come un repentino appello al giuramento.
Nessun libro vero ha una prima pagina. Come il rumore del bosco, il libro è concepito Dio sa dove, e rotola, risvegliando gli anfratti della riserva, e d'improvviso, nell'istante più oscuro, l'istante dello stupore e del panico, comincia a parlare per tutte le alte cime dei monti: all'improvviso, rotolando.
giovedì 7 aprile 2011
Il ponte, Franz Kafka
Ero rigido e freddo, ero un ponte, ero disteso sopra un abisso. Di qua stavano le punte dei piedi, di là avevo conficcate le mani, mi aggrappavo nell'argilla sgretolabile. Le falde della mia giacca sventolavano ai miei lati. Nella profondità rumoreggiava il gelido ruscello dell trote. Nessun turista si smarriva fino a quell'altezza impervia, il ponte non era ancora segnato sulle carte. - Stavo così disteso e aspettavo; dovevo aspettare. Senza crollare, nessun ponte, una volta costruito, può cessare di essere ponte.
Una volta, era verso sera, era la prima, era la millesima, non lo so, - i pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo, verso sera, nell'estate, il ruscello mormorava più cupamente, allora udii un passo d'uomo! A me, a me! - Stenditi, ponte, mettiti in posizione, travata senza ringhiera, sorreggi colui che è affidato a te. Bilancia impercettibilmente l'insicurezza del suo passo, ma se egli barcolla, fatti conoscere, e, come un dio della montagna, scaraventalo a terra.
Quello venne, mi percosse con la punta di ferro del suo bastone, poi alzò con essa le falde della mia giacca, e le sistemò su di me. Passò la punta nei miei capelli cespugliosi, la lasciò stare dentro a lungo, forse guardandosi intorno crudelmente. Ma poi - appunto lo seguivo nel sogno per mari e monti - mi saltò in mezzo al corpo a piedi pari. Io tremai nel violento dolore, del tutto ignaro. Chi era? Un fanciullo? Un sogno? Un bandito di strada? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi girai per guardarlo. - Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già crollavo, crollavo e già ero lacerato e trafitto dai ciottoli aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacificamente dall'acqua impetuosa.
Una volta, era verso sera, era la prima, era la millesima, non lo so, - i pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo, verso sera, nell'estate, il ruscello mormorava più cupamente, allora udii un passo d'uomo! A me, a me! - Stenditi, ponte, mettiti in posizione, travata senza ringhiera, sorreggi colui che è affidato a te. Bilancia impercettibilmente l'insicurezza del suo passo, ma se egli barcolla, fatti conoscere, e, come un dio della montagna, scaraventalo a terra.
Quello venne, mi percosse con la punta di ferro del suo bastone, poi alzò con essa le falde della mia giacca, e le sistemò su di me. Passò la punta nei miei capelli cespugliosi, la lasciò stare dentro a lungo, forse guardandosi intorno crudelmente. Ma poi - appunto lo seguivo nel sogno per mari e monti - mi saltò in mezzo al corpo a piedi pari. Io tremai nel violento dolore, del tutto ignaro. Chi era? Un fanciullo? Un sogno? Un bandito di strada? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi girai per guardarlo. - Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già crollavo, crollavo e già ero lacerato e trafitto dai ciottoli aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacificamente dall'acqua impetuosa.
