Domenico aveva avuto ragione a credere che questa visita a Roma avrebbe lasciato a suo figlio un ricordo duraturo. La decisione di Salvatore, non appena fu in grado di tradurre le sue impressioni in termini di volontà e intenzione, fu questa: non mi occuperò mai di politica, non rischierò mai il carcere per i miei principi, non darò mai la salute, e tanto meno la vita, per quello in cui credo. Alla fine saremo tutti alla mercé dei nostri corpi, ma almeno fatemi capire quello che ad essi accade.
La vista delle lacrime di suo padre mentre tornavano a piedi alla stazione fu anch'essa sgradevole per Salvatore. Esitava ad ammettere a se stesso che, al momento, era più vecchio del suo genitore, e si vergognò del fatto che non avevano nemmeno un fazzoletto tra tutti e due. C'era stato un tovagliolo, ma era rimasto col paniere e i doni indesiderati alla Clinica Quisisana. Da ultimo si fermarono davanti a una botteguccia, e Domenico, ancora molto commosso, mandò suo figlio, da solo, a chiedere un fazzoletto. L'uomo dietro il banco gli disse che doveva comperarne tre, che si vendevano solo in pacchi da tre. Salvatore gli si piantò davanti, occupando solidamente il suo terreno. "A mio padre ne serve solo uno. Dovete vendergli quello che gli serve". Il bottegaio si portò la mano all'orecchio, facendo finta di non capire. Salvatore ripetè quello che aveva detto in chiaro italiano. "E' la legge", aggiunse. Pagò un fazzoletto solo e contò il resto con una cura offensiva. Quel pomeriggio decise che non appena possibile non avrebbe più avuto dipendenze affettive nei confronti di nessuno.
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giovedì 24 novembre 2011
Innocenza, di Penelope Fitzgerald
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martedì 12 luglio 2011
"Scrivere dell'universo è difficile...", Sergej Dovlatov
Da "La marcia dei solitari" di Sergej Dovlatov (Sellerio, 2006)
Scrivere dell'universo è difficile. Immaginarselo è impossibile. Perché l'universo è l'assenza, è il nulla...
Ricordo bene il giorno del trionfo di Gagarin.
Noi, studenti dell'Università di Leningrado, camminavamo per il Nevskij Prospekt. Agitavamo degli striscioni fatti a mano. Gridavamo qualcosa infervorati. Solo il mio amico, il famoso bagarino Beluga, ripeteva caustico:
"Esultate, cafoni! La dinamo è nello spazio!"
"Dinamo" nel linguaggio della mala significa "grande truffa". Per di più con una sfumatura di modesta ricercatezza.
Evidentemente Beluga prima degli altri aveva percepito l'arrivo di una grandiosa campagna pubblicitaria. Aveva intravisto i primi trucchi del bluff spaziale sovietico...
Gagarin aveva un viso di rara gradevolezza.L'hanno insignito, consacrato e magnificato. L'hanno trasformato in un simbolo animato. In un sorridente idea politica.
Ma ogni tanto Gagarin diventava un essere umano. E allora si sbronzava. Evidentemente non voleva essere un'idea. E beveva sempre di più.
Prima ha avuto un incidente di macchina. Sul suo viso, che continuava ad essere un bene pubblico, è comparsa una profonda cicatrice.
Poi Gagarin ha fregato un aereo e si è schiantato definitivamente...
L'era spaziale continuava. Di idee volanti ne sono comparse sempre di più. Per i loro innumeri ritratti le mura del Cremlino non bastavano.
Il novero degli astronauti cresceva sempre di più. E hanno messo su la loro squadra di calcio...
Poi è accaduta una tragedia. Sono morti alcuni astronauti (non ricordo se tre o quattro). E' stato un giorno di lutto e tristezza. Mia figlia mi aveva chiesto:
"Ma tu, perché non piangi?"
Avevo risposto:
"Piangono quelli che li conoscevano. Per me erano idee volanti. Non posso piangere per la morte di un'idea".
Sono passati molti anni. Nello spazio, a turno, volavano tutti i democratici popolari: un vietnamita, un bulgaro, un polacco...
Ad essere onesti, ho smesso di interessarmi a queste faccende. Da tempo non mi interesso più di propaganda. Da tempo cerco di farmi guidare dalle mie idee e non da quelle degli altri...
E all'improvviso siamo venuti a sapere dello shuttle (lo si può considerare un autobus spaziale. Un taxi cosmico a itinerario fisso).
La navicella è rientrata sulla terra. Ha riportato i milioni che erano stati investiti. Ha riportato quelle meravigliose apparecchiature. Ha riportato le persone.
Leggendo le notizie sui giornali, noi non pensiamo alle idee che volano nello spazio. Pensiamo agli stabilimenti spaziali. Al turismo cosmico. Cioè al futuro nello spazio.
Ci convinciamo che l'umanità abbia un posto dove andare, dove volare, a cui anelare. Così, se anche l'Occidente cederà ai Soviet, continuerà ad esserci un posto dove si potrà emigrare...
Scrivere dell'universo è difficile. Immaginarselo è impossibile. Perché l'universo è l'assenza, è il nulla...
Ricordo bene il giorno del trionfo di Gagarin.
Noi, studenti dell'Università di Leningrado, camminavamo per il Nevskij Prospekt. Agitavamo degli striscioni fatti a mano. Gridavamo qualcosa infervorati. Solo il mio amico, il famoso bagarino Beluga, ripeteva caustico:
"Esultate, cafoni! La dinamo è nello spazio!"
"Dinamo" nel linguaggio della mala significa "grande truffa". Per di più con una sfumatura di modesta ricercatezza.
Evidentemente Beluga prima degli altri aveva percepito l'arrivo di una grandiosa campagna pubblicitaria. Aveva intravisto i primi trucchi del bluff spaziale sovietico...
Gagarin aveva un viso di rara gradevolezza.L'hanno insignito, consacrato e magnificato. L'hanno trasformato in un simbolo animato. In un sorridente idea politica.
Ma ogni tanto Gagarin diventava un essere umano. E allora si sbronzava. Evidentemente non voleva essere un'idea. E beveva sempre di più.
Prima ha avuto un incidente di macchina. Sul suo viso, che continuava ad essere un bene pubblico, è comparsa una profonda cicatrice.
Poi Gagarin ha fregato un aereo e si è schiantato definitivamente...
L'era spaziale continuava. Di idee volanti ne sono comparse sempre di più. Per i loro innumeri ritratti le mura del Cremlino non bastavano.
Il novero degli astronauti cresceva sempre di più. E hanno messo su la loro squadra di calcio...
Poi è accaduta una tragedia. Sono morti alcuni astronauti (non ricordo se tre o quattro). E' stato un giorno di lutto e tristezza. Mia figlia mi aveva chiesto:
"Ma tu, perché non piangi?"
Avevo risposto:
"Piangono quelli che li conoscevano. Per me erano idee volanti. Non posso piangere per la morte di un'idea".
Sono passati molti anni. Nello spazio, a turno, volavano tutti i democratici popolari: un vietnamita, un bulgaro, un polacco...
Ad essere onesti, ho smesso di interessarmi a queste faccende. Da tempo non mi interesso più di propaganda. Da tempo cerco di farmi guidare dalle mie idee e non da quelle degli altri...
E all'improvviso siamo venuti a sapere dello shuttle (lo si può considerare un autobus spaziale. Un taxi cosmico a itinerario fisso).
La navicella è rientrata sulla terra. Ha riportato i milioni che erano stati investiti. Ha riportato quelle meravigliose apparecchiature. Ha riportato le persone.
Leggendo le notizie sui giornali, noi non pensiamo alle idee che volano nello spazio. Pensiamo agli stabilimenti spaziali. Al turismo cosmico. Cioè al futuro nello spazio.
Ci convinciamo che l'umanità abbia un posto dove andare, dove volare, a cui anelare. Così, se anche l'Occidente cederà ai Soviet, continuerà ad esserci un posto dove si potrà emigrare...
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mercoledì 1 giugno 2011
Tommaso Landolfi, "Settimana di sole"
Da "Dialogo dei massimi sistemi" (Adelphi, 1996)
(...)
Nel tardo pomeriggio sono sceso in giardino, c'era una luce dorata d'autunno, e qui ho potuto assistere alla lotta di un bruco e d'una fosforina, in mezzo a foglie d'un verde violento. Non proprio una lotta: la fosforina, dolce e delicata, andava per i fatti suoi e vidi benissimo che fu il bruco ad assalirla; come anche capii subito che avrebbe dovuto soccombere. Il bruco era giallastro, grosso come un pollice, molle e setoloso; la fosforina ombrava tremava e faceva per fuggire, e sempre il bruco le era sopra, guardandola in volto con quei suoi occhi senza luce, tanto che la sola sua presenza tolse alla fosforina ogni forza. Così appunto mio padre, ai bei tempi, mi guardava, e mi girava attorno, se distoglievo la testa, per guardarmi in volto di nuovo, e la sua faccia e i suoi occhi m'erano tanto antipatici, che faceva di me ciò che voleva. E così ha ottenuto sottomissione il bruco dalla fosforina di modo che ha potuto presto lasciarne la spoglia vuota di sangue e allontanarsi con un movimento d'esofago: l'esofago di uno che vomita. Son tornato di sopra disgustato, ho spalancata la finestra della mia camera, la finestra sul giardino, e ho sputato, poi ho orinato, sugli alberi, sulle foglie arrossate, contro il sole: il sole dorava lo zampillo d'orina sfrangiandolo di spruzzi prima che si posasse. "O sole", ho gridato, "sole che mi rimproveri e mi tormenti, sole facciamelensa, indora a tuo piacere, come cavolfiori, le cime delle montagne e i crisantemi dei morti: non uscirò e non farò nulla. Sole che non maturi la ragazzina, che spingi i bruchi ad assalire le fosforine, sole, possa tu per sempre affondare friggendo nel mare come un tizzo spento nella lavatura dei piatti!...". Cioè, avrei voluto, gridare. Stiamo zitti per paura di peggio. Infatti, al solo pensare questa tirata, ho visto il sole, che stava per tramontare, guardarmi un momento come mio padre e poi, essendomi io volto verso oriente inorridito, l'ho visto che si spostava da quella parte per guardarmi ancora. Infine, come Dio ha voluto, è tramontato. Ella era partita, il sole era tramontato: la sera era mia.
(...)
22 ott.
Le nuvole sono arrivate più presto di quanto non credessi: stamane svegliandomi ho visto che tutto il cielo era grigio; del sole neppur l'ombra e c'era un'aria densa e immobile, un silenzio ovattato e profondo. Di queste giornate in casa non si cammina, si nuota: nel mare di fuori chi si avventurerebbe? A proposito, son riuscito ad acchiappare due piccoli silenzi, due silenziotti: hanno una peluria soffice e sono un po' più scuri della madre. Dopo tutto non me la sento più col silenzio, li ho lasciati liberi e loro sono corsi in un angolo della cucina. In soffitta ho scavato, ho scavato e sempre niente. Mah!... ormai sono calmo e contento: "nuoto d'autunno cuore in pace" dice il proverbio che ho inventato in questa occasione.
(...)
