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giovedì 5 aprile 2012

Patti Smith






giovedì 1 marzo 2012

Free Rossella Urru, Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons



Libera Rossella, dalla notte del 22 ottobre 2011 sequestrata nel campo profughi Sahrawi a Tindouf, nella zona occidentale dell'Algeria insieme ai due cooperanti spagnoli Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons.

Liberi loro e tutti i volontari di associazioni non governative che partono alla volta delle periferie del mondo.

domenica 12 febbraio 2012

Malvina Reynolds - We hate to see them go



Last night I had a lovely dream.
I saw a big parade with ticker tape galore,
And men were marching there
The like I'd never seen before.

Oh the bankers and the diplomats are going in the army.
Oh happy day! I'd give my pay to see them on parade,
Their paunches at attention and their striped pants at ease.
They've gotten patriotic and they're going overseas.
We'll have to do the best we can and bravely carry on,
So we'll just keep the laddies here to manage while they're gone.

Chorus:
Oh, oh, we hate to see them go,
The gentlemen of distinction in the army.

The bankers and the diplomats are going in the army,
It seemed too bad to keep them from the wars they love to plan.
We're all of us contented that they'll fight a dandy war,
They don't need propaganda, they know what they're fighting for.
They'll march away with dignity and in the best of form,
And we'll just keep the laddies here to keep the lassies warm.

(Chorus)

The bankers and the diplomats are going in the army,
We're going to make things easy cause it's all so new and strange;
We'll give them silver shovels when they have to dig a hole,
And they can sing in harmony when answering the roll,
They'll eat their old K-rations from a hand-embroidered box,
And when they die, we'll bring them home, and bury them in Fort Knox.

giovedì 24 novembre 2011

Innocenza, di Penelope Fitzgerald

Domenico aveva avuto ragione a credere che questa visita a Roma avrebbe lasciato a suo figlio un ricordo duraturo. La decisione di Salvatore, non appena fu in grado di tradurre le sue impressioni in termini di volontà e intenzione, fu questa: non mi occuperò mai di politica, non rischierò mai il carcere per i miei principi, non darò mai la salute, e tanto meno la vita, per quello in cui credo. Alla fine saremo tutti alla mercé dei nostri corpi, ma almeno fatemi capire quello che ad essi accade.
La vista delle lacrime di suo padre mentre tornavano a piedi alla stazione fu anch'essa sgradevole per Salvatore. Esitava ad ammettere a se stesso che, al momento, era più vecchio del suo genitore, e si vergognò del fatto che non avevano nemmeno un fazzoletto tra tutti e due. C'era stato un tovagliolo, ma era rimasto col paniere e i doni indesiderati alla Clinica Quisisana. Da ultimo si fermarono davanti a una botteguccia, e Domenico, ancora molto commosso, mandò suo figlio, da solo, a chiedere un fazzoletto. L'uomo dietro il banco gli disse che doveva comperarne tre, che si vendevano solo in pacchi da tre. Salvatore gli si piantò davanti, occupando solidamente il suo terreno. "A mio padre ne serve solo uno. Dovete vendergli quello che gli serve". Il bottegaio si portò la mano all'orecchio, facendo finta di non capire. Salvatore ripetè quello che aveva detto in chiaro italiano. "E' la legge", aggiunse. Pagò un fazzoletto solo e contò il resto con una cura offensiva. Quel pomeriggio decise che non appena possibile non avrebbe più avuto dipendenze affettive nei confronti di nessuno.

domenica 4 settembre 2011

domenica 28 agosto 2011

"Amare da morire", una compilation


(foto di Mario Giacomelli)

Scaricare QUI

mercoledì 24 agosto 2011

“Le canzoni migliori le scrive la fame”

Nel vento caldo della crisi globale, tra i cali della Borsa e i pugni in alto delle giovani generazioni (e degli esclusi) d'oriente e d'Europa, in giorni italiani di manovra economica e solite code ai caselli, sempre troppo pochi siamo capaci di unirci in protesta fuori da facebook, e questo ormai è ciò che ci rende “italiani”. Eppure ci siamo. Siamo gente di mare-pianura-montagna-collina che se ne va, come un altro anno che quest’estate si porta via, siamo solo cittadini di frontiera che crescono in questo mondo di ladri, che non si arrendono mai. Eppure anche noi percepiamo la fame (di giustizia, di cambiamento, di rispetto), e in qualche modo troviamo ogni giorno nutrimento a tamponarla. Probabilmente sarà quando il peggio – di chi aspettiamo ma non c’è a sostenerci - sarà evidente (quando la somma di tutti i peggio e meno peggio mostrerà il suo volto) che sapremo davvero amare il sintomo e lo stimolo della fame.
Circa un mesetto fa è nata La Fame Dischi, che QUI si presenta così: “Le canzoni migliori le scrive La Fame”. Una frase direi proprio bella nella sua affatto scontata urgenza espressiva. Etichetta oltre l’etichetta, La Fame si propone come catalizzatrice di giovani musicisti ( dei 25 anni) squattrinati che vogliono fare musica nonostante il lavoro che non c’è e nonostante oggi sono qui e domani là; di quelli che (pur consapevoli delle difficoltà che può comportare in termini sociali dire no a happy hour e aperitivi studenteschi, e di appartenere al peso culturale morto dell’Italia che legge almeno 4 libri all’anno*) adesso hanno fame di musica e di canzoni e basta, e di quelli che probabilmente non accettano questo momento storico in cui a contare nelle scelte sono sempre i più arroganti ed egoisti (e fieri di esserlo). Cioè quelli che non si sazieranno mai.