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domenica 3 aprile 2011
Una stanza tutta per sè, Virginia Woolf (II)
C'è in noi un istinto profondo, benché irrazionale, a favore della teoria secondo la quale l'unione dell'uomo e della donna crea la massima soddisfazione, la più completa felicità. Ma la vista di quelle due persone che salivano sul taxi e la soddisfazione che questo mi dava mi inducevano anche a chiedermi se nella mente esistano due sessi che corrispondono ai due sessi nel corpo, e se anche questi devono unirsi per giungere alla completa soddisfazione e felicità? E da dilettante mi provai a disegnare una mappa dell'anima secondo la quale in ciascuno di noi dominano due forze, una maschile e una femminile; e nel cervello dell'uomo l'uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull'uomo. La condizione più normale e più appagante è quella nella quale i due vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell'uomo, la parte femminile del cervello deve comunque avere effetto; e anche la donna deve entrare in rapporto con l'uomo che è in lei. Forse Coleridge intendeva proprio questo quando diceva che la mente grande è androgina. Ed è quando ha luogo questa fusione che la mente è del tutto fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente che sia interamente maschile non è in grado di creare, proprio come una mente che sia interamente femminile, pensavo. Ma sarebbe bene verificare che cosa si intende con maschile-femminile e, viceversa, con femminile-maschile, fermandoci a sfogliare un libro o due.
Quando diceva che la mente superiore è androgina, Coleridge certo non intendeva dire che si tratta di una mente che abbia una speciale affinità con le donne; una mente che faccia propria la loro causa o che si dedichi interamente alla loro interpretazione. Forse una mente androgina è meno adatta a fare tali distinzioni di quanto non lo sia una mente unisessuata. Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa, incandescente e indivisa. Di fatto si ritorna alla mente di Shakespeare come prototipo di tale androginia, prototipo della mente maschile-femminile, quantunque sarebbe impossibile dire che cosa Shakespeare pensava delle donne. E se è vero che uno dei simboli della mente pienamente sviluppata è il fatto di non pensare al sesso in maniera particolare o come una cosa a sé stante, raggiungere una simile condizione è tanto più difficile oggi di quanto non lo sia mai stato prima. Ero arrivata ai libri degli scrittori contemporanei, e lì mi fermai a domandarmi se questo fatto non si trovava forse alla radice di qualcosa che per lungo tempo mi aveva disorientata. Nessun'epoca può mai essere stata altrettanto acutamente consapevole del sesso quanto la nostra; prova ne sia il gran numero di libri sulle donne, scritti da uomini, che si trovano nella biblioteca del British Museum.
(...)
Il fatto è che né Galsworthy né Kipling hanno una scintilla di donna in loro. Pertanto tutte le loro qualità a una donna appaiono, se mi è consentito generalizzare, rozze e immature. Non hanno potere di suggestione. E quando un libro non ha potere di suggestione, per quanto forte possa colpire la superficie della mente, non riuscirà a penetrare in profondità.
(...)
A ogni modo, la primissima frase che vorrei scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo in mano il foglio intitolato "Le donne e il romanzo", è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. E' fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; si deve essere donna-maschile o uomo-femminile. Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è figura retorica; perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile. Per quanto brillante ed efficace, potente e magistrale possa apparire per un giorno o due, con il sopraggiungere della sera deve avvizzire; non può crescere nella mente degli altri. Una qualche forma di collaborazione deve necessariamente aver luogo nella mente, tra la donna e l'uomo, prima che l'arte della creazione possa realizzarsi. Un qualche matrimonio degli opposti si deve consumare. La mente tutta deve mostrarsi aperta, se dobbiamo ricevere la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza in tutta la sua pienezza. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, una volta che la sua esperienza è conclusa, deve sdraiarsi e consentire alla mente di celebrare le proprie nozze nel buio. Non deve guardare né mettere in dubbio quanto stia accadendo. Piuttosto, egli deve sfogliare i petali di una rosa o mettersi a guardare i cigni che galleggiano tranquilli lungo il fiume.
(...)
A ogni costo, spero che riusciate a entrare in possesso di una quantità di denaro sufficiente per viaggiare e per starvene con le mani in mano, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e bighellonare agli angoli delle strade e lasciare che la lenza del pensiero si immerga profondamente nella corrente.