Nel tardo pomeriggio sono sceso in giardino, c'era una luce dorata d'autunno, e qui ho potuto assistere alla lotta di un bruco e d'una fosforina, in mezzo a foglie d'un verde violento. Non proprio una lotta: la fosforina, dolce e delicata, andava per i fatti suoi e vidi benissimo che fu il bruco ad assalirla; come anche capii subito che avrebbe dovuto soccombere. Il bruco era giallastro, grosso come un pollice, molle e setoloso; la fosforina ombrava tremava e faceva per fuggire, e sempre il bruco le era sopra, guardandola in volto con quei suoi occhi senza luce, tanto che la sola sua presenza tolse alla fosforina ogni forza. Così appunto mio padre, ai bei tempi, mi guardava, e mi girava attorno, se distoglievo la testa, per guardarmi in volto di nuovo, e la sua faccia e i suoi occhi m'erano tanto antipatici, che faceva di me ciò che voleva. E così ha ottenuto sottomissione il bruco dalla fosforina di modo che ha potuto presto lasciarne la spoglia vuota di sangue e allontanarsi con un movimento d'esofago: l'esofago di uno che vomita. Son tornato di sopra disgustato, ho spalancata la finestra della mia camera, la finestra sul giardino, e ho sputato, poi ho orinato, sugli alberi, sulle foglie arrossate, contro il sole: il sole dorava lo zampillo d'orina sfrangiandolo di spruzzi prima che si posasse. "O sole", ho gridato, "sole che mi rimproveri e mi tormenti, sole facciamelensa, indora a tuo piacere, come cavolfiori, le cime delle montagne e i crisantemi dei morti: non uscirò e non farò nulla. Sole che non maturi la ragazzina, che spingi i bruchi ad assalire le fosforine, sole, possa tu per sempre affondare friggendo nel mare come un tizzo spento nella lavatura dei piatti!...". Cioè, avrei voluto, gridare. Stiamo zitti per paura di peggio. Infatti, al solo pensare questa tirata, ho visto il sole, che stava per tramontare, guardarmi un momento come mio padre e poi, essendomi io volto verso oriente inorridito, l'ho visto che si spostava da quella parte per guardarmi ancora. Infine, come Dio ha voluto, è tramontato. Ella era partita, il sole era tramontato: la sera era mia.
(...)
22 ott.
Le nuvole sono arrivate più presto di quanto non credessi: stamane svegliandomi ho visto che tutto il cielo era grigio; del sole neppur l'ombra e c'era un'aria densa e immobile, un silenzio ovattato e profondo. Di queste giornate in casa non si cammina, si nuota: nel mare di fuori chi si avventurerebbe? A proposito, son riuscito ad acchiappare due piccoli silenzi, due silenziotti: hanno una peluria soffice e sono un po' più scuri della madre. Dopo tutto non me la sento più col silenzio, li ho lasciati liberi e loro sono corsi in un angolo della cucina. In soffitta ho scavato, ho scavato e sempre niente. Mah!... ormai sono calmo e contento: "nuoto d'autunno cuore in pace" dice il proverbio che ho inventato in questa occasione.
sabato 7 maggio 2011
Celebrazioni per un tempo finito, Giuseppe Genna (II)
Da "Assalto a un tempo devastato e vile", 2001
Io non credo a nulla, perciò tutto è possibile per me. La falsa vita, con cui hanno creduto di nascondermi l’autentica sopravvivenza colla quale devo fare i conti quotidianamente, non esercita alcun fastidio né credito su di me. Sono disposto ad abbandonarla subito, purché mi venga garantita la possibilità di sputare in faccia ai Maggiordomi di ogni latitudine ed estrazione. Io sono un proletario arrabbiato che non solo non possiede i mezzi della produzione, ma neppure desidera una simile sciagura. Non voglio lavorare ad altro se non alla costruzione di stati estremi di fedeltà a me stesso, al mondo che sogno e alle persone che amo. Ho imparato a diffidare persino dei miei più intimi desideri. Figuriamoci se non dubito del sorriso mezzo scettico degli ultimi arrivati.
(...)
Siamo macchiette messe a friggere nell'olio di riuso del grottesco. La puzza di comico che aleggia intorno a noi è stomachevole. Non si ride quando si è nauseati. Il principio di regalità che tutela i Prìncipi dei poveri è questo: si tratta di una realtà troppo dura e probabile, per riderne a cuor leggero. Noi, con i fantasmi di chi è stato ai nostri tavoli per stringere bicchieri simili a quelli da cui bevevamo, accerchiamo questa indifferenza stanca, proprio come la cattiva coscienza assedia la pratica leggera delle virtù.
Prima del grande sbando, il cui inizio il mio amico colloca all'incirca dopo il disastro di Ustica, noi siamo stati felici. Abbiamo acquistato la consapevolezza delle nostre infelicità e per questo eravamo superiori a tutti: eravamo supremi. Il sordido anonimato in cui consumavamo le nostre misere esistenze non ha nulla del bando di esilio che ci è stato silenziosamente comminato negli anni Ottanta e in questo ultimo, disastrato decennio. Ci siamo sciacquati le parti intime con i liquidi che grondavano dal banchetto a cui si è abbuffato il Paese. Abbiamo visto seccarsi l'altrui acquolina sulle labbra sempre più tirate e cadaveriche dei volti rapaci, fino a quei grumi secchi di saliva agli angoli della bocca di Arnaldo Forlani al processo per Tangentopoli. E mentre noi stiamo vivendo con una salute sorretta dalla pura volontà, sono i corpi dei Maggiordomi a entrare in putrefazione prima ancora di essere colti da morte certa: vedere queste sagome malate e prossime al collasso affacciarsi dai teleschermi ci lascia in bocca il dolce sapore di una vendetta del tutto naturale, e il gusto amaro che nuove marionette sono pronte a calcare il minuscolo palcoscenico dei nostri squassi.
Io non credo a nulla, perciò tutto è possibile per me. La falsa vita, con cui hanno creduto di nascondermi l’autentica sopravvivenza colla quale devo fare i conti quotidianamente, non esercita alcun fastidio né credito su di me. Sono disposto ad abbandonarla subito, purché mi venga garantita la possibilità di sputare in faccia ai Maggiordomi di ogni latitudine ed estrazione. Io sono un proletario arrabbiato che non solo non possiede i mezzi della produzione, ma neppure desidera una simile sciagura. Non voglio lavorare ad altro se non alla costruzione di stati estremi di fedeltà a me stesso, al mondo che sogno e alle persone che amo. Ho imparato a diffidare persino dei miei più intimi desideri. Figuriamoci se non dubito del sorriso mezzo scettico degli ultimi arrivati.
(...)
Siamo macchiette messe a friggere nell'olio di riuso del grottesco. La puzza di comico che aleggia intorno a noi è stomachevole. Non si ride quando si è nauseati. Il principio di regalità che tutela i Prìncipi dei poveri è questo: si tratta di una realtà troppo dura e probabile, per riderne a cuor leggero. Noi, con i fantasmi di chi è stato ai nostri tavoli per stringere bicchieri simili a quelli da cui bevevamo, accerchiamo questa indifferenza stanca, proprio come la cattiva coscienza assedia la pratica leggera delle virtù.
Prima del grande sbando, il cui inizio il mio amico colloca all'incirca dopo il disastro di Ustica, noi siamo stati felici. Abbiamo acquistato la consapevolezza delle nostre infelicità e per questo eravamo superiori a tutti: eravamo supremi. Il sordido anonimato in cui consumavamo le nostre misere esistenze non ha nulla del bando di esilio che ci è stato silenziosamente comminato negli anni Ottanta e in questo ultimo, disastrato decennio. Ci siamo sciacquati le parti intime con i liquidi che grondavano dal banchetto a cui si è abbuffato il Paese. Abbiamo visto seccarsi l'altrui acquolina sulle labbra sempre più tirate e cadaveriche dei volti rapaci, fino a quei grumi secchi di saliva agli angoli della bocca di Arnaldo Forlani al processo per Tangentopoli. E mentre noi stiamo vivendo con una salute sorretta dalla pura volontà, sono i corpi dei Maggiordomi a entrare in putrefazione prima ancora di essere colti da morte certa: vedere queste sagome malate e prossime al collasso affacciarsi dai teleschermi ci lascia in bocca il dolce sapore di una vendetta del tutto naturale, e il gusto amaro che nuove marionette sono pronte a calcare il minuscolo palcoscenico dei nostri squassi.
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Celebrazioni per un tempo finito, Giuseppe Genna (I)
Da "Assalto a un tempo devastato e vile", 2001
(...) L'Italia di questo trentennio è, alla stregua di Israele, un territorio dove una tradizione spirituale constata i danni causati da se stessa misurando tassi di crescita di ateismo, nonchalance esistenziale e vago sentore di un fumoso avvenire postmortem tra quelli che una volta venivano annoverati nel gregge dei fedeli - e oggi tradiscono, senza coscienza o disprezzo verso se stessi e il mondo.
Non so se l'idea viene resa con semplicità da questa immagine: è stato come affogare in una vasca mentre il condominio è in fiamme. Sostenere le ragioni di un senso della trascendenza in un regime ex religioso che si sta fottendo di ogni senso, bellamente, ha questa tragicità ironica che marchia dolorosamente una vita intera.
Tuttavia non dispero. In metropolitana o sui bagnasciuga rivieraschi, osservo trionfare i prodotti che hanno ereditato in epoca laica la forma, lo stile e la promessa delle grandi letterature religiose: i gialli - e anche la fantascienza. Sono le manifestazioni più recenti dell'attesa protratta e dell'immersione nell'improbabile che ogni evasione fideistica ha puntualmente concesso allo stormo dei suoi fedeli. E l'immancabile scontro che il potere religioso ha dovuto affrontare con l'istanza terrena e statale, oggi, assume le fogge di un grande, sterminato segreto, intorno a cui il gioco tra dissimulazione e rovesciamento della verità ha raggiunto dimensioni mai sperimentate: quelle dell'intero pianeta. Il segreto domina questo mondo, in primo luogo come segreto del dominio. Dalle reti di promozione-controllo si passa impercettibilmente a quelle di sorveglianza-disinformazione. Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi, cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.
Ora, è difficile stabilire, mentre si procede lenti verso la macellazione, se a questo punto è meglio vantare la propria condizione di bovini o quella di condannati a morte certa e imminente. Probabilmente, reclamando la legittimità di entrambi gli statuti, diviene più importante che mai l'esistenza di un dio - certo e imminente. E si potrebbe dare il caso che il macellaio inizi a porre fede nella sacertà delle vacche.
Così, credere di dovere opporre una fede malcerta e non propria all'abbandono della stessa fede da parte di nuovi candidati alla miscredenza: ecco una buona ginnastica che preserva lo spirito dagli smottamenti e dai falsi dubbi. Per ogni pensiero come questo - è certo - c'è un macellaio che sta preparando il chiodo.
(...) L'Italia di questo trentennio è, alla stregua di Israele, un territorio dove una tradizione spirituale constata i danni causati da se stessa misurando tassi di crescita di ateismo, nonchalance esistenziale e vago sentore di un fumoso avvenire postmortem tra quelli che una volta venivano annoverati nel gregge dei fedeli - e oggi tradiscono, senza coscienza o disprezzo verso se stessi e il mondo.
Non so se l'idea viene resa con semplicità da questa immagine: è stato come affogare in una vasca mentre il condominio è in fiamme. Sostenere le ragioni di un senso della trascendenza in un regime ex religioso che si sta fottendo di ogni senso, bellamente, ha questa tragicità ironica che marchia dolorosamente una vita intera.
Tuttavia non dispero. In metropolitana o sui bagnasciuga rivieraschi, osservo trionfare i prodotti che hanno ereditato in epoca laica la forma, lo stile e la promessa delle grandi letterature religiose: i gialli - e anche la fantascienza. Sono le manifestazioni più recenti dell'attesa protratta e dell'immersione nell'improbabile che ogni evasione fideistica ha puntualmente concesso allo stormo dei suoi fedeli. E l'immancabile scontro che il potere religioso ha dovuto affrontare con l'istanza terrena e statale, oggi, assume le fogge di un grande, sterminato segreto, intorno a cui il gioco tra dissimulazione e rovesciamento della verità ha raggiunto dimensioni mai sperimentate: quelle dell'intero pianeta. Il segreto domina questo mondo, in primo luogo come segreto del dominio. Dalle reti di promozione-controllo si passa impercettibilmente a quelle di sorveglianza-disinformazione. Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi, cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.