Secondo noi questo stato di insofferenza legata all’insicurezza, dona all’arte autenticità e bellezza. Quando un artista ha lo stomaco pieno, ha raggiunto il successo o quanto meno una certa stabilità, e non è più in grado (o lo è molto meno) di raccontare la realtà”.

E’ già online sul sito “Pà Pà”, primo singolo – anticipatore del primo ep ufficiale – di Marazzita, cantautore 25enne calabrese che si diverte raccontando le sue malinconie da fuorisede con la chitarra in mano.

*per dire, senza grosse pretese.

martedì 9 agosto 2011

lunedì 1 agosto 2011

"Tutto il mondo è palese", miei aforieri e pensismi (in aggiornamento)

Ho un unico grande difetto: non sono invidiosa.

Chi nasce figlio unico non può vivere in doppia.

La pazienza ha un milite (e io lo conosco benissimo).

La mia scrivania ha la mia stessa età. Ha mantenuto sempre i piedi per terra, tranne quando l’ho usata.

Un uomo senza palle incontrò una donna con le palle: “Dove le hai trovate?” – chiese lui – “Al discount c’era l’offerta 3x2” – rispose lei.

Ogni tanto devo ricordarmi che per aprire un mobile, fare il caffé o pulire una stanza non basta fare click sul tasto destro.

“Non sei fidanzata? E come mai? Ma per scelta?” “No, è che sono una pericolosa latitante. Però adesso non dirlo a nessuno, mi raccomando.”

Se siete tanto puntuali ed efficienti perché non organizzate un workshop sul tempismo? Giuro che vi parteciperei.

“La Nausea” era il blog del giovane francese Jean-Paul negli anni ’30.

"Mettiti nei miei panni", una frase che si dice sempre a chi non ha la stoffa.

domenica 31 luglio 2011

Incognito, Amanda Lear - 1981


here

1 - Laziness
2 - Indifference
3 - Bureaucracy
4 - Fear
5 - Pride
6 - Nostalgia
7 - Greed
8 - Envy
9 - Anger

sabato 16 luglio 2011

Scimmie da amare, 1991-2011



Un'idea di AnnaritaFavilla
Montaggio di MadambraPuppets

Thanks to Hiroscimmia per la loro "Scimmie da amare" (da i Like Gazebo Vol. B, Cacca Dischi 2011)

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Brindisi, 25 febbraio 1991 e Bari, 8 agosto 1991
-- 20 ANNI DOPO -
Lampedusa, marzo 2011

Roberto Maroni, Ministro dell'Interno (Lega): «C'è il rischio di una vera e propria emergenza umanitaria. Ci sono cittadini in cerca di protezione, ci sono criminali evasi dalle carceri e personaggi infiltrati da organizzazioni terroristiche come Alqueda nel Maghreb Islam. Una organizzazione che cerca di infiltrare agenti in Europa» ha spiegato il ministro, aggiungendo che il problema verrà posto all'attenzione della Ue anche per i «riflessi sulla sicurezza interna in Europa».

Di seguito alcuni tra i commenti degli utenti ai video degli sbarchi a Lampedusa su yuotube (non ho fatto nessuna particolare selezione, purtroppo i commenti sono tutti su questo genere):

- risolviamo il problema immigrati a Lampedusa. Firmiamo una petizione affinché il Governo ceda Lampedusa alla Tunisia, così ci togliamo dai coglioni questi cazzo di rompicoglioni.

- mandateli indietro perchè qui non c'è trippa per gatti, altrimenti noi italiani chiederemo asilo politico alla tunisia. forse lì verremo più accolti visto che il ns governo non ci tutela sia a lavoro che a diritti vari.

- Non c'è posto per questa gente in Europa.

- Il cuore è un "accesso" ma la ragione è la "MISURA",ed io credo che la cittadella Europa sia oggi una storica CALAMITA per le civiltà del mondo non-sviluppato. Mi ricorda la rivoluzione industriale ed il rapporto Città-Campagne. Ma la Storia non si ripete, e la RAGIONE deve essere Misura. Le DEMO-proporzioni prevedibili nel tempo, dell'impatto europeo con le "periferie" etno-satellitari - ricordo che l'Italia ha 299 ab.per kmq - sono fuori ogni "MISURA" ed è bene che lo comprendiamo da subito!

- dovè il napalm quando serve?

- Ma come, prima manifestano per la democrazia e quando la ottengono scappano??? Ma scappano da che cosa??? Secondo me vengono in Italia solo per spacciare droga e stuprare, ricacciamoli a calci in culo in Africa e subito!

‎- dato che loro ci invadono,,,facciamo la stessa cosa anche noi. invadiamo la libia e becchiamoci il loro petrolio,,,,,per lo meno pagheremo 20 centesimi al litro la benzina di merda che e tremonti cela fanno pagare 1,65 al litro ....ladriiiiiii !!!!
I musulmani sono solo buoni a portare casini nella nostra nazione. Una societa' sepolta nell' inmomdizia dell' inmoralita' e della perversione: porci che camminano e non raggionano, se non sul come fregare il propio simile e sulla marca da drinketto da scolari. Non ci sono musulmani buoni ma solo furbi.