1928
Quando diceva che la mente superiore è androgina, Coleridge certo non intendeva dire che si tratta di una mente che abbia una speciale affinità con le donne; una mente che faccia propria la loro causa o che si dedichi interamente alla loro interpretazione. Forse una mente androgina è meno adatta a fare tali distinzioni di quanto non lo sia una mente unisessuata. Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa, incandescente e indivisa. Di fatto si ritorna alla mente di Shakespeare come prototipo di tale androginia, prototipo della mente maschile-femminile, quantunque sarebbe impossibile dire che cosa Shakespeare pensava delle donne. E se è vero che uno dei simboli della mente pienamente sviluppata è il fatto di non pensare al sesso in maniera particolare o come una cosa a sé stante, raggiungere una simile condizione è tanto più difficile oggi di quanto non lo sia mai stato prima. Ero arrivata ai libri degli scrittori contemporanei, e lì mi fermai a domandarmi se questo fatto non si trovava forse alla radice di qualcosa che per lungo tempo mi aveva disorientata. Nessun'epoca può mai essere stata altrettanto acutamente consapevole del sesso quanto la nostra; prova ne sia il gran numero di libri sulle donne, scritti da uomini, che si trovano nella biblioteca del British Museum.
(...)
Il fatto è che né Galsworthy né Kipling hanno una scintilla di donna in loro. Pertanto tutte le loro qualità a una donna appaiono, se mi è consentito generalizzare, rozze e immature. Non hanno potere di suggestione. E quando un libro non ha potere di suggestione, per quanto forte possa colpire la superficie della mente, non riuscirà a penetrare in profondità.
(...)
A ogni modo, la primissima frase che vorrei scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo in mano il foglio intitolato "Le donne e il romanzo", è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. E' fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; si deve essere donna-maschile o uomo-femminile. Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è figura retorica; perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile. Per quanto brillante ed efficace, potente e magistrale possa apparire per un giorno o due, con il sopraggiungere della sera deve avvizzire; non può crescere nella mente degli altri. Una qualche forma di collaborazione deve necessariamente aver luogo nella mente, tra la donna e l'uomo, prima che l'arte della creazione possa realizzarsi. Un qualche matrimonio degli opposti si deve consumare. La mente tutta deve mostrarsi aperta, se dobbiamo ricevere la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza in tutta la sua pienezza. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, una volta che la sua esperienza è conclusa, deve sdraiarsi e consentire alla mente di celebrare le proprie nozze nel buio. Non deve guardare né mettere in dubbio quanto stia accadendo. Piuttosto, egli deve sfogliare i petali di una rosa o mettersi a guardare i cigni che galleggiano tranquilli lungo il fiume.
(...)
A ogni costo, spero che riusciate a entrare in possesso di una quantità di denaro sufficiente per viaggiare e per starvene con le mani in mano, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e bighellonare agli angoli delle strade e lasciare che la lenza del pensiero si immerga profondamente nella corrente.
1928
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sabato 2 aprile 2011
Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf (I)
La vita, per ambedue i sessi - e li guardai che si facevano strada a fatica lungo il marciapiede - è ardua, difficile, una lotta senza fine. Richiede un coraggio e una forza giganteschi. Più di ogni altra cosa forse, per creature dell'illusione quali noi siamo, essa richiede fiducia in se stessi. Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità - che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney - perché non c'è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l'enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui. Deve essere davvero una delle principali fonti del suo potere. Ma permettetemi di rivolgere la luce di questa osservazione sulla vita reale, pensavo. Può aiutare a spiegare alcuni di quegli enigmi psicologici che attirano la nostra attenzione ai margini della vita quotidiana? Basta questo a spiegare lo sbalordimento che ho provato, l'altro giorno, quando Z, l'uomo più umano e modesto che si sia, dopo aver preso in mano un libro di Rebecca West e averne letto un passo, aveva esclamato "Sfacciata di una femminista! Dice che gli uomini sono degli snob!". Questa esclamazione, per me sorprendente - perché mai Rebecca West avrebbe dovuto essere una femminista sfacciata per aver fatto un'affermazione probabilmente vera anche se poco lusinghiera, circa l'altro sesso? - non era solo il grido della vanità ferita; era una protesta contro qualche infrazione alla sua capacità di credere in se stesso. Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell'uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. Staremmo ancora a graffiare la sagoma di un cervo sui resti di ossa di montone e a barattare selci con pelli di pecora o con qualsiasi semplice ornamento attraesse il nostro gusto non sofisticato. Non sarebbero mai esistiti Superuomini né Figli del Destino. Lo Zar o il Kaiser non avrebbero mai portato corone sul capo né le avrebbero perdute. Quale che sia l'uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta ed eroica. E' questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sull'inferiorità delle donne, perché se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?