Ora, è difficile stabilire, mentre si procede lenti verso la macellazione, se a questo punto è meglio vantare la propria condizione di bovini o quella di condannati a morte certa e imminente. Probabilmente, reclamando la legittimità di entrambi gli statuti, diviene più importante che mai l'esistenza di un dio - certo e imminente. E si potrebbe dare il caso che il macellaio inizi a porre fede nella sacertà delle vacche.
Così, credere di dovere opporre una fede malcerta e non propria all'abbandono della stessa fede da parte di nuovi candidati alla miscredenza: ecco una buona ginnastica che preserva lo spirito dagli smottamenti e dai falsi dubbi. Per ogni pensiero come questo - è certo - c'è un macellaio che sta preparando il chiodo.
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domenica 1 maggio 2011
Israele e Palestina: fra diritto e diritto, Amos Oz (II)
da "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2002)
Esiste, più urgente della questione dei confini e di quella dei luoghi santi, più urgente di ogni altra questione, la tragedia dei profughi palestinesi del 1948. Quella gente che perse la propria casa e in alcuni casi la terra natia, e che durante la Guerra d'Indipendenza di Israele nel 1948 perse tutto. C'è il più totale disaccordo su chi addossare la colpa per questa tragedia. Secondo alcuni storici israeliani di oggi, è responsabile Israele. Suppongo che nel giro di qualche anno, e spero di esserci ancora quel giorno, alcuni storici arabi arriveranno a rinfacciare ai propri governi questa vergogna. Ma a prescindere dalle definitive responsabilità, la questione è urgente, nell'immediato. Ogni profugo palestinese, senza casa, senza lavoro e senza paese, dovrebbe ottenere una casa, un lavoro, un passaporto. Israele non può accogliere questa gente, per lo meno non in grandi numeri. Se lo facesse, non sarebbe più Israele. Tuttavia Israele dovrebbe essere partecipe della soluzione nel fornire risorse che permettano di aiutare questi profughi a reinsediarsi nelle zone palestinesi. Israele dovrebbe inoltre ammettere una parte di responsabilità nella tragedia. La percentuale di responsabilità è questione d'ordine accademico, e probabilmente molto soggettiva, ma una parte di responsabilità appartiene a Israele. L'altra alla leadership palestinese del 1947 e ai governi arabi del 1948. Israele è tenuto a collaborare al reinsediamento dei profughi nella futura Palestina, vale a dire Cisgiordania e Gaza, o altrove. Naturalmente Israele ha tutti i diritti di avanzare la questione del milione di ebrei profughi dai paesi arabi, che hanno perduto anche loro la casa e i beni, a seguito della guerra del 1948. Questi ebrei non vogliono tornare nei paesi arabi. Ma vi hanno lasciato tutto ciò che possedevano. Dall'Iraq, Siria, Yemen, Egitto, Nord Africa, Iran, Libano, sono stati respinti, a volte cacciati via con la forza. Tutto questo merita attenzione. Se io fossi il primo ministro d'Israele non firmerei nessun accordo di pace che non contemplasse una soluzione per i profughi palestinesi, vale a dire il loro reinsediamento nello stato di Palestina. Perché ogni risoluzione che ignorasse tale questione, sarebbe una bomba a orologeria. Non solo per ragioni morali, ma anche per la sicurezza stessa di Israele, questo problema umano e nazionale deve trovare una soluzione nel contesto immediato del processo di pace. Per fortuna non stiamo parlando dell'Africa o dell'India. Stiamo parlando di poche centinaia di migliaia di case e posti di lavoro. Non tutti i profughi palestinesi sono senza casa e senza un paese, al momento. Ma quanto a quelli che vivono ancora così, in condizioni disumane nei campi profughi - il loro problema è anche il mio. Se non c'è soluzione per questa gente, Israele non avrà pace e serenità, anche in presenza di un accordo con il vicino. Voglio poi proporre che il primo progetto comune fra ebrei israeliani e arabi palestinesi s'avvii non appena sarà conclusa la pratica di divorzio e si sia realizzata una soluzione binazionale. per questo primo progetto non avremo aiuti internazionali, le due nazioni dovranno investire nella stessa misura, dollaro per dollaro: si dovrà trattare di un monumento comune alle nostre stupidità passate, alle nostre idiozie. Perché tutti sanno ormai che quando un bel giorno il trattato di pace sarà realtà, il popolo palestinese avrà molto meno di quello che avrebbe potuto avere 55 anni fa, 5 guerre fa, 150 mila morti fa, i loro morti e i nostri morti. Se solo la dirigenza palestinese nel 1947-48 fosse stata meno fanatica e categorica e più propensa al compromesso, se solo avesse accettato la risoluzione Onu di spartizione nel novembre del 1947! Ma anche la dirigenza israeliana parteciperà a questo monumento alla stupidità, dal momento che noi israeliani avremmo potuto fare un affare molto migliore, più soddisfacente, dimostrandoci meno arroganti, meno intossicati dal potere, meno egoisti e rozzi, dopo la nostra grande vittoria militare del 1967. E così, le due nazioni dovranno fare un bel po' di introspezione, in cerca delle vicendevoli fesserie del passato. Peraltro, la buona notizia è che il blocco cognitivo è superato. A tentare un referendum quest'oggi, un sondaggio d'opinione fra il Mediterraneo e il Giordano, che chiedesse a ogni individuo - a prescindere dalla religione, dal censo, dalle tendenze politiche, dal passaporto o dall'assenza di passaporto - non la formula di una equa soluzione, non quello che gli piacerebbe vedere, ma quello che pensa succederà alla fin fine, posso immaginare che un 80% direbbe: "Una spartizione e una soluzione binazionale". Alcuni aggiungerebbero subito: "E sarà la fine di tutto, sarà un'ingiustizia tremenda!". Su entrambi i fronti, alcuni direbbero così. Ma, se non altro, la maggioranza dei popoli ora lo sa. La buona notizia è, credo, che tanto il popolo ebraico israeliano quanto quello arabo palestinese sono più avanti dei loro leader, per la prima volta in cent'anni. Quando alla fine un leader visionario salterà su a dire: "Ecco! E' fatta! Isogni biblici, chiunque è libero di continuare a covarli, i sogni del pre '47, del post '67, continuate pure a fantasticare quanto vi pare, l'immaginazione non è censurabile. Ma la realtà corre più o meno lungo i confini del 1967"; prendere o lasciare qualche ettaro qui e là, con un mutuo accordo; e una formula aperta per i luoghi santi, perché in questo caso solo un accordo elastico potrà funzionare. Nel momento in cui i leader di entrambi i fronti saranno pronti a dichiarare questo, troveranno due popoli tristemente pronti ad ascoltarli. Non con gioia, ma pronti. Più pronti che mai. Diventati tali nel modo più doloroso e cruento, ma pronti.
Vorrei dire un'ultima cosa. Che cosa potete fare? Che cosa possono fare gli opinionisti? Tutti voi europei? Che cosa può fare il mondo esterno, a parte scuotere il capo e aggiungere "terribile!"? Ebbene, due, forse, tre cose. In primo luogo, i vostri esperti in tutta Europa hanno la deprecabile abitudine di puntare il dito come un'arcigna istitutrice vittoriana in una direzione o nell'altra: "Non vi vergognate?". Troppo spesso trovo sui giornali dei paesi europei cose tremende, vuoi a proposito di Israele vuoi a proposito degli arabi e dell'islam. Cose corrive, meschine, supponenti. Intendo dire, non sono più un europeo in nessun senso, eccetto per il dolore dei miei genitori e antenati, che mi hanno trasmesso nel codice genetico questo amore non corrisposto per l'Europa. Ma non sono più europeo. Se però lo fossi, starei bene attento a non puntare il dito contro nulla e nessuno. Invece di far questo apostrofando ingiuriosamente Israele o i palestinesi, per favore fate tutto quel che potete per aiutare entrambe le parti, perché tutte e due sono in procinto di prendere la più tormentosa decisione della loro storia. Gli israeliani ritirandosi dai territori occupati, smantellando gran parte degli insediamenti, il che determinerà una contrazione dell'immagine di sé e provocherà una grave crisi interna. Essi correranno inoltre gravi rischi, non da parte della Palestina, ma da futuri poteri estremisti arabi che potranno un giorno usare il territorio palestinese per lanciare attacchi contro Israele che, dopo il ritiro, sarà ridotto a una striscia di 12 chilometri. Questo significherà che il confine del futuro stato palestinese si troverà a circa 7 chilometri dal nostro unico aeroporto internazionale. I due terzi della popolazione israeliana si troveranno in un raggio di 20 chilometri dal confine con la Palestina. Gerusalemme sarà sul confine. Non è una decisione facile da prendere per gli israeliani, eppure dovranno prenderla. I palestinesi dal canto loro dovranno sacrificare parti che erano loro prima del '48, e questo farà male. Addio Haifa, addio Giaffa, addio Beer Sheva, e molte altre cittadine e villaggi che erano della Palestina. Questo brucerà da morire.
A voi europei tocca riservare ogni ocia di aiuto e solidarietà a questi due pazienti, sin d'ora. Non dovete più scegliere tra essere pro-Israele o pro-Palestina. Dovete essere per la pace.