- Scusate ma se siamo tutti d'accordo a mandarli a fare in culo perchè i politici non fanno quello che vuole la gente? Hanno fatto la loro bella rivoluzione del cazzo per la libertà e poi scappano....Dico che sinistra, destra, e lega ci stanno prendendo per il culo...perchè a Malta se vedono un barcone gli sparano e noi no? Ribelliamoci!

- tunisini codardi. hanno la possibilità di costruire la democrazia nel loro paese e invece scappano. TUNISINI CODARDI!

- tutta ciccia x gay. si salvi ki può !!

- oggi anno gia iniziato a lamentarsi...LAMENTARSIIII​I!!!¬! allora perche non tornate la da dove siete arrivati? loro scappano dalla guerra ma dico LA PORTERANNO QUI dA NOI LA GUERRA perche è nel loro modo di fare e sempre lo faranno...

- ELIMINAZIONE!!

- Mandateli a Fanculo al loro paese a calci in culo! che gia di delinquenti ne abbiamo abbastanza!!!! e se noi andiamo nei loro paesi ci fanno la pelle!!!! Italia popolo di ignoranti e Leccaculi!

- no guarda io direi di aprire un lagher e bruciarli vivi tutti, così nn ci disturbiamo neppure a rimandarli indietro ke ne dici??

- fuciliamoli sti bastardi islamici maomettiani pedofili e buttiamogli un belconfetto atomico a sti cazzo di inzivuzi

- Sparategli ai barconi Ca**o!!! Ma che credono di trovare qui in Italia??? Ma quanto rincoglioniti siamo!!! Italia, inizi a schifarmi sempre di più!!! Sono degli animali!!! E in più l'Italia gli ha consegnato delle villette a schiera per accoglierli!!! Spero entro breve succeda qlc di grosso contro sto schifo!!! Voglio essere presente al cambiamento!!!

migrantiiiiii...PRRRRRRRRR​RRRR¬RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRRR-RRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRRRRRRRR-RRRRRRRRRRR​RRRRRRRRRRRRRRRRRRR-RRRRRR​RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR-R​RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR​RRR-RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRR-RRRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRRRRRRR¬RRRRRRRRRRRR​RRRRRR

- alle donne di quella razza..andate a sgravare a fanculo voi e i vostri figli

- La povertà dunque si è generata negli ultimi giorni.....Guarda , vai a farti benedire dalla Caritas che è l' unica , insieme a te che apprezza questi animali . Imbecille.

martedì 12 luglio 2011

"Scrivere dell'universo è difficile...", Sergej Dovlatov

Da "La marcia dei solitari" di Sergej Dovlatov (Sellerio, 2006)

Scrivere dell'universo è difficile. Immaginarselo è impossibile. Perché l'universo è l'assenza, è il nulla...
Ricordo bene il giorno del trionfo di Gagarin.
Noi, studenti dell'Università di Leningrado, camminavamo per il Nevskij Prospekt. Agitavamo degli striscioni fatti a mano. Gridavamo qualcosa infervorati. Solo il mio amico, il famoso bagarino Beluga, ripeteva caustico:
"Esultate, cafoni! La dinamo è nello spazio!"
"Dinamo" nel linguaggio della mala significa "grande truffa". Per di più con una sfumatura di modesta ricercatezza.
Evidentemente Beluga prima degli altri aveva percepito l'arrivo di una grandiosa campagna pubblicitaria. Aveva intravisto i primi trucchi del bluff spaziale sovietico...
Gagarin aveva un viso di rara gradevolezza.L'hanno insignito, consacrato e magnificato. L'hanno trasformato in un simbolo animato. In un sorridente idea politica.
Ma ogni tanto Gagarin diventava un essere umano. E allora si sbronzava. Evidentemente non voleva essere un'idea. E beveva sempre di più.
Prima ha avuto un incidente di macchina. Sul suo viso, che continuava ad essere un bene pubblico, è comparsa una profonda cicatrice.
Poi Gagarin ha fregato un aereo e si è schiantato definitivamente...
L'era spaziale continuava. Di idee volanti ne sono comparse sempre di più. Per i loro innumeri ritratti le mura del Cremlino non bastavano.
Il novero degli astronauti cresceva sempre di più. E hanno messo su la loro squadra di calcio...
Poi è accaduta una tragedia. Sono morti alcuni astronauti (non ricordo se tre o quattro). E' stato un giorno di lutto e tristezza. Mia figlia mi aveva chiesto:
"Ma tu, perché non piangi?"
Avevo risposto:
"Piangono quelli che li conoscevano. Per me erano idee volanti. Non posso piangere per la morte di un'idea".
Sono passati molti anni. Nello spazio, a turno, volavano tutti i democratici popolari: un vietnamita, un bulgaro, un polacco...
Ad essere onesti, ho smesso di interessarmi a queste faccende. Da tempo non mi interesso più di propaganda. Da tempo cerco di farmi guidare dalle mie idee e non da quelle degli altri...
E all'improvviso siamo venuti a sapere dello shuttle (lo si può considerare un autobus spaziale. Un taxi cosmico a itinerario fisso).
La navicella è rientrata sulla terra. Ha riportato i milioni che erano stati investiti. Ha riportato quelle meravigliose apparecchiature. Ha riportato le persone.
Leggendo le notizie sui giornali, noi non pensiamo alle idee che volano nello spazio. Pensiamo agli stabilimenti spaziali. Al turismo cosmico. Cioè al futuro nello spazio.
Ci convinciamo che l'umanità abbia un posto dove andare, dove volare, a cui anelare. Così, se anche l'Occidente cederà ai Soviet, continuerà ad esserci un posto dove si potrà emigrare...