A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada. Vedersi nello specchio ha un'importanza suprema perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Toglietegliela e l'uomo potrà morirne, come un drogato privo della cocaina. Soggiogate dall'incantesimo di quella illusione, pensavo guardando fuori dalla finestra, metà delle persone che camminano per la strada se ne vanno di buon passo a lavorare. Illuminati dai suoi piacevoli raggi, la mattina indossano cappello e cappotto. Cominciano la giornata fiduciosi, rinvigoriti, convinti di essere desiderati al tè della signorina Smith; e mentre fanno il loro ingresso nella stanza dicono a se stessi: Sono superiore a metà delle gente che è qua dentro; ed è per questo che parlano con quella sicurezza di sé, con quella fiducia in se stessi che hanno avuto conseguenze tanto profonde sulla vita pubblica mentre provocano delle bizzarre annotazioni ai margini delle mente privata.
1928
A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada. Vedersi nello specchio ha un'importanza suprema perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Toglietegliela e l'uomo potrà morirne, come un drogato privo della cocaina. Soggiogate dall'incantesimo di quella illusione, pensavo guardando fuori dalla finestra, metà delle persone che camminano per la strada se ne vanno di buon passo a lavorare. Illuminati dai suoi piacevoli raggi, la mattina indossano cappello e cappotto. Cominciano la giornata fiduciosi, rinvigoriti, convinti di essere desiderati al tè della signorina Smith; e mentre fanno il loro ingresso nella stanza dicono a se stessi: Sono superiore a metà delle gente che è qua dentro; ed è per questo che parlano con quella sicurezza di sé, con quella fiducia in se stessi che hanno avuto conseguenze tanto profonde sulla vita pubblica mentre provocano delle bizzarre annotazioni ai margini delle mente privata.
1928
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martedì 29 marzo 2011
Il poeta, Marina Cvetaeva
(Dal ciclo "Dopo la Russia")
1
Il poeta - da lontano conduce il discorso.
Il poeta - lontano conduce il discorso.
Per pianeti, per segni... per botri
di indirette parabole... Fra il sì e il no
lui - persino volando giù dal campanile -
rimedia un appiglio... Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della causalità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
disperatevi! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.
Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso e sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,
chi c'è nella bara di pietra della Bastiglia -
com'è l'albero nella sua bellezza...
Quello le cui tracce si dileguano sempre,
quel treno a cui tutti
arrivano tardi...
Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando - esplosione e scasso -
il tuo sentiero, crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario!
8 aprile 1923
2
Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell'ambito visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa.)
Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!
Ci sono al mondo gli apparenti - invisibili,
(il segno: màcula da lebbrosario!)
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbero se non fosse che:
noi siamo i poeti - e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!
22 aprile 1923
3
Che cosa dunque devo fare, io cieco e figliastro,
in un mondo dove chiunque ha un padre e ci vede,
dove su anatemi come su terrapieni - stanno
le passioni! Dove un raffreddore
è chiamato - pianto!
Che cosa dunque devo fare, essendo costola e industria
del canto! - Come un congedo! Abbronzatura! Siberia!
Attraverso le mie ossessioni - come attraverso un ponte!
Con la loro imponderabilità in un mondo di pesi.
Che cosa dunque devo fare, io cantore e primogenito,
in un mondo dove il più nero è grigio!