Esiste, più urgente della questione dei confini e di quella dei luoghi santi, più urgente di ogni altra questione, la tragedia dei profughi palestinesi del 1948. Quella gente che perse la propria casa e in alcuni casi la terra natia, e che durante la Guerra d'Indipendenza di Israele nel 1948 perse tutto. C'è il più totale disaccordo su chi addossare la colpa per questa tragedia. Secondo alcuni storici israeliani di oggi, è responsabile Israele. Suppongo che nel giro di qualche anno, e spero di esserci ancora quel giorno, alcuni storici arabi arriveranno a rinfacciare ai propri governi questa vergogna. Ma a prescindere dalle definitive responsabilità, la questione è urgente, nell'immediato. Ogni profugo palestinese, senza casa, senza lavoro e senza paese, dovrebbe ottenere una casa, un lavoro, un passaporto. Israele non può accogliere questa gente, per lo meno non in grandi numeri. Se lo facesse, non sarebbe più Israele. Tuttavia Israele dovrebbe essere partecipe della soluzione nel fornire risorse che permettano di aiutare questi profughi a reinsediarsi nelle zone palestinesi. Israele dovrebbe inoltre ammettere una parte di responsabilità nella tragedia. La percentuale di responsabilità è questione d'ordine accademico, e probabilmente molto soggettiva, ma una parte di responsabilità appartiene a Israele. L'altra alla leadership palestinese del 1947 e ai governi arabi del 1948. Israele è tenuto a collaborare al reinsediamento dei profughi nella futura Palestina, vale a dire Cisgiordania e Gaza, o altrove. Naturalmente Israele ha tutti i diritti di avanzare la questione del milione di ebrei profughi dai paesi arabi, che hanno perduto anche loro la casa e i beni, a seguito della guerra del 1948. Questi ebrei non vogliono tornare nei paesi arabi. Ma vi hanno lasciato tutto ciò che possedevano. Dall'Iraq, Siria, Yemen, Egitto, Nord Africa, Iran, Libano, sono stati respinti, a volte cacciati via con la forza. Tutto questo merita attenzione. Se io fossi il primo ministro d'Israele non firmerei nessun accordo di pace che non contemplasse una soluzione per i profughi palestinesi, vale a dire il loro reinsediamento nello stato di Palestina. Perché ogni risoluzione che ignorasse tale questione, sarebbe una bomba a orologeria. Non solo per ragioni morali, ma anche per la sicurezza stessa di Israele, questo problema umano e nazionale deve trovare una soluzione nel contesto immediato del processo di pace. Per fortuna non stiamo parlando dell'Africa o dell'India. Stiamo parlando di poche centinaia di migliaia di case e posti di lavoro. Non tutti i profughi palestinesi sono senza casa e senza un paese, al momento. Ma quanto a quelli che vivono ancora così, in condizioni disumane nei campi profughi - il loro problema è anche il mio. Se non c'è soluzione per questa gente, Israele non avrà pace e serenità, anche in presenza di un accordo con il vicino. Voglio poi proporre che il primo progetto comune fra ebrei israeliani e arabi palestinesi s'avvii non appena sarà conclusa la pratica di divorzio e si sia realizzata una soluzione binazionale. per questo primo progetto non avremo aiuti internazionali, le due nazioni dovranno investire nella stessa misura, dollaro per dollaro: si dovrà trattare di un monumento comune alle nostre stupidità passate, alle nostre idiozie. Perché tutti sanno ormai che quando un bel giorno il trattato di pace sarà realtà, il popolo palestinese avrà molto meno di quello che avrebbe potuto avere 55 anni fa, 5 guerre fa, 150 mila morti fa, i loro morti e i nostri morti. Se solo la dirigenza palestinese nel 1947-48 fosse stata meno fanatica e categorica e più propensa al compromesso, se solo avesse accettato la risoluzione Onu di spartizione nel novembre del 1947! Ma anche la dirigenza israeliana parteciperà a questo monumento alla stupidità, dal momento che noi israeliani avremmo potuto fare un affare molto migliore, più soddisfacente, dimostrandoci meno arroganti, meno intossicati dal potere, meno egoisti e rozzi, dopo la nostra grande vittoria militare del 1967. E così, le due nazioni dovranno fare un bel po' di introspezione, in cerca delle vicendevoli fesserie del passato. Peraltro, la buona notizia è che il blocco cognitivo è superato. A tentare un referendum quest'oggi, un sondaggio d'opinione fra il Mediterraneo e il Giordano, che chiedesse a ogni individuo - a prescindere dalla religione, dal censo, dalle tendenze politiche, dal passaporto o dall'assenza di passaporto - non la formula di una equa soluzione, non quello che gli piacerebbe vedere, ma quello che pensa succederà alla fin fine, posso immaginare che un 80% direbbe: "Una spartizione e una soluzione binazionale". Alcuni aggiungerebbero subito: "E sarà la fine di tutto, sarà un'ingiustizia tremenda!". Su entrambi i fronti, alcuni direbbero così. Ma, se non altro, la maggioranza dei popoli ora lo sa. La buona notizia è, credo, che tanto il popolo ebraico israeliano quanto quello arabo palestinese sono più avanti dei loro leader, per la prima volta in cent'anni. Quando alla fine un leader visionario salterà su a dire: "Ecco! E' fatta! Isogni biblici, chiunque è libero di continuare a covarli, i sogni del pre '47, del post '67, continuate pure a fantasticare quanto vi pare, l'immaginazione non è censurabile. Ma la realtà corre più o meno lungo i confini del 1967"; prendere o lasciare qualche ettaro qui e là, con un mutuo accordo; e una formula aperta per i luoghi santi, perché in questo caso solo un accordo elastico potrà funzionare. Nel momento in cui i leader di entrambi i fronti saranno pronti a dichiarare questo, troveranno due popoli tristemente pronti ad ascoltarli. Non con gioia, ma pronti. Più pronti che mai. Diventati tali nel modo più doloroso e cruento, ma pronti.
Vorrei dire un'ultima cosa. Che cosa potete fare? Che cosa possono fare gli opinionisti? Tutti voi europei? Che cosa può fare il mondo esterno, a parte scuotere il capo e aggiungere "terribile!"? Ebbene, due, forse, tre cose. In primo luogo, i vostri esperti in tutta Europa hanno la deprecabile abitudine di puntare il dito come un'arcigna istitutrice vittoriana in una direzione o nell'altra: "Non vi vergognate?". Troppo spesso trovo sui giornali dei paesi europei cose tremende, vuoi a proposito di Israele vuoi a proposito degli arabi e dell'islam. Cose corrive, meschine, supponenti. Intendo dire, non sono più un europeo in nessun senso, eccetto per il dolore dei miei genitori e antenati, che mi hanno trasmesso nel codice genetico questo amore non corrisposto per l'Europa. Ma non sono più europeo. Se però lo fossi, starei bene attento a non puntare il dito contro nulla e nessuno. Invece di far questo apostrofando ingiuriosamente Israele o i palestinesi, per favore fate tutto quel che potete per aiutare entrambe le parti, perché tutte e due sono in procinto di prendere la più tormentosa decisione della loro storia. Gli israeliani ritirandosi dai territori occupati, smantellando gran parte degli insediamenti, il che determinerà una contrazione dell'immagine di sé e provocherà una grave crisi interna. Essi correranno inoltre gravi rischi, non da parte della Palestina, ma da futuri poteri estremisti arabi che potranno un giorno usare il territorio palestinese per lanciare attacchi contro Israele che, dopo il ritiro, sarà ridotto a una striscia di 12 chilometri. Questo significherà che il confine del futuro stato palestinese si troverà a circa 7 chilometri dal nostro unico aeroporto internazionale. I due terzi della popolazione israeliana si troveranno in un raggio di 20 chilometri dal confine con la Palestina. Gerusalemme sarà sul confine. Non è una decisione facile da prendere per gli israeliani, eppure dovranno prenderla. I palestinesi dal canto loro dovranno sacrificare parti che erano loro prima del '48, e questo farà male. Addio Haifa, addio Giaffa, addio Beer Sheva, e molte altre cittadine e villaggi che erano della Palestina. Questo brucerà da morire.
A voi europei tocca riservare ogni ocia di aiuto e solidarietà a questi due pazienti, sin d'ora. Non dovete più scegliere tra essere pro-Israele o pro-Palestina. Dovete essere per la pace.
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Israele e Palestina: fra diritto e diritto, Amos Oz (I)
da "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2002)
Una delle cose che rendono il conflitto israelo-palestinese particolarmente grave, è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l'ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l'ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. A rigore, due vittime dovrebbero manifestare d'istinto un senso di solidarietà tra loro. Così succede nelle poesie di Bertolt Brecht, ad esempio. Nella sua opera, vittime diverse sviluppano d'istinto una solidarietà reciproca, diventano fratelli e marciano insieme verso le barricate, cantando le canzoni dell'autore. Ma nella vita reale, come immagino qualcuno tra voi sappia per esperienza, nella vita vera alcuni fra i più aspri conflitti vedono in campo due vittime dello stesso oppressore. Non è detto che due figli di un medesimo crudele genitore si amino a vicenda. Il più delle volte, invece, ciascuno vede nell'altro l'immagine dell'odiato genitore. Vi sto dunque per dire che è proprio questo il caso del conflitto fra ebrei e arabi, non soltanto Israele e Palestina, bensì ebrei e arabi. Guardando l'altro, entrambe le parti vedono l'immagine dell'oppressore di un tempo. Spessissimo, leggendo di letteratura araba contemporanea, non in tutta - debbo inoltre ammettere che sfortunatamente non conosco l'arabo, e dunque sono costretto a leggere traduzioni - non ovunque, ma molto sovente trovo che l'ebreo, in particolare l'ebreo israeliano, è dipinto come un'estensione dell'Europa del passato: bianca, sofisticata, tirannica, colonizzatrice, crudele, senza cuore. Sono colonizzatori, venuti ancora una volta in Medio Oriente, ora sotto spoglie di sionisti, ma venuti per opprimere, colonizzare e sfruttare. Sono sempre gli stessi - li conosciamo. Molto spesso gli arabi, persino gli scrittori arabi più sensibili, mancano di guardarci per quello che siamo, noi ebrei israeliani: un gruppo sparuto di sopravvissuti e profughi mezzi isterici, braccati da terribili incubi, traumatizzati non solo dall'Europa ma anche dal modo in cui siamo stati trattati nei paesi arabi e islamici. Metà della popolazione israeliana consiste in gente che è stata messa fuori a calci dai paesi arabi e islamici. Israele è di fatto un immenso campo profughi per ebrei. Metà di noi sono ebrei profughi dei paesi arabi, ma gli arabi non ci vedono come tali, ci considerano la longa manus del colonialismo. Parimenti noi, ebrei israeliani, non consideriamo gli arabi, nello specifico i palestinesi, per quello che sono, e cioè vittime di secoli di oppressione, sfruttamento, colonialismo e umiliazione. E invece li vediamo come dei cosacchi da pogrom, dei nazisti con i baffi, abbronzati e con indosso la kefijah. Ma sempre gli stessi, ansiosi di tagliar la gola agli ebrei per puro spasso. In breve, sono i nostri carnefici di sempre. A questo proposito vige su entrambi i fronti una profonda ignoranza: non di carattere politico, su scopi e obiettivi, ma relativa al vissuto di traumi che le due vittime hanno subìto.
Una delle cose che rendono il conflitto israelo-palestinese particolarmente grave, è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l'ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l'ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. A rigore, due vittime dovrebbero manifestare d'istinto un senso di solidarietà tra loro. Così succede nelle poesie di Bertolt Brecht, ad esempio. Nella sua opera, vittime diverse sviluppano d'istinto una solidarietà reciproca, diventano fratelli e marciano insieme verso le barricate, cantando le canzoni dell'autore. Ma nella vita reale, come immagino qualcuno tra voi sappia per esperienza, nella vita vera alcuni fra i più aspri conflitti vedono in campo due vittime dello stesso oppressore. Non è detto che due figli di un medesimo crudele genitore si amino a vicenda. Il più delle volte, invece, ciascuno vede nell'altro l'immagine dell'odiato genitore. Vi sto dunque per dire che è proprio questo il caso del conflitto fra ebrei e arabi, non soltanto Israele e Palestina, bensì ebrei e arabi. Guardando l'altro, entrambe le parti vedono l'immagine dell'oppressore di un tempo. Spessissimo, leggendo di letteratura araba contemporanea, non in tutta - debbo inoltre ammettere che sfortunatamente non conosco l'arabo, e dunque sono costretto a leggere traduzioni - non ovunque, ma molto sovente trovo che l'ebreo, in particolare l'ebreo israeliano, è dipinto come un'estensione dell'Europa del passato: bianca, sofisticata, tirannica, colonizzatrice, crudele, senza cuore. Sono colonizzatori, venuti ancora una volta in Medio Oriente, ora sotto spoglie di sionisti, ma venuti per opprimere, colonizzare e sfruttare. Sono sempre gli stessi - li conosciamo. Molto spesso gli arabi, persino gli scrittori arabi più sensibili, mancano di guardarci per quello che siamo, noi ebrei israeliani: un gruppo sparuto di sopravvissuti e profughi mezzi isterici, braccati da terribili incubi, traumatizzati non solo dall'Europa ma anche dal modo in cui siamo stati trattati nei paesi arabi e islamici. Metà della popolazione israeliana consiste in gente che è stata messa fuori a calci dai paesi arabi e islamici. Israele è di fatto un immenso campo profughi per ebrei. Metà di noi sono ebrei profughi dei paesi arabi, ma gli arabi non ci vedono come tali, ci considerano la longa manus del colonialismo. Parimenti noi, ebrei israeliani, non consideriamo gli arabi, nello specifico i palestinesi, per quello che sono, e cioè vittime di secoli di oppressione, sfruttamento, colonialismo e umiliazione. E invece li vediamo come dei cosacchi da pogrom, dei nazisti con i baffi, abbronzati e con indosso la kefijah. Ma sempre gli stessi, ansiosi di tagliar la gola agli ebrei per puro spasso. In breve, sono i nostri carnefici di sempre. A questo proposito vige su entrambi i fronti una profonda ignoranza: non di carattere politico, su scopi e obiettivi, ma relativa al vissuto di traumi che le due vittime hanno subìto.