mercoledì 29 giugno 2011

Sfiorarsi e non affrettarsi, Pierre Sansot

La lentezza non costituisce un valore in sé. Dovrebbe permetterci di vivere dignitosamente in compagnia di noi stessi senza disperderci in progetti inutili. Quello di cui stiamo parlando non è dunque il tempo necessario a compiere il nostro dovere: poco importa se riusciamo a portarlo a compimento più o meno in fretta. A una visione in qualche modo orizzontale sostituiamo un approccio verticale: in questo caso il livello di impegno che mettiamo in ciò che ci si presenta. Ci ripromettiamo di sfiorare quanto ci circonda invece di afferrarlo al volo. Allora le persone ci offriranno la loro vera essenza, ciò che accettano di essere, procedendo verso di noi con la loro personale andatura, qualche volta veloce e qualche volta lenta.
Sono stato bambino durante la guerra. Ho conosciuto le cosiddette "privazioni": non venivo lasciato senza il dolce per una birichinata, quello che mancava era il pane, il latte, la carne, l'elettricità, la libertà. Quando i tedeschi sono stati costretti a tornare in Germania, mi sono gettato su ogni sorta di cose come dopo un lungo digiuno. Andavano di moda i cineclub, ci rimpinzavamo di film e di analisi critiche, qualche volta militanti, sui film. Ci mangiavamo intere baguette. Provinciale, sono andato a studiare nella capitale. Giravo per ore intere Parigi in metrò, da una linea all'altra, sgranando con gioia le stazioni che formavano per me un rosario di nomi illustri. Bastava che un nome fosse stato attribuito a una stazione del metrò per godere ai miei occhi di una fama eccezionale.
A dire la verità non visitavo la città zona per zona, aiutandomi con una piantina. Non ero così antipatico. Ma mi comportavo come un occupante, potevo tenere in mano o a memoria i venti arrondissements di Parigi.
Ho imparato a essere discreto. Ho ammesso l'ignoranza che un preteso sapere aveva promesso di diminuire. Sono apparse delle zone d'ombra. Parigi si è oscurata.
Ho avuto la delicatezza di conoscere una città, un quartiere, attraverso il suo canto, una persona dall'inflessione della voce, un albero dalla sua ombra. Ho capito che l'altro lato delle cose mi sarebbe sempre sfuggito, qualunque cosa facessi. Ma allora, come bisogna comportarsi e quali modelli, quali astuzie culturali bisogna adottare?
Camminare in punta di piedi per non interrompere una conversazione, per non disturbare il sonno di un bambino. Gli umili se ne vanno da un giardino pubblico come dalla vita, in punta di piedi. Tenere gli occhi bassi, non per prudenza o paura, ma perché non bisogna squadrare le persone in modo maleducato. C'è sempre una certa sfrontatezza nel guardare qualcuno dritti in viso.
Gli occhi semichiusi dopo una gran mangiata, in segno di soddisfazione, per non turbare la gioia della digestione, per fingere beatitudine perché siamo pieni da scoppiare delle vettovaglie offerte e ingerite.
Sonnecchiare, non prestare attenzione a un mondo che non la merita, ma non piombare comunque nelle tenebre dell'incoscienza. Restare nel dormiveglia. La testa penzolante, le mani sulla pancia, la bocca socchiusa, tutto il nostro corpo arreso alla libertà in una posizione che uno sguardo malevolo definirebbe ridicola.
L'uomo e la sua ombra: che cosa c'è di più banale, di più spiegabile con l'aiuto del sapere delle scienze umane? Preferirei essere il primo della nostra specie a essere "un uomo e la sua penombra".
Io lo sfioro e l'altro non si rende neppure conto di essere stato toccato in modo impercettibile. Bisogna comunque che stabilisca un contatto, anche furtivo, senza il quale non potrei provare la più deliziosa delle sensazioni.
Sto in disparte, mi defilo. Non credo comunque di dare prova di vigliaccheria. Le mie piroette, le mie finte richiedono una grande abilità. Se il mio partner è abbastanza intelligente, si presta al gioco, anticipa o crede di anticipare le mie ritirate. Ed è così che, grazie alla mia capacità di mantenere le distanze, possiamo unire le nostre vite.
Ho girato tutto il Sudovest della Francia. Non cercavo pale d'altare, fattorie riattate, castelli. Sentivo le palle da tennis sfiorare il terreno al circolo di ogni cittadina. A quel tempo si giocava sulla terra battuta. Evitavo di andare al circolo. Indovinavo a orecchio un servizio o un rovescio tagliati, un diritto liftato, una smorzata. Immaginavo il candore dei vestiti. Dopo aver ascoltato quella musica discreta e deliziosa mi concedevo un pasto di classe o abbondante sulle rive di uno dei miei fiumi.
Un modo di starsene in disparte che non ha alcun rapporto con il malumore, ma indica piuttosto una certa indifferenza. Le labbra di una donna imbronciata sbocciano come un fiore, diventano rosse e carnose. Un volto, come l'oceano, deve sottostare a continui capricci.
"Quando lo prendo tra le braccia" il ritornello dovrebbe finire qui. Quel gesto di tenerezza basta a se stesso e la voce di Edith Piaf riempie il mondo.
A fior di labbra, come se le labbra fossero un fiore. Parlare in questo modo è forse un segno di maleducazione, ma indica anche il desiderio di non impadronirsi dell'attenzione dell'altro, di lasciare intendere che quello che si potrebbe dire in più non è poi così importante.
"Ventre vuoto non sente ragioni." Questa non è la condizione di chi spilluzzica. Significa rifiutarsi di lappare, eppure è bello mangiare un frutto a morsi e dissetarsi con qualche bel bicchiere di vino fresco.
Parlare per mezze parole. Le parole intere (integre) sono troppo grosse, grossolane, bisognerebbe dividerle in quarti, in ottavi di parola. Così diventerebbero particelle di significato.