Dove conservano l'ispirazione come in un thermos!
Con questa smisuratezza in un mondo di misure?!
22 aprile 1923
1
Il poeta - da lontano conduce il discorso.
Il poeta - lontano conduce il discorso.
Per pianeti, per segni... per botri
di indirette parabole... Fra il sì e il no
lui - persino volando giù dal campanile -
rimedia un appiglio... Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della causalità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
disperatevi! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.
Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso e sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,
chi c'è nella bara di pietra della Bastiglia -
com'è l'albero nella sua bellezza...
Quello le cui tracce si dileguano sempre,
quel treno a cui tutti
arrivano tardi...
Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando - esplosione e scasso -
il tuo sentiero, crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario!
8 aprile 1923
2
Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell'ambito visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa.)
Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!
Ci sono al mondo gli apparenti - invisibili,
(il segno: màcula da lebbrosario!)
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbero se non fosse che:
noi siamo i poeti - e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!
22 aprile 1923
3
Che cosa dunque devo fare, io cieco e figliastro,
in un mondo dove chiunque ha un padre e ci vede,
dove su anatemi come su terrapieni - stanno
le passioni! Dove un raffreddore
è chiamato - pianto!
Che cosa dunque devo fare, essendo costola e industria
del canto! - Come un congedo! Abbronzatura! Siberia!
Attraverso le mie ossessioni - come attraverso un ponte!
Con la loro imponderabilità in un mondo di pesi.
Che cosa dunque devo fare, io cantore e primogenito,
in un mondo dove il più nero è grigio!
Dove conservano l'ispirazione come in un thermos!
Con questa smisuratezza in un mondo di misure?!
22 aprile 1923
domenica 27 marzo 2011
lunedì 7 marzo 2011
"Il paese dell'anima, Lettere 1909-1925" di Marina Cvetaeva
(...)
Io sono una creatura scorticata a nudo, e tutti voi portate la corazza. Tutti voi avete: l'arte, la vita sociale, le amicizie, le distrazioni, la famiglia, il dovere, io, nel profondo, non ho NUL-LA. Tutto cade come pelle, e sotto la pelle carne viva, o fuoco - io: Psiche. In nessuna forma trovo posto - neanche in quella, spaziosissima, dei miei versi! Non riesco a vivere. In me nulla va come negli altri. Riesco a vivere solo in sogno, nei semplici sogni che si fanno di notte: ecco che cado da un quarantesimo piano a San Francisco, ecco l'alba che mi insegue, ecco un estraneo e d'improvviso io lo bacio, ecco che stanno per uccidermi e io spicco il volo. Non sto raccontando favole, io faccio sogni terribili e stupendi, sogni con l'amore, sogni con la morte, è la mia vera vita, senza eventi casuali, tutta fatale, dove tutto si avvera.
Che fare - così fatta - nella vita?! Bacio e - sono già mille miglia lontana, e l'altro si è spostato di un solo millimetro, e, dentro di me: "Non mi ama - è stanco - non è mio - voglio morire". Oh, sempre: morire! per tutto!
E' questo che vi aspettavate? Ed è forse questo che amate quando parlate (ma ne avete veramente parlato?) di amore? Ed è forse possibile amare questo?!
(...)
Poco tempo fa ho bollito nella caffettiera il fondo del fornello a spirito che avevo perso: lo spirito lo facevo bruciare nel coperchio di una scatola di lucido da scarpe. Quando ho finito di bere il caffè ho scoperto quello che avevo perso: il terribile fondo nero del fornello (che è fatto a forma di tazzina). - Che ve ne pare, come decotto? - E non sono morta.
(Dopo una cosa del genere, berrete mai caffè a casa mia?)