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giovedì 28 aprile 2011
Alcune posizioni, Boris Pasternak (II)
da "La reazione di Wassermann - saggi e materiali sull'arte", Marsilio Editori 1970
5. Che cos'è un miracolo? E' questo, che una volta c'è stata al mondo una fanciulla di nome Mary Stuart; e una volta - era Ottobre - vicino a una piccola finestra, oltre la quale ululavano i puritani, ha scritto una poesia in francese, che terminava con queste parole:
Car mon pis et mon mieux
Sont les plus déserts lieux.
In secondo luogo un miracolo è questo: che una volta, in gioventù, vicino a una finestra oltre la quale gozzovigliava l'indiavolato Ottobre, il poeta inglese Charles Algernon Swinburne portò a termine lo Chastelard, in cui il lamento sommesso delle cinque strofe di Mary veniva reso dal rombo di cinque atti tragici.
In terzo luogo, e infine, un miracolo è questo: che una volta, cinque anni fa, un traduttore ha guardato alla finestra, e non sapeva di che stupirsi maggiormente.
Se del fatto che la tempesta di Elabuga conoscesse lo scozzese, e che come in quel giorno lontano tutto fosse in apprensione per la fanciulla diciassettenne; oppure del fatto che la fanciulla e il suo appassionato, il poeta inglese, gli abbiano saputo raccontre così bene, e in russo, ciò che continua a sconvolgerli entrambi, come in passato, e non cessa di incalzarli.
Che cosa significa? si domanda il traduttore. Che cosa avviene laggiù? Perché oggi vi è tanta calma (e insieme, lo si vede, tempesta)? Siccome noi siamo tutti protesi verso là, sembrerebbe che laggiù dovessimo versare il sangue. E invece, là, sorridono.
Ecco cos'è un miracolo. Il miracolo sta nell'unità e identicità della vita di questi tre piani, e di una quantità di altre cose (di testimoni, di persone che hanno assistito a queste tre epoche, di volti, di biografie, di lettori), nel reale Ottobre, non so più di che anno, che romba, diviene cieco e roco, là, oltre la finestra, sotto la montagna... nell'arte.
Ecco che cos'è.
6. Gli equivoci esistono. Ma bisogna evitarli. la noia tiene banco, qui. Si dice: lo scrittore, il poeta...
L'estetica non esiste. Mi sembra che l'estetica non esiste in punizione del fatto che essa mente, scusa, incoraggia, accondiscende. Che, senza sapere nulla dell'uomo, intreccia i pettegolezzi sulle specializzazioni. Ritrattista, paesaggista, generista, naturmortista? Simbolista, futurista, acmeista? Che gergo micidiale!
E' chiaro, si tratta di una scienza che classifica le sfere aeree secondo questo principio, dove e come vi debba disporre le falle che impediscono loro di librarsi in aria.
Inseparabili l'una dall'altra, poesia e prosa sono come due poli. In virtù di un senso innato dell'udito, la poesia cerca la melodia della natura tra il rumore del vocabolario, e tiratala fuori, un po' come si scelgono i motivi, si abbandona poi all'improvvisazione su quel tema. A fiuto, di proprio impulso, la prosa cerca e trova l'uomo nella categoria della conversazione, e se il presente ne è privo, allora lo cerca nella memoria, lo espone, e poi, per il bene della comunità, fa finta di averlo trovato nell'oggi. Questi due principi non esistono separatamente.
Fantasticando, la poesia si imbatte nella natura. Il mondo vivo, reale, è un concetto dell'immaginazione unico: riuscito una volta continua ad avere successo. Ecco, dura ancora, riesce a ogni istante. E' ancora reale, profondo, sempre appassionato nello stesso modo. Non ne rimarrai deluso la mattina dopo. Serve al poeta da esempio ancor più che da natura e da modello.
7. E' pazzia affidarsi al buon senso. E' pazzia dubitarne. E' pazzia guardare innanzi. E' pazzia vivere senza guardare. Ma provvedersi di quando in quando di occhi, e al rapido cescere della temperatura sanguigna ascoltare come, colpo dietro colpo, svegliando nel suo ricordo le convulsioni della folgore sui soffitti polverosi e sui gessi, cominci ad estendersi e a brontolare nella coscienza l'affresco riflesso di una tempesta primaverile, questa è proprio, proprio in ogni caso, la più pura delle pazzie!
Tendere naturalmente alla purezza.
Così noi ci muoviamo verso la pura essenza della poesia. Essa è inquieta, come il sinistro roteare d'una decina di mulini sull'orizzonte di un campo spoglio, in un'annata tetra, affamata.
5. Che cos'è un miracolo? E' questo, che una volta c'è stata al mondo una fanciulla di nome Mary Stuart; e una volta - era Ottobre - vicino a una piccola finestra, oltre la quale ululavano i puritani, ha scritto una poesia in francese, che terminava con queste parole:
Car mon pis et mon mieux
Sont les plus déserts lieux.
In secondo luogo un miracolo è questo: che una volta, in gioventù, vicino a una finestra oltre la quale gozzovigliava l'indiavolato Ottobre, il poeta inglese Charles Algernon Swinburne portò a termine lo Chastelard, in cui il lamento sommesso delle cinque strofe di Mary veniva reso dal rombo di cinque atti tragici.
In terzo luogo, e infine, un miracolo è questo: che una volta, cinque anni fa, un traduttore ha guardato alla finestra, e non sapeva di che stupirsi maggiormente.
Se del fatto che la tempesta di Elabuga conoscesse lo scozzese, e che come in quel giorno lontano tutto fosse in apprensione per la fanciulla diciassettenne; oppure del fatto che la fanciulla e il suo appassionato, il poeta inglese, gli abbiano saputo raccontre così bene, e in russo, ciò che continua a sconvolgerli entrambi, come in passato, e non cessa di incalzarli.
Che cosa significa? si domanda il traduttore. Che cosa avviene laggiù? Perché oggi vi è tanta calma (e insieme, lo si vede, tempesta)? Siccome noi siamo tutti protesi verso là, sembrerebbe che laggiù dovessimo versare il sangue. E invece, là, sorridono.
Ecco cos'è un miracolo. Il miracolo sta nell'unità e identicità della vita di questi tre piani, e di una quantità di altre cose (di testimoni, di persone che hanno assistito a queste tre epoche, di volti, di biografie, di lettori), nel reale Ottobre, non so più di che anno, che romba, diviene cieco e roco, là, oltre la finestra, sotto la montagna... nell'arte.
Ecco che cos'è.
6. Gli equivoci esistono. Ma bisogna evitarli. la noia tiene banco, qui. Si dice: lo scrittore, il poeta...
L'estetica non esiste. Mi sembra che l'estetica non esiste in punizione del fatto che essa mente, scusa, incoraggia, accondiscende. Che, senza sapere nulla dell'uomo, intreccia i pettegolezzi sulle specializzazioni. Ritrattista, paesaggista, generista, naturmortista? Simbolista, futurista, acmeista? Che gergo micidiale!
E' chiaro, si tratta di una scienza che classifica le sfere aeree secondo questo principio, dove e come vi debba disporre le falle che impediscono loro di librarsi in aria.
Inseparabili l'una dall'altra, poesia e prosa sono come due poli. In virtù di un senso innato dell'udito, la poesia cerca la melodia della natura tra il rumore del vocabolario, e tiratala fuori, un po' come si scelgono i motivi, si abbandona poi all'improvvisazione su quel tema. A fiuto, di proprio impulso, la prosa cerca e trova l'uomo nella categoria della conversazione, e se il presente ne è privo, allora lo cerca nella memoria, lo espone, e poi, per il bene della comunità, fa finta di averlo trovato nell'oggi. Questi due principi non esistono separatamente.
Fantasticando, la poesia si imbatte nella natura. Il mondo vivo, reale, è un concetto dell'immaginazione unico: riuscito una volta continua ad avere successo. Ecco, dura ancora, riesce a ogni istante. E' ancora reale, profondo, sempre appassionato nello stesso modo. Non ne rimarrai deluso la mattina dopo. Serve al poeta da esempio ancor più che da natura e da modello.
7. E' pazzia affidarsi al buon senso. E' pazzia dubitarne. E' pazzia guardare innanzi. E' pazzia vivere senza guardare. Ma provvedersi di quando in quando di occhi, e al rapido cescere della temperatura sanguigna ascoltare come, colpo dietro colpo, svegliando nel suo ricordo le convulsioni della folgore sui soffitti polverosi e sui gessi, cominci ad estendersi e a brontolare nella coscienza l'affresco riflesso di una tempesta primaverile, questa è proprio, proprio in ogni caso, la più pura delle pazzie!
Tendere naturalmente alla purezza.
Così noi ci muoviamo verso la pura essenza della poesia. Essa è inquieta, come il sinistro roteare d'una decina di mulini sull'orizzonte di un campo spoglio, in un'annata tetra, affamata.
Alcune posizioni, Boris Pasternak (I)
da "La reazione di Wassermann - saggi e materiali sull'arte", Marsilio Editori 1970
1. Se mi capita di parlare dell'arcano, o di pittura, o di teatro, riesco a parlare con quella tranquilla noncuranza con cui uno spirito libero può ragionare di tutto. Ma se il discorso investe la letteratura, vengo assalito dal pensiero del libro e perdo la capacità di ragionare. Mi si deve scuotere a gomitate, mi si deve tirar fuori a forza, come da un deliquio, da quella situazione di fantasticheria fisica sul libro: e solo allora, molto controvoglia, vincendo quasi un leggero disgusto, prendo parte alla conversazione altrui sopra un qualunque tema letterario. Ma non sul libro, su qualcos'altro: sul varietà, poniamo, o sui poeti, sulle tendenze, sulla creatività, e così via. Se dovessi dar retta alla mia inclinazione, senza costrizioni di sorta, non passerei mai, per nessun motivo, dalla sfera dei miei problemi a quella della problematica dilettantesca.
2. Le correnti contemporanee hanno immaginato l'arte come una fontana, mentre essa è una spugna. Hanno deciso che l'arte deve zampillare, mentre essa deve succhiare e lasciarsi impregnare. Hanno ritenuto che l'arte si possa scomporre in metodi di rappresentazione, mentre essa è formata dagli organi di percezione. Deve essere sempre tra gli spettatori, e guardare ogni cosa in maniera sempre più pura, sempre più recettiva, sempre più fedele; ma ai nostri giorni l'arte ha conosciuto la cipria, il camerino, e si esibisce sul palcoscenico del varietà: come se al mondo ci fossero due specie di arte, e una di esse potesse permettersi il lusso (visto che c'è l'altra di riserva) di autotravisarsi, che è poi un suicidio. Essa si esibisce: invece dovrebbe affondare nel loggione, nell'anonimità, quasi senza sapere che ha la coda di paglia, e che anche se lasciata in un angolo, essa viene incendiata dalla trasparenza luminosa e dalla fosforescenza, come da una malattia.
3. Il libro è un frammento cubico di coscienza ardente, ansimante: niente di più.
Il pigolìo è la preoccupazione della Natura di conservare la specie dei pennuti, il suo trillo primaverile nelle orecchie. Il libro è un gallo cedrone al richiamo dell'aia. Non ascolta niente e nessuno; è assordato da se stesso, ascolta solo se stesso. Senza di lui la stirpe dello spirito non avrebbe discendenza. Si interromperebbe. I libri non c'erano presso le scimmmie.