"Mi dice parole d'ogni giorno", senza temere stupidamente la banalità, come i falsi intellettuali, i preziosi. Le parole comuni sono più ricche perché hanno girato per le strade e nelle case. Per esempio, in caso di disgrazia diciamo "Mio Dio, mio Dio" e per dirlo non c'è bisogno di aver fede. Invece di dimostrare a un amico che sta sbagliando, dirgli semplicemente "Hai torto". Oppure, in caso contrario, "Forse hai ragione". E davanti alla collera di una persona amata: "Mi addolori".
"Hanno troppo da fare per sognare." Così sono i ragazzini troppo docili o le persone troppo zelanti: non osano svignarsela, prendere la porta e andarsene a zonzo.
L'acqua stagnante non gode di buona fama. Velenosa, fetida, ripugnante. Ma a me sembra infinitamente superiore a quell'acqua continuamente riciclata, piena di cloro, che non ci verrebbe mai in mente di toccare, di bere e che, al limite, non vediamo neppure.
Il fascino del passato. Non possiamo più cambiarlo e non mette in agitazione il nostro corpo perché non presenta più pericoli. Questo vale per esempio per l'anteguerra che ci sembra così lontano e a cui facciamo quasi fatica a credere tanto ci pare cieco e stravagante. Ma i nostri contemporanei riattivano il passato e ne temono talmente l'assenza che lo inseriscono per forza nel ciclo della vita.
Non bisogna origliare dietro le porte, non per discrezione ma perché, così facendo, diamo troppa importanza a parole che non sono destinate a noi. Per la stessa ragione non dobbiamo far finta di non sentire o cascheremo dritti nella trappola che volevamo evitare. Bisogna invece fingere di ascoltare e ottenere così pace e felicità.
Avere la fortuna di catturare qualche briciola di conversazione, per caso, in un giardino pubblico, attraverso cespugli che ci nascondono a quelli che stanno parlando. La ghiaia ha la stessa qualità. Grazie a lei sentiamo avvicinarsi i passanti che, senza volere, fanno rumore camminando. I nostri architetti oggi sostituiscono i viali ricoperti di ghiaia con viali asfaltati e i nostri passi sprofondano nel nulla.
Ho sognato di essere abbastanza ricco da andare a morire in Svizzera. Là speravo di sfuggire all'agonia. Sarei stato una luce che si spegne. Ogni giorno, un'infermiera devota mi avrebbe portato a spasso sulla sedia a rotelle e una sera avrei avuto la certezza di vedere per l'ultima volta il lago e le luci sull'altra riva.
Canticchiate. Lasciate ai più dotati la fortuna di cantare alla Scala di Milano. I Don Giovanni dell'opera sono molto spesso Don Giovanni da operetta. Canticchiate come gli apprendisti pasticcieri, le sartine, i soldati in licenza.
Smorzate il vostro sorriso non appena è sorto. Altri rideranno a crepapelle, o meglio, fino a perdere ogni dignità. Oppure, se così vi dice il cuore, sbellicatevi dalle risa, fino a far esplodere i vetri, le maschere delle persone importanti, i rifugi dei potenti.
Ai giardini, per allontanare gli importuni, portate con voi un breviario e fingete di leggerlo, anche se nessuno oggi saprà distinguerlo dal romanzo che ha vinto l'ultimo premio Goncourt e neppure da un tascabile.
Non vogliamo più svenire, anzi, va di moda essere pieni di forze. I nostri vecchi per una disgrazia o una difficoltà svaporavano in una momentanea inesistenza e nella maggior parte dei casi trovavano braccia pronte ad accoglierli.
Quando cerchiamo di conoscere noi stessi viene il momento in cui il fango affiora in superficie. Ditevi allora che si tratta di un'impresa vana e che il soggetto non esiste. Fate piuttosto attenzione a tutte le marionette che compongono il vostro personaggio. Divertitevi a maneggiarle con maggiore abilità. Sistemate meglio il cappello di una di esse, il giustacuore dell'altra. Rallegratevi di poter disporre di un teatro così ricco.
Luoghi molto diversi tra loro mi hanno permesso di calmare i sensi e di non ingozzarmi di vita come un bruto. Quand'ero collegiale, l'infermeria, una volta adulto, l'ospedale, le cappelle nei pomeriggi vuoti, le sale cinematografiche nel mese di agosto, le grotte, purché non vi siano archeologi o speleologi in giro, le foreste, profonde come cattedrali.
Per far nascere la luce in me avevo deciso tutta una serie di cose da evitare. Questo mi permetteva di non incappare in incontri sgraditi e, in realtà, qualunque incontro mi era sgradito. Sono ormai lontani i tempi in cui le vecchie biblioteche di provincia, i dipartimenti più poveri, i musei ci permettevano di respirare a nostro agio, senza essere importunati dal fiato di un altro visitatore.
Ai giardini, dobbiamo mantenere la possibilità di vivere la nostra vedovanza. Siamo sposati e non desideriamo la morte del coniuge. Ci occupiamo dei nostri figli, aiutiamo il più piccolo negli esercizi di matematica, organizziamo il viaggio in Inghilterra della minore. In queste condizioni è difficile mettere la nostra anima a mezz'asta, portare il lutto per gli anni trascorsi, guardare il corteo funebre degli inconsolabili. Quel giardino, con le sue barriere, ce lo permette. Incrociamo altri esseri sperduti, ci scambiamo i nostri dolori.
Ho sognato un mondo improbabile? Come potrei oggi creare uno spazio adatto a me? Una principessa russa può ancora morire di languore in Crimea?
Quando mi capita di riflettere non gioco a fare l'intellettuale. Divento pensoso. I concetti si disperdono in fretta, a causa delle metafore e di strane mescolanze tra l'alto e il basso. Spalanco l'anima per accogliere miriadi d'immagini. Mi sento vicino al pastore che, da un alpeggio, osserva una notte d'estate. Prendo atto dell'immensità e della dispersione di ciò che ha un qualche significato e rinuncio a una navigazione incerta, molto al di sopra dei miei mezzi.