Io sono una creatura scorticata a nudo, e tutti voi portate la corazza. Tutti voi avete: l'arte, la vita sociale, le amicizie, le distrazioni, la famiglia, il dovere, io, nel profondo, non ho NUL-LA. Tutto cade come pelle, e sotto la pelle carne viva, o fuoco - io: Psiche. In nessuna forma trovo posto - neanche in quella, spaziosissima, dei miei versi! Non riesco a vivere. In me nulla va come negli altri. Riesco a vivere solo in sogno, nei semplici sogni che si fanno di notte: ecco che cado da un quarantesimo piano a San Francisco, ecco l'alba che mi insegue, ecco un estraneo e d'improvviso io lo bacio, ecco che stanno per uccidermi e io spicco il volo. Non sto raccontando favole, io faccio sogni terribili e stupendi, sogni con l'amore, sogni con la morte, è la mia vera vita, senza eventi casuali, tutta fatale, dove tutto si avvera.
Che fare - così fatta - nella vita?! Bacio e - sono già mille miglia lontana, e l'altro si è spostato di un solo millimetro, e, dentro di me: "Non mi ama - è stanco - non è mio - voglio morire". Oh, sempre: morire! per tutto!
E' questo che vi aspettavate? Ed è forse questo che amate quando parlate (ma ne avete veramente parlato?) di amore? Ed è forse possibile amare questo?!
(...)
Poco tempo fa ho bollito nella caffettiera il fondo del fornello a spirito che avevo perso: lo spirito lo facevo bruciare nel coperchio di una scatola di lucido da scarpe. Quando ho finito di bere il caffè ho scoperto quello che avevo perso: il terribile fondo nero del fornello (che è fatto a forma di tazzina). - Che ve ne pare, come decotto? - E non sono morta.
(Dopo una cosa del genere, berrete mai caffè a casa mia?)
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martedì 22 febbraio 2011
da "Il paese dell'anima, Lettere 1909-1925" di Marina Cvetaeva
Ad Aleksandr Vasil'evic Bachrach
Mokropsy, 20 luglio 1923
Caro amico,
è un'ottima esperienza spirituale, non Vostra personale nè mia: è una verifica dell'anima, della sua potenza, della sua perspicacia - e dei suoi confini.
Facciamo le cose secondo coscienza: giacché oggi tra noi non c'è un solo rancore e, ve lo garantisco, finché si tratterà solo di lettere non ce ne saranno. Se inimicizia verrà, dunque, essa verrà dai corpi, dal confronto oculare dei corpi: dei segni, degli abiti. (Per me il corpo non è assolutamente la metà - sovrana e indipendente - dell'essere umano. Da giovani il corpo è abito di gala, da vecchi - la bara da cui cerchiamo di fuggire!)
A me, potrebbe succedere, non piacerà la Vostra voce, a Voi, potrebbe succedere, non piacerà la mia (no, la voce vi piacerà, ma non so, potrebbe non piacervi qualche mio modo di fare), e così via. Giacché i corpi (le nostre predilezioni di gusto) sono disumani. Psiche (invisibile!) noi l'amiamo in eterno perché è l'assente (in contumacia!) che in noi ama: pura anima! Psiche noi l'amiamo con Psiche, Elena di Troia l'amiamo con gli occhi (perdonate questo "noi", ma anche io amo Elena!) - se non addirittura con le mani - ma mai i nostri occhi e le nostre mani perdoneranno ai suoi occhi e alle sue mani la minima deviazione dal canone ideale della bellezza.*
Psiche è fuori giudizio - capite? Elena è costantemente davanti ai giudici.
Esiste, naturalmente, l'amore estremo (cioè senza confini): "io ti amo, comunque tu sia". Ma quanto poco "comunque" deve essere quel tu? E l'io che dice quel tu. E', naturalmente, un miracolo. Nell'elemento erotico - un miracolo, in quello dell'amore materno - un fenomeno del tutto naturale. Ma la maternità è una domanda senza risposta, o meglio: una risposta senza domanda - è solo risposta! Nella maternità c'è un unico personaggio: la madre, un unico rapporto: il suo con il figlio, altrimenti ricadiamo di nuovo nell'elemento di Eros, pure se nascosto.