E' stato scritto. E' cresciuto, si è fatto intelligente, ha visto le cose: ed eccolo adulto. Non è colpa sua se gli altri vi guardano attraverso. Questa è la struttura dell'universo spirituale. Ma di recente hanno pensato che le scene, nel libro, sono delle messe in scena. E' un errore: a che gli servirebbero? Hanno dimenticato che l'unica cosa in nostro potere è di saper non travisare la voce della Vita che risuona in noi.
Non essere capaci di trovare e dire la verità, è una colpa che non può essere mascherata da nessuna abilità a dire la non-verità. Il libro è un'essenza viva. Sta nella memoria e nella pienezza della riflessione: i quadri e le scene sono quanto esso ha saputo recuperare dal passato, ha ricordato, e non è disposto a dimenticare.
4. La vita non si è mossa adesso. L'arte non ha mai avuto inizio. E' sempre stata disponibile, fino al momento in cui non viene fermata.
E' infinita. E adesso, in questo preciso istante, dietro a me e in me, è tale che mi inonda della sua fresca e irruente universalità ed eternità, come uscendo da una sala di riunioni che si spalanca all'improvviso. E' come un repentino appello al giuramento.
Nessun libro vero ha una prima pagina. Come il rumore del bosco, il libro è concepito Dio sa dove, e rotola, risvegliando gli anfratti della riserva, e d'improvviso, nell'istante più oscuro, l'istante dello stupore e del panico, comincia a parlare per tutte le alte cime dei monti: all'improvviso, rotolando.
1. Se mi capita di parlare dell'arcano, o di pittura, o di teatro, riesco a parlare con quella tranquilla noncuranza con cui uno spirito libero può ragionare di tutto. Ma se il discorso investe la letteratura, vengo assalito dal pensiero del libro e perdo la capacità di ragionare. Mi si deve scuotere a gomitate, mi si deve tirar fuori a forza, come da un deliquio, da quella situazione di fantasticheria fisica sul libro: e solo allora, molto controvoglia, vincendo quasi un leggero disgusto, prendo parte alla conversazione altrui sopra un qualunque tema letterario. Ma non sul libro, su qualcos'altro: sul varietà, poniamo, o sui poeti, sulle tendenze, sulla creatività, e così via. Se dovessi dar retta alla mia inclinazione, senza costrizioni di sorta, non passerei mai, per nessun motivo, dalla sfera dei miei problemi a quella della problematica dilettantesca.
2. Le correnti contemporanee hanno immaginato l'arte come una fontana, mentre essa è una spugna. Hanno deciso che l'arte deve zampillare, mentre essa deve succhiare e lasciarsi impregnare. Hanno ritenuto che l'arte si possa scomporre in metodi di rappresentazione, mentre essa è formata dagli organi di percezione. Deve essere sempre tra gli spettatori, e guardare ogni cosa in maniera sempre più pura, sempre più recettiva, sempre più fedele; ma ai nostri giorni l'arte ha conosciuto la cipria, il camerino, e si esibisce sul palcoscenico del varietà: come se al mondo ci fossero due specie di arte, e una di esse potesse permettersi il lusso (visto che c'è l'altra di riserva) di autotravisarsi, che è poi un suicidio. Essa si esibisce: invece dovrebbe affondare nel loggione, nell'anonimità, quasi senza sapere che ha la coda di paglia, e che anche se lasciata in un angolo, essa viene incendiata dalla trasparenza luminosa e dalla fosforescenza, come da una malattia.
3. Il libro è un frammento cubico di coscienza ardente, ansimante: niente di più.
Il pigolìo è la preoccupazione della Natura di conservare la specie dei pennuti, il suo trillo primaverile nelle orecchie. Il libro è un gallo cedrone al richiamo dell'aia. Non ascolta niente e nessuno; è assordato da se stesso, ascolta solo se stesso. Senza di lui la stirpe dello spirito non avrebbe discendenza. Si interromperebbe. I libri non c'erano presso le scimmmie.
E' stato scritto. E' cresciuto, si è fatto intelligente, ha visto le cose: ed eccolo adulto. Non è colpa sua se gli altri vi guardano attraverso. Questa è la struttura dell'universo spirituale. Ma di recente hanno pensato che le scene, nel libro, sono delle messe in scena. E' un errore: a che gli servirebbero? Hanno dimenticato che l'unica cosa in nostro potere è di saper non travisare la voce della Vita che risuona in noi.
Non essere capaci di trovare e dire la verità, è una colpa che non può essere mascherata da nessuna abilità a dire la non-verità. Il libro è un'essenza viva. Sta nella memoria e nella pienezza della riflessione: i quadri e le scene sono quanto esso ha saputo recuperare dal passato, ha ricordato, e non è disposto a dimenticare.
4. La vita non si è mossa adesso. L'arte non ha mai avuto inizio. E' sempre stata disponibile, fino al momento in cui non viene fermata.
E' infinita. E adesso, in questo preciso istante, dietro a me e in me, è tale che mi inonda della sua fresca e irruente universalità ed eternità, come uscendo da una sala di riunioni che si spalanca all'improvviso. E' come un repentino appello al giuramento.
Nessun libro vero ha una prima pagina. Come il rumore del bosco, il libro è concepito Dio sa dove, e rotola, risvegliando gli anfratti della riserva, e d'improvviso, nell'istante più oscuro, l'istante dello stupore e del panico, comincia a parlare per tutte le alte cime dei monti: all'improvviso, rotolando.
venerdì 8 aprile 2011
Stella distante, Roberto Bolano
C'era una volta un povero bambino cileno... Il bambino si chiamava Lorenzo, credo, non ne sono sicuro, e ho dimenticato il suo cognome, ma più di uno se ne ricorderà, e gli piaceva giocare e salire sugli alberi e sui pali dell'elettricità. Un giorno salì su uno di quei pali e si prese una scarica così forte che perse entrambe le braccia. Gliele dovettero amputare quasi all'altezza delle spalle. Sicché Lorenzo crebbe in Cile e senza braccia, il che rendeva di per sé la sua situazione piuttosto critica, ma in più crebbe nel Cile di Pinochet, il che trasformava qualsiasi situazione critica in disperata, ma questo non era tutto, perché ben presto scoprì di essere omosessuale, il che trasformava la situazione disperata in inconcepibile e inenarrabile.
Con tutti questi condizionamenti non fu strano che Lorenzo divenisse un artista.(Cos'altro avrebbe potuto essere?). Ma è difficile essere un artista nel Terzo Mondo se si è poveri, non si hanno le braccia e inoltre si è finocchi. Sicché Lorenzo si dedicò per qualche tempo a fare altre cose. Studiava e imparava. Cantava per le strade. E si innamorava, perché era un romantico impenitente. Le sue delusioni (per non parlare di umiliazioni, spregi, ingiurie) furono terribili e un giorno - giorno segnato da una pietra bianca - decise di suicidarsi. Una sera d'estate particolarmente triste, mentre il sole calava dietro l'Oceano Pacifico, Lorenzo si buttò in mare da uno scoglio usato esclusivamente dai suicidi (e che non manca mai in ogni tratto di litorale cileno che si rispetti). Colò a picco come una pietra, con gli occhi aperti, e vide l'acqua sempre più nera e le bolle che gli uscivano dalle labbra e poi, con un involontario movimento delle gambe, risalì a galla. Le onde non gli permisero di vedere la spiaggia, solo gli scogli e in lontananza gli alberi di alcune imbarcazioni da diporto o da pesca. Poi colò di nuovo a picco. Neppure questa volta chiuse gli occhi: mosse la testa con calma (la calma di chi è anestetizzato) e cercò con lo sguardo qualcosa, qualsiasi cosa, purché fosse bella, per trattenerla nell'istante finale. Ma il nero velava qualsiasi oggetto scendesse con lui verso le profondità e non vide nulla. La sua vita allora, così come ricorda la leggenda, sfilò davanti ai suoi occhi come un film. Alcuni pezzi erano in bianco e nero e altri a colori. L'amore della sua povera madre, l'orgoglio della sua povera madre, le fatiche della sua povera madre che lo abbracciava di notte quando tutto nelle borgate povere del Cile sembra essere sospeso a un filo (in bianco e nero), i terremoti, le notti in cui orinava nel letto, gli ospedali, gli sguardi, lo zoo degli sguardi (a colori), gli amici che spartiscono il poco che posseggono, la musica che ci consola, la marijuana, la bellezza rivelata in posti inverosimili (in bianco e nero), l'amore perfetto e breve come un sonetto di Gòngora, la certezza fatale (ma rabbiosa dentro la fatalità) che si vive solo una volta. Con improvviso coraggio decise che non sarebbe morto. Dice di aver detto adesso o mai più e che tornò in superficie. L'ascesa gli sembrò interminabile; tenersi a galla, quasi insopportabile, ma ci riuscì. Quella sera imparò a nuotare senza braccia, come un'anguilla o come un serpente. Uccidersi, disse, in questa circostanza sociopolitica, è assurdo e ridondante. Meglio trasformarsi in un poeta segreto.
A partire da allora cominciò a dipingere (con la bocca e con i piedi), cominciò a ballare, cominciò a scrivere poesie e lettere d'amore, cominciò a suonare strumenti e a comporre canzoni (una foto ce lo mostra mentre suona il piano con le dita dei piedi; l'artista guarda l'obiettivo e sorride), cominciò a risparmiare denaro per andarsene dal Cile.
Dovette faticare ma alla fine riuscì ad andarsene. La vita in Europa, naturalmente, non fu molto più facile. Per un certo tempo, forse anni (sebbene Lorenzo, più giovane di me e di Bibiano e assai più giovane di Soto e Stein, si fosse allontanato dal Cile quando la valanga dell'esilio era diminuita), si guadagnò da vivere come musicista e ballerino per le vie dell'Olanda (che adorava) e della Germania e dell'Italia. Viveva in pensioni, nelle zone della città in cui vivono gli emigrati magrebini o turchi o africani, per qualche stagione felice in casa di amanti che finiva per lasciare o viceversa, e dopo ogni giornata di lavoro nelle strade, dopo le soste in bar gay o le proiezioni ininterrotte nei cinema d'essai, Lorenzo (o Lorenza, come gli piaceva pure essere chiamato) si rinchiudeva nella sua stanza e si metteva a dipingere o a scrivere. In molti periodi della sua vita visse da solo. Alcuni lo chiamavano l'acrobata eremita. Gli amici gli domandavano come si puliva il culo dopo essere andato al cesso, come pagava dal fruttivendolo, come riponeva il denaro, come cucinava. Come, in nome di Dio, ce la faceva vivere da solo. Lorenzo rispondeva a tutte le domande e la risposta, quasi sempre, testimoniava il suo ingegno. Con un po' di ingegno uno si arrangiava a fare qualunque cosa. Se Blaise Cendrars, tanto per citare un esempio, con un solo braccio poteva vincere a cazzotti il pugile più tosto, come poteva lui non essere capace di pulirsi - e benissimo - il culo dopo aver cagato?
In Germania, terra curiosa ma che spesso faceva venire i brividi, si comprò delle protesi. Sembravano braccia vere e gli piacquero più che altro per la sensazione da fantascienza di essere un robot, di sentirsi ciborg che aveva quando camminava con le protesi applicate. Visto da lontano, per esempio mentre avanzava incontro a un amico sullo sfondo di un orizzonte viola, sembrava che avesse davvero le braccia. Ma se le toglieva quando lavorava per strada e ai suoi amanti, quelli ignari che si trattava di protesi, per prima cosa diceva che gli mancavano le braccia. Ad alcuni, addirittura, piaceva di più così, senza braccia.