da "Sul buon uso della lentezza - Il ritmo giusto della vita", Il Saggiatore 1998

mercoledì 22 giugno 2011

martedì 21 giugno 2011

"Tabaccheria", Fernando Pessoa

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'avvio.

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c'era, la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me...
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, nè in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c'è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell'amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull'Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno - non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s'incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall'amministrazione
perchè inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il padrone della Tabaccheria s'è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell'anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all'altra,
sempre una cosa inutile quanto l'altra,
sempre l'impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l'altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L'uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s'è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l'universo
mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

martedì 14 giugno 2011

A festina lente compilation - 14/06/2011

"And my year is a day"


(Photo by Sarah Moon)

HERE

venerdì 27 maggio 2011

Neighborhood #4 (7 Kettles), The Arcade Fire



I am waitin’ ’til I don’t know when,
cause I’m sure it’s gonna happen then.
Time keeps creepin’ through the neighborhood,
killing old folks, wakin’ up babies just like we knew it would.

All the neighbors are startin’ up a fire,
burning all the old folks the witches and the liars.
My eyes are covered by the hands of my unborn kids,
but my heart keeps watchin’ through the skin of my eyelids.

They say a watched pot won’t ever boil,
well I closed my eyes and nothin’ changed,
just some water getting hotter in the flames.

It’s not a lover I want no more,
and it’s not heaven I’m pining for,
but there’s some spirit I used to know,
that’s been drowned out by the radio!

They say a watched pot won’t ever boil,
you can’t raise a baby on motor oil,
just like a seed down in the soil you gotta give it time

lunedì 23 maggio 2011

Francesca Woodman



Storia del guanto #5, Roma, bar Fassi, 1977 stampa originale alla gelatina d'argento

domenica 1 maggio 2011

Israele e Palestina: fra diritto e diritto, Amos Oz (II)

da "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2002)