(Parlo dell'amore filiale. Mi seguite ancora?)
E dunque se al momento dell'incontro (del confronto) noi ci allontaneremo uno dall'altro - e forse ci respingeremo - così come oggi ci sentiamo l'uno dall'altro attratti, le conclusioni sono due: o l'anima è menzogna e gli "indizi terrestri" sono verità, o l'anima è verità e gli "indizi terrestri" sono menzogna, ma la menzogna è forza, mentre l'anima è verità-debolezza.
Insomma, in un modo o nell'altro, qualcosa, ora, nella nostra corrispondenza, si rivelerà deboleza o cecità, qualcuno - Voi forse, forse io (sarebbe bello se - entrambi! E addirittura - allegro!) prenderà di certo un abbaglio. L'anima può accecare.
(...)
*Della NON ANIMA!
Mokropsy, 20 luglio 1923
Caro amico,
è un'ottima esperienza spirituale, non Vostra personale nè mia: è una verifica dell'anima, della sua potenza, della sua perspicacia - e dei suoi confini.
Facciamo le cose secondo coscienza: giacché oggi tra noi non c'è un solo rancore e, ve lo garantisco, finché si tratterà solo di lettere non ce ne saranno. Se inimicizia verrà, dunque, essa verrà dai corpi, dal confronto oculare dei corpi: dei segni, degli abiti. (Per me il corpo non è assolutamente la metà - sovrana e indipendente - dell'essere umano. Da giovani il corpo è abito di gala, da vecchi - la bara da cui cerchiamo di fuggire!)
A me, potrebbe succedere, non piacerà la Vostra voce, a Voi, potrebbe succedere, non piacerà la mia (no, la voce vi piacerà, ma non so, potrebbe non piacervi qualche mio modo di fare), e così via. Giacché i corpi (le nostre predilezioni di gusto) sono disumani. Psiche (invisibile!) noi l'amiamo in eterno perché è l'assente (in contumacia!) che in noi ama: pura anima! Psiche noi l'amiamo con Psiche, Elena di Troia l'amiamo con gli occhi (perdonate questo "noi", ma anche io amo Elena!) - se non addirittura con le mani - ma mai i nostri occhi e le nostre mani perdoneranno ai suoi occhi e alle sue mani la minima deviazione dal canone ideale della bellezza.*
Psiche è fuori giudizio - capite? Elena è costantemente davanti ai giudici.
Esiste, naturalmente, l'amore estremo (cioè senza confini): "io ti amo, comunque tu sia". Ma quanto poco "comunque" deve essere quel tu? E l'io che dice quel tu. E', naturalmente, un miracolo. Nell'elemento erotico - un miracolo, in quello dell'amore materno - un fenomeno del tutto naturale. Ma la maternità è una domanda senza risposta, o meglio: una risposta senza domanda - è solo risposta! Nella maternità c'è un unico personaggio: la madre, un unico rapporto: il suo con il figlio, altrimenti ricadiamo di nuovo nell'elemento di Eros, pure se nascosto.
(Parlo dell'amore filiale. Mi seguite ancora?)
E dunque se al momento dell'incontro (del confronto) noi ci allontaneremo uno dall'altro - e forse ci respingeremo - così come oggi ci sentiamo l'uno dall'altro attratti, le conclusioni sono due: o l'anima è menzogna e gli "indizi terrestri" sono verità, o l'anima è verità e gli "indizi terrestri" sono menzogna, ma la menzogna è forza, mentre l'anima è verità-debolezza.
Insomma, in un modo o nell'altro, qualcosa, ora, nella nostra corrispondenza, si rivelerà deboleza o cecità, qualcuno - Voi forse, forse io (sarebbe bello se - entrambi! E addirittura - allegro!) prenderà di certo un abbaglio. L'anima può accecare.
(...)
*Della NON ANIMA!
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