Poco prima delle grandi Olimpiadi di Barcellona, un attore o un'attrice catalana o un gruppo di attori catalani in viaggio per la Germania lo videro lavorare in strada, forse in un piccolo teatro, e lo raccontarono alla persona incaricata di trovare chi personificasse Petra, il personaggio di Mariscal e mascotte o forse più precisamente emblema delle gare paraolimpioniche che vennero fatte subito dopo. Dicono che quando Mariscal lo vide inguainato nel vestito di Petra, che sgambettava come un ballerino schizofrenico del Bolscioi, disse: è la Petra dei miei sogni. (Dicono che Mariscal sia sempre così conciso). In seguito, quando parlarono, un Mariscal affascinato offrì a Lorenzo il suo studio affinché si trasferisse a Barcellona a dipingere, a scrivere, a fare quello che voleva. (Dicono che sia sempre così generoso). In realtà, Lorenzo o Lorenza non aveva bisogno dello studio di Mariscal per essere più felice di quanto lo fu durante le celebrazioni dei Giochi Paraolimpionici. Dopo il primo giorno divenne il favorito della stampa, le interviste fioccavano, sembrava che Petra stesse eclissando lo stesso Coby. In quel periodo io ero ricoverato col fegato ridotto a pezzi e venivo a conoscenza dei suoi trionfi, delle sue battute, dei suoi aneddoti, leggendo due o tre giornali quotidianamente. A volte, leggendo le sue interviste, mi venivano accessi di risa. Altre volte mi mettevo a piangere. Lo vidi pure alla televisione. Faceva benissimo la sua parte.
Tre anni dopo venni a sapere che era morto di AIDS. La persona che me lo disse non sapeva se in Germania o in Sudamerica (non sapeva che fosse cileno).
A volte, quando penso a Stein o a Soto non posso evitare di pensare anche a Lorenzo.
A volte credo che Lorenzo sia stato un poeta migliore di Stein e di Soto. Ma di solito quando penso a loro li vedo tutti insieme.
Anche se l'unica cosa che li unisce è la circostanza di essere nati in Cile. E un libro che forse lesse Stein, che di sicuro lesse Soto (ne parla in un lungo articolo sull'esilio e sull'erranza pubblicato in Messico) e che lesse pure, entusiasta come quasi ogni volta che leggeva qualcosa (come girava le pagine?, con la lingua, come dovremmo fare tutti!), Lorenzo. Il libro si intitola Ma gestaltthérapie e il suo autore è il dottor Frederick Perls, psichiatra, fuggiasco dalla Germania Nazista e vagabondo per tre continenti. In Spagna, che io sappia, non è stato tradotto.
Con tutti questi condizionamenti non fu strano che Lorenzo divenisse un artista.(Cos'altro avrebbe potuto essere?). Ma è difficile essere un artista nel Terzo Mondo se si è poveri, non si hanno le braccia e inoltre si è finocchi. Sicché Lorenzo si dedicò per qualche tempo a fare altre cose. Studiava e imparava. Cantava per le strade. E si innamorava, perché era un romantico impenitente. Le sue delusioni (per non parlare di umiliazioni, spregi, ingiurie) furono terribili e un giorno - giorno segnato da una pietra bianca - decise di suicidarsi. Una sera d'estate particolarmente triste, mentre il sole calava dietro l'Oceano Pacifico, Lorenzo si buttò in mare da uno scoglio usato esclusivamente dai suicidi (e che non manca mai in ogni tratto di litorale cileno che si rispetti). Colò a picco come una pietra, con gli occhi aperti, e vide l'acqua sempre più nera e le bolle che gli uscivano dalle labbra e poi, con un involontario movimento delle gambe, risalì a galla. Le onde non gli permisero di vedere la spiaggia, solo gli scogli e in lontananza gli alberi di alcune imbarcazioni da diporto o da pesca. Poi colò di nuovo a picco. Neppure questa volta chiuse gli occhi: mosse la testa con calma (la calma di chi è anestetizzato) e cercò con lo sguardo qualcosa, qualsiasi cosa, purché fosse bella, per trattenerla nell'istante finale. Ma il nero velava qualsiasi oggetto scendesse con lui verso le profondità e non vide nulla. La sua vita allora, così come ricorda la leggenda, sfilò davanti ai suoi occhi come un film. Alcuni pezzi erano in bianco e nero e altri a colori. L'amore della sua povera madre, l'orgoglio della sua povera madre, le fatiche della sua povera madre che lo abbracciava di notte quando tutto nelle borgate povere del Cile sembra essere sospeso a un filo (in bianco e nero), i terremoti, le notti in cui orinava nel letto, gli ospedali, gli sguardi, lo zoo degli sguardi (a colori), gli amici che spartiscono il poco che posseggono, la musica che ci consola, la marijuana, la bellezza rivelata in posti inverosimili (in bianco e nero), l'amore perfetto e breve come un sonetto di Gòngora, la certezza fatale (ma rabbiosa dentro la fatalità) che si vive solo una volta. Con improvviso coraggio decise che non sarebbe morto. Dice di aver detto adesso o mai più e che tornò in superficie. L'ascesa gli sembrò interminabile; tenersi a galla, quasi insopportabile, ma ci riuscì. Quella sera imparò a nuotare senza braccia, come un'anguilla o come un serpente. Uccidersi, disse, in questa circostanza sociopolitica, è assurdo e ridondante. Meglio trasformarsi in un poeta segreto.
A partire da allora cominciò a dipingere (con la bocca e con i piedi), cominciò a ballare, cominciò a scrivere poesie e lettere d'amore, cominciò a suonare strumenti e a comporre canzoni (una foto ce lo mostra mentre suona il piano con le dita dei piedi; l'artista guarda l'obiettivo e sorride), cominciò a risparmiare denaro per andarsene dal Cile.
Dovette faticare ma alla fine riuscì ad andarsene. La vita in Europa, naturalmente, non fu molto più facile. Per un certo tempo, forse anni (sebbene Lorenzo, più giovane di me e di Bibiano e assai più giovane di Soto e Stein, si fosse allontanato dal Cile quando la valanga dell'esilio era diminuita), si guadagnò da vivere come musicista e ballerino per le vie dell'Olanda (che adorava) e della Germania e dell'Italia. Viveva in pensioni, nelle zone della città in cui vivono gli emigrati magrebini o turchi o africani, per qualche stagione felice in casa di amanti che finiva per lasciare o viceversa, e dopo ogni giornata di lavoro nelle strade, dopo le soste in bar gay o le proiezioni ininterrotte nei cinema d'essai, Lorenzo (o Lorenza, come gli piaceva pure essere chiamato) si rinchiudeva nella sua stanza e si metteva a dipingere o a scrivere. In molti periodi della sua vita visse da solo. Alcuni lo chiamavano l'acrobata eremita. Gli amici gli domandavano come si puliva il culo dopo essere andato al cesso, come pagava dal fruttivendolo, come riponeva il denaro, come cucinava. Come, in nome di Dio, ce la faceva vivere da solo. Lorenzo rispondeva a tutte le domande e la risposta, quasi sempre, testimoniava il suo ingegno. Con un po' di ingegno uno si arrangiava a fare qualunque cosa. Se Blaise Cendrars, tanto per citare un esempio, con un solo braccio poteva vincere a cazzotti il pugile più tosto, come poteva lui non essere capace di pulirsi - e benissimo - il culo dopo aver cagato?
In Germania, terra curiosa ma che spesso faceva venire i brividi, si comprò delle protesi. Sembravano braccia vere e gli piacquero più che altro per la sensazione da fantascienza di essere un robot, di sentirsi ciborg che aveva quando camminava con le protesi applicate. Visto da lontano, per esempio mentre avanzava incontro a un amico sullo sfondo di un orizzonte viola, sembrava che avesse davvero le braccia. Ma se le toglieva quando lavorava per strada e ai suoi amanti, quelli ignari che si trattava di protesi, per prima cosa diceva che gli mancavano le braccia. Ad alcuni, addirittura, piaceva di più così, senza braccia.
Poco prima delle grandi Olimpiadi di Barcellona, un attore o un'attrice catalana o un gruppo di attori catalani in viaggio per la Germania lo videro lavorare in strada, forse in un piccolo teatro, e lo raccontarono alla persona incaricata di trovare chi personificasse Petra, il personaggio di Mariscal e mascotte o forse più precisamente emblema delle gare paraolimpioniche che vennero fatte subito dopo. Dicono che quando Mariscal lo vide inguainato nel vestito di Petra, che sgambettava come un ballerino schizofrenico del Bolscioi, disse: è la Petra dei miei sogni. (Dicono che Mariscal sia sempre così conciso). In seguito, quando parlarono, un Mariscal affascinato offrì a Lorenzo il suo studio affinché si trasferisse a Barcellona a dipingere, a scrivere, a fare quello che voleva. (Dicono che sia sempre così generoso). In realtà, Lorenzo o Lorenza non aveva bisogno dello studio di Mariscal per essere più felice di quanto lo fu durante le celebrazioni dei Giochi Paraolimpionici. Dopo il primo giorno divenne il favorito della stampa, le interviste fioccavano, sembrava che Petra stesse eclissando lo stesso Coby. In quel periodo io ero ricoverato col fegato ridotto a pezzi e venivo a conoscenza dei suoi trionfi, delle sue battute, dei suoi aneddoti, leggendo due o tre giornali quotidianamente. A volte, leggendo le sue interviste, mi venivano accessi di risa. Altre volte mi mettevo a piangere. Lo vidi pure alla televisione. Faceva benissimo la sua parte.
Tre anni dopo venni a sapere che era morto di AIDS. La persona che me lo disse non sapeva se in Germania o in Sudamerica (non sapeva che fosse cileno).
A volte, quando penso a Stein o a Soto non posso evitare di pensare anche a Lorenzo.
A volte credo che Lorenzo sia stato un poeta migliore di Stein e di Soto. Ma di solito quando penso a loro li vedo tutti insieme.
Anche se l'unica cosa che li unisce è la circostanza di essere nati in Cile. E un libro che forse lesse Stein, che di sicuro lesse Soto (ne parla in un lungo articolo sull'esilio e sull'erranza pubblicato in Messico) e che lesse pure, entusiasta come quasi ogni volta che leggeva qualcosa (come girava le pagine?, con la lingua, come dovremmo fare tutti!), Lorenzo. Il libro si intitola Ma gestaltthérapie e il suo autore è il dottor Frederick Perls, psichiatra, fuggiasco dalla Germania Nazista e vagabondo per tre continenti. In Spagna, che io sappia, non è stato tradotto.
martedì 5 aprile 2011
Foto di classe, Mario Desiati
L'autobus che porta al camposanto non è pieno come ti immagineresti di vecchi bruni in stracci neri, con il corpo dei mazzi di fiori mortuari tra le braccia. Sono donne dall'abito domenicale, alcune ancora giovani, altre più in là negli anni, ma sono donne, solo donne. Alcune di loro sono belle e le guardo con il cuore pieno di desiderio, vorrei scavare nelle loro teste, frugare nei loro cuori e chiedere perché stanno andando lì. E' l'autobus delle vedove di San Brunone, il cimitero immenso a pochi passi dall'Ilva e che si stende al suo fianco. C'è un immenso pianoro di cipressi, terra smossa dalla rigovernatura delle salme, poi sorgono piccoli tempietti votivi e i sepolcri di pietra e marmo di tanti tarantini che sono seppelliti lì, a pochi metri da quella poltiglia di acciaio fumante, pennacchi di carbone bruciato e palazzi a laminatoio a freddo. Il destino beffardo vuole che ci siano molti di coloro che hanno lavorato nella grande acciaieria. Poco più dietro ci sono piccole collinette di calcare e quarzite, residui di lavorazione. Ma soprattutto un orizzonte cilestre, riflesso da una cappa di fumo nero che cambia i venti; ma soprattutto la luce del giorno.