Esiste, più urgente della questione dei confini e di quella dei luoghi santi, più urgente di ogni altra questione, la tragedia dei profughi palestinesi del 1948. Quella gente che perse la propria casa e in alcuni casi la terra natia, e che durante la Guerra d'Indipendenza di Israele nel 1948 perse tutto. C'è il più totale disaccordo su chi addossare la colpa per questa tragedia. Secondo alcuni storici israeliani di oggi, è responsabile Israele. Suppongo che nel giro di qualche anno, e spero di esserci ancora quel giorno, alcuni storici arabi arriveranno a rinfacciare ai propri governi questa vergogna. Ma a prescindere dalle definitive responsabilità, la questione è urgente, nell'immediato. Ogni profugo palestinese, senza casa, senza lavoro e senza paese, dovrebbe ottenere una casa, un lavoro, un passaporto. Israele non può accogliere questa gente, per lo meno non in grandi numeri. Se lo facesse, non sarebbe più Israele. Tuttavia Israele dovrebbe essere partecipe della soluzione nel fornire risorse che permettano di aiutare questi profughi a reinsediarsi nelle zone palestinesi. Israele dovrebbe inoltre ammettere una parte di responsabilità nella tragedia. La percentuale di responsabilità è questione d'ordine accademico, e probabilmente molto soggettiva, ma una parte di responsabilità appartiene a Israele. L'altra alla leadership palestinese del 1947 e ai governi arabi del 1948. Israele è tenuto a collaborare al reinsediamento dei profughi nella futura Palestina, vale a dire Cisgiordania e Gaza, o altrove. Naturalmente Israele ha tutti i diritti di avanzare la questione del milione di ebrei profughi dai paesi arabi, che hanno perduto anche loro la casa e i beni, a seguito della guerra del 1948. Questi ebrei non vogliono tornare nei paesi arabi. Ma vi hanno lasciato tutto ciò che possedevano. Dall'Iraq, Siria, Yemen, Egitto, Nord Africa, Iran, Libano, sono stati respinti, a volte cacciati via con la forza. Tutto questo merita attenzione. Se io fossi il primo ministro d'Israele non firmerei nessun accordo di pace che non contemplasse una soluzione per i profughi palestinesi, vale a dire il loro reinsediamento nello stato di Palestina. Perché ogni risoluzione che ignorasse tale questione, sarebbe una bomba a orologeria. Non solo per ragioni morali, ma anche per la sicurezza stessa di Israele, questo problema umano e nazionale deve trovare una soluzione nel contesto immediato del processo di pace. Per fortuna non stiamo parlando dell'Africa o dell'India. Stiamo parlando di poche centinaia di migliaia di case e posti di lavoro. Non tutti i profughi palestinesi sono senza casa e senza un paese, al momento. Ma quanto a quelli che vivono ancora così, in condizioni disumane nei campi profughi - il loro problema è anche il mio. Se non c'è soluzione per questa gente, Israele non avrà pace e serenità, anche in presenza di un accordo con il vicino. Voglio poi proporre che il primo progetto comune fra ebrei israeliani e arabi palestinesi s'avvii non appena sarà conclusa la pratica di divorzio e si sia realizzata una soluzione binazionale. per questo primo progetto non avremo aiuti internazionali, le due nazioni dovranno investire nella stessa misura, dollaro per dollaro: si dovrà trattare di un monumento comune alle nostre stupidità passate, alle nostre idiozie. Perché tutti sanno ormai che quando un bel giorno il trattato di pace sarà realtà, il popolo palestinese avrà molto meno di quello che avrebbe potuto avere 55 anni fa, 5 guerre fa, 150 mila morti fa, i loro morti e i nostri morti. Se solo la dirigenza palestinese nel 1947-48 fosse stata meno fanatica e categorica e più propensa al compromesso, se solo avesse accettato la risoluzione Onu di spartizione nel novembre del 1947! Ma anche la dirigenza israeliana parteciperà a questo monumento alla stupidità, dal momento che noi israeliani avremmo potuto fare un affare molto migliore, più soddisfacente, dimostrandoci meno arroganti, meno intossicati dal potere, meno egoisti e rozzi, dopo la nostra grande vittoria militare del 1967. E così, le due nazioni dovranno fare un bel po' di introspezione, in cerca delle vicendevoli fesserie del passato. Peraltro, la buona notizia è che il blocco cognitivo è superato. A tentare un referendum quest'oggi, un sondaggio d'opinione fra il Mediterraneo e il Giordano, che chiedesse a ogni individuo - a prescindere dalla religione, dal censo, dalle tendenze politiche, dal passaporto o dall'assenza di passaporto - non la formula di una equa soluzione, non quello che gli piacerebbe vedere, ma quello che pensa succederà alla fin fine, posso immaginare che un 80% direbbe: "Una spartizione e una soluzione binazionale". Alcuni aggiungerebbero subito: "E sarà la fine di tutto, sarà un'ingiustizia tremenda!". Su entrambi i fronti, alcuni direbbero così. Ma, se non altro, la maggioranza dei popoli ora lo sa. La buona notizia è, credo, che tanto il popolo ebraico israeliano quanto quello arabo palestinese sono più avanti dei loro leader, per la prima volta in cent'anni. Quando alla fine un leader visionario salterà su a dire: "Ecco! E' fatta! Isogni biblici, chiunque è libero di continuare a covarli, i sogni del pre '47, del post '67, continuate pure a fantasticare quanto vi pare, l'immaginazione non è censurabile. Ma la realtà corre più o meno lungo i confini del 1967"; prendere o lasciare qualche ettaro qui e là, con un mutuo accordo; e una formula aperta per i luoghi santi, perché in questo caso solo un accordo elastico potrà funzionare. Nel momento in cui i leader di entrambi i fronti saranno pronti a dichiarare questo, troveranno due popoli tristemente pronti ad ascoltarli. Non con gioia, ma pronti. Più pronti che mai. Diventati tali nel modo più doloroso e cruento, ma pronti.

Vorrei dire un'ultima cosa. Che cosa potete fare? Che cosa possono fare gli opinionisti? Tutti voi europei? Che cosa può fare il mondo esterno, a parte scuotere il capo e aggiungere "terribile!"? Ebbene, due, forse, tre cose. In primo luogo, i vostri esperti in tutta Europa hanno la deprecabile abitudine di puntare il dito come un'arcigna istitutrice vittoriana in una direzione o nell'altra: "Non vi vergognate?". Troppo spesso trovo sui giornali dei paesi europei cose tremende, vuoi a proposito di Israele vuoi a proposito degli arabi e dell'islam. Cose corrive, meschine, supponenti. Intendo dire, non sono più un europeo in nessun senso, eccetto per il dolore dei miei genitori e antenati, che mi hanno trasmesso nel codice genetico questo amore non corrisposto per l'Europa. Ma non sono più europeo. Se però lo fossi, starei bene attento a non puntare il dito contro nulla e nessuno. Invece di far questo apostrofando ingiuriosamente Israele o i palestinesi, per favore fate tutto quel che potete per aiutare entrambe le parti, perché tutte e due sono in procinto di prendere la più tormentosa decisione della loro storia. Gli israeliani ritirandosi dai territori occupati, smantellando gran parte degli insediamenti, il che determinerà una contrazione dell'immagine di sé e provocherà una grave crisi interna. Essi correranno inoltre gravi rischi, non da parte della Palestina, ma da futuri poteri estremisti arabi che potranno un giorno usare il territorio palestinese per lanciare attacchi contro Israele che, dopo il ritiro, sarà ridotto a una striscia di 12 chilometri. Questo significherà che il confine del futuro stato palestinese si troverà a circa 7 chilometri dal nostro unico aeroporto internazionale. I due terzi della popolazione israeliana si troveranno in un raggio di 20 chilometri dal confine con la Palestina. Gerusalemme sarà sul confine. Non è una decisione facile da prendere per gli israeliani, eppure dovranno prenderla. I palestinesi dal canto loro dovranno sacrificare parti che erano loro prima del '48, e questo farà male. Addio Haifa, addio Giaffa, addio Beer Sheva, e molte altre cittadine e villaggi che erano della Palestina. Questo brucerà da morire.
A voi europei tocca riservare ogni ocia di aiuto e solidarietà a questi due pazienti, sin d'ora. Non dovete più scegliere tra essere pro-Israele o pro-Palestina. Dovete essere per la pace.

Israele e Palestina: fra diritto e diritto, Amos Oz (I)

da "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2002)

Una delle cose che rendono il conflitto israelo-palestinese particolarmente grave, è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l'ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l'ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. A rigore, due vittime dovrebbero manifestare d'istinto un senso di solidarietà tra loro. Così succede nelle poesie di Bertolt Brecht, ad esempio. Nella sua opera, vittime diverse sviluppano d'istinto una solidarietà reciproca, diventano fratelli e marciano insieme verso le barricate, cantando le canzoni dell'autore. Ma nella vita reale, come immagino qualcuno tra voi sappia per esperienza, nella vita vera alcuni fra i più aspri conflitti vedono in campo due vittime dello stesso oppressore. Non è detto che due figli di un medesimo crudele genitore si amino a vicenda. Il più delle volte, invece, ciascuno vede nell'altro l'immagine dell'odiato genitore. Vi sto dunque per dire che è proprio questo il caso del conflitto fra ebrei e arabi, non soltanto Israele e Palestina, bensì ebrei e arabi. Guardando l'altro, entrambe le parti vedono l'immagine dell'oppressore di un tempo. Spessissimo, leggendo di letteratura araba contemporanea, non in tutta - debbo inoltre ammettere che sfortunatamente non conosco l'arabo, e dunque sono costretto a leggere traduzioni - non ovunque, ma molto sovente trovo che l'ebreo, in particolare l'ebreo israeliano, è dipinto come un'estensione dell'Europa del passato: bianca, sofisticata, tirannica, colonizzatrice, crudele, senza cuore. Sono colonizzatori, venuti ancora una volta in Medio Oriente, ora sotto spoglie di sionisti, ma venuti per opprimere, colonizzare e sfruttare. Sono sempre gli stessi - li conosciamo. Molto spesso gli arabi, persino gli scrittori arabi più sensibili, mancano di guardarci per quello che siamo, noi ebrei israeliani: un gruppo sparuto di sopravvissuti e profughi mezzi isterici, braccati da terribili incubi, traumatizzati non solo dall'Europa ma anche dal modo in cui siamo stati trattati nei paesi arabi e islamici. Metà della popolazione israeliana consiste in gente che è stata messa fuori a calci dai paesi arabi e islamici. Israele è di fatto un immenso campo profughi per ebrei. Metà di noi sono ebrei profughi dei paesi arabi, ma gli arabi non ci vedono come tali, ci considerano la longa manus del colonialismo. Parimenti noi, ebrei israeliani, non consideriamo gli arabi, nello specifico i palestinesi, per quello che sono, e cioè vittime di secoli di oppressione, sfruttamento, colonialismo e umiliazione. E invece li vediamo come dei cosacchi da pogrom, dei nazisti con i baffi, abbronzati e con indosso la kefijah. Ma sempre gli stessi, ansiosi di tagliar la gola agli ebrei per puro spasso. In breve, sono i nostri carnefici di sempre. A questo proposito vige su entrambi i fronti una profonda ignoranza: non di carattere politico, su scopi e obiettivi, ma relativa al vissuto di traumi che le due vittime hanno subìto.