Secondo gli ultimi rilevamenti è proprio il cimitero di San Brunone la zona più inquinata dell'area metropolitana, e il destino beffardo si ripete una seconda volta perché chissà quanti tra i morti sepolti in quel cimitero sono morti avvelenati dalla grande fabbrica, chissà se fra loro non c'è qualche vittima di quelle tragiche morti bianche che hanno costellato per anni la storia dell'Ilva. La temperatura è più alta di un grado centigrado, quando piove l'acqua che scende lascia addosso una patina oleosa, la stessa che ti senti addosso quando ti bagni nelle acque del Lido Azzurro. Un mantello sottile, che sembra stringerti la gola come una pellicola. Alcuni anni fa chiesero addirittura di spostare il cimitero. Come se fosse possibile portar via tutti quei morti. "Se non lo faranno presto, i loro cari li raggiungeranno" si disse. Come se a quei morti non bastasse già essere lì sotto, a pochi metri dal grande Siderurgico, abbagliante e mortale, affascinante nelle sue caleidoscopiche luci notturne, ma pieno di enigmi, pieno di storie lacerate, di interruzioni di destino. Il cimitero è rimasto così, di fronte all'Ilva, fronteggiandosi in un prodigioso riflesso di paesaggio urbano: morte-lavoro, morte-sviluppo, morte-industrializzazione.
(...)
Dopo alcuni giorni sono tornato da solo a San Brunone, il cimitero su cui l'Italsider alita i suoi venti di morte.
E' un'immagine simbolica, quella di un cimitero che continua a essere battuto dai venti di morte. In quel camposanto riposano tante anime, tra queste c'è anche la salma di uno dei giovani operai deceduti il giorno dell'Epifania del 1972. La "Befana di morte" fu chiamata sui quotidiani nazionali il giorno dopo. Si abbatté sull'Italsider e portò ai tarantini la consapevolezza definitiva di un messaggio secco: "Non si torna più indietro". Quella notte morirono in una circostanza particolare: a catena. Gli operai che tentavano di aiutarsi a vicenda dentro un cunicolo pieno di gas mortale venivano uccisi dalle esalazioni. Chi provava a entrare nel cunicolo saturo di gas per salvare il proprio collega perdeva i sensi e poi moriva appestato anche lui.
La chiamarono catena della solidarietà, ma forse era più vero dire catena della morte.
In molti hanno chiesto a viva voce di dimenticare l'Italsider e pensare a una Taranto diversa, a una Taranto senza industria. Ma non ci vuole una Taranto senza industria, serve solo spirito, lo spirito di quegli operai che adesso dormono lì, assieme al padre di Paolo.
I morti ci guardano dentro quell'ampolla di carbon fossile e calcare che è San Brunone. Lo sa Paolo, con addosso la memoria di chi vede Taranto ancora una volta e poi vive, vive.
Secondo gli ultimi rilevamenti è proprio il cimitero di San Brunone la zona più inquinata dell'area metropolitana, e il destino beffardo si ripete una seconda volta perché chissà quanti tra i morti sepolti in quel cimitero sono morti avvelenati dalla grande fabbrica, chissà se fra loro non c'è qualche vittima di quelle tragiche morti bianche che hanno costellato per anni la storia dell'Ilva. La temperatura è più alta di un grado centigrado, quando piove l'acqua che scende lascia addosso una patina oleosa, la stessa che ti senti addosso quando ti bagni nelle acque del Lido Azzurro. Un mantello sottile, che sembra stringerti la gola come una pellicola. Alcuni anni fa chiesero addirittura di spostare il cimitero. Come se fosse possibile portar via tutti quei morti. "Se non lo faranno presto, i loro cari li raggiungeranno" si disse. Come se a quei morti non bastasse già essere lì sotto, a pochi metri dal grande Siderurgico, abbagliante e mortale, affascinante nelle sue caleidoscopiche luci notturne, ma pieno di enigmi, pieno di storie lacerate, di interruzioni di destino. Il cimitero è rimasto così, di fronte all'Ilva, fronteggiandosi in un prodigioso riflesso di paesaggio urbano: morte-lavoro, morte-sviluppo, morte-industrializzazione.
(...)
Dopo alcuni giorni sono tornato da solo a San Brunone, il cimitero su cui l'Italsider alita i suoi venti di morte.
E' un'immagine simbolica, quella di un cimitero che continua a essere battuto dai venti di morte. In quel camposanto riposano tante anime, tra queste c'è anche la salma di uno dei giovani operai deceduti il giorno dell'Epifania del 1972. La "Befana di morte" fu chiamata sui quotidiani nazionali il giorno dopo. Si abbatté sull'Italsider e portò ai tarantini la consapevolezza definitiva di un messaggio secco: "Non si torna più indietro". Quella notte morirono in una circostanza particolare: a catena. Gli operai che tentavano di aiutarsi a vicenda dentro un cunicolo pieno di gas mortale venivano uccisi dalle esalazioni. Chi provava a entrare nel cunicolo saturo di gas per salvare il proprio collega perdeva i sensi e poi moriva appestato anche lui.
La chiamarono catena della solidarietà, ma forse era più vero dire catena della morte.
In molti hanno chiesto a viva voce di dimenticare l'Italsider e pensare a una Taranto diversa, a una Taranto senza industria. Ma non ci vuole una Taranto senza industria, serve solo spirito, lo spirito di quegli operai che adesso dormono lì, assieme al padre di Paolo.
I morti ci guardano dentro quell'ampolla di carbon fossile e calcare che è San Brunone. Lo sa Paolo, con addosso la memoria di chi vede Taranto ancora una volta e poi vive, vive.
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domenica 3 aprile 2011
Una stanza tutta per sè, Virginia Woolf (II)
C'è in noi un istinto profondo, benché irrazionale, a favore della teoria secondo la quale l'unione dell'uomo e della donna crea la massima soddisfazione, la più completa felicità. Ma la vista di quelle due persone che salivano sul taxi e la soddisfazione che questo mi dava mi inducevano anche a chiedermi se nella mente esistano due sessi che corrispondono ai due sessi nel corpo, e se anche questi devono unirsi per giungere alla completa soddisfazione e felicità? E da dilettante mi provai a disegnare una mappa dell'anima secondo la quale in ciascuno di noi dominano due forze, una maschile e una femminile; e nel cervello dell'uomo l'uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull'uomo. La condizione più normale e più appagante è quella nella quale i due vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell'uomo, la parte femminile del cervello deve comunque avere effetto; e anche la donna deve entrare in rapporto con l'uomo che è in lei. Forse Coleridge intendeva proprio questo quando diceva che la mente grande è androgina. Ed è quando ha luogo questa fusione che la mente è del tutto fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente che sia interamente maschile non è in grado di creare, proprio come una mente che sia interamente femminile, pensavo. Ma sarebbe bene verificare che cosa si intende con maschile-femminile e, viceversa, con femminile-maschile, fermandoci a sfogliare un libro o due.
Quando diceva che la mente superiore è androgina, Coleridge certo non intendeva dire che si tratta di una mente che abbia una speciale affinità con le donne; una mente che faccia propria la loro causa o che si dedichi interamente alla loro interpretazione. Forse una mente androgina è meno adatta a fare tali distinzioni di quanto non lo sia una mente unisessuata. Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa, incandescente e indivisa. Di fatto si ritorna alla mente di Shakespeare come prototipo di tale androginia, prototipo della mente maschile-femminile, quantunque sarebbe impossibile dire che cosa Shakespeare pensava delle donne. E se è vero che uno dei simboli della mente pienamente sviluppata è il fatto di non pensare al sesso in maniera particolare o come una cosa a sé stante, raggiungere una simile condizione è tanto più difficile oggi di quanto non lo sia mai stato prima. Ero arrivata ai libri degli scrittori contemporanei, e lì mi fermai a domandarmi se questo fatto non si trovava forse alla radice di qualcosa che per lungo tempo mi aveva disorientata. Nessun'epoca può mai essere stata altrettanto acutamente consapevole del sesso quanto la nostra; prova ne sia il gran numero di libri sulle donne, scritti da uomini, che si trovano nella biblioteca del British Museum.
(...)
Il fatto è che né Galsworthy né Kipling hanno una scintilla di donna in loro. Pertanto tutte le loro qualità a una donna appaiono, se mi è consentito generalizzare, rozze e immature. Non hanno potere di suggestione. E quando un libro non ha potere di suggestione, per quanto forte possa colpire la superficie della mente, non riuscirà a penetrare in profondità.
(...)
A ogni modo, la primissima frase che vorrei scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo in mano il foglio intitolato "Le donne e il romanzo", è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. E' fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; si deve essere donna-maschile o uomo-femminile. Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è figura retorica; perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile. Per quanto brillante ed efficace, potente e magistrale possa apparire per un giorno o due, con il sopraggiungere della sera deve avvizzire; non può crescere nella mente degli altri. Una qualche forma di collaborazione deve necessariamente aver luogo nella mente, tra la donna e l'uomo, prima che l'arte della creazione possa realizzarsi. Un qualche matrimonio degli opposti si deve consumare. La mente tutta deve mostrarsi aperta, se dobbiamo ricevere la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza in tutta la sua pienezza. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, una volta che la sua esperienza è conclusa, deve sdraiarsi e consentire alla mente di celebrare le proprie nozze nel buio. Non deve guardare né mettere in dubbio quanto stia accadendo. Piuttosto, egli deve sfogliare i petali di una rosa o mettersi a guardare i cigni che galleggiano tranquilli lungo il fiume.
(...)
A ogni costo, spero che riusciate a entrare in possesso di una quantità di denaro sufficiente per viaggiare e per starvene con le mani in mano, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e bighellonare agli angoli delle strade e lasciare che la lenza del pensiero si immerga profondamente nella corrente.
1928
Quando diceva che la mente superiore è androgina, Coleridge certo non intendeva dire che si tratta di una mente che abbia una speciale affinità con le donne; una mente che faccia propria la loro causa o che si dedichi interamente alla loro interpretazione. Forse una mente androgina è meno adatta a fare tali distinzioni di quanto non lo sia una mente unisessuata. Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa, incandescente e indivisa. Di fatto si ritorna alla mente di Shakespeare come prototipo di tale androginia, prototipo della mente maschile-femminile, quantunque sarebbe impossibile dire che cosa Shakespeare pensava delle donne. E se è vero che uno dei simboli della mente pienamente sviluppata è il fatto di non pensare al sesso in maniera particolare o come una cosa a sé stante, raggiungere una simile condizione è tanto più difficile oggi di quanto non lo sia mai stato prima. Ero arrivata ai libri degli scrittori contemporanei, e lì mi fermai a domandarmi se questo fatto non si trovava forse alla radice di qualcosa che per lungo tempo mi aveva disorientata. Nessun'epoca può mai essere stata altrettanto acutamente consapevole del sesso quanto la nostra; prova ne sia il gran numero di libri sulle donne, scritti da uomini, che si trovano nella biblioteca del British Museum.
(...)
Il fatto è che né Galsworthy né Kipling hanno una scintilla di donna in loro. Pertanto tutte le loro qualità a una donna appaiono, se mi è consentito generalizzare, rozze e immature. Non hanno potere di suggestione. E quando un libro non ha potere di suggestione, per quanto forte possa colpire la superficie della mente, non riuscirà a penetrare in profondità.
(...)
A ogni modo, la primissima frase che vorrei scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo in mano il foglio intitolato "Le donne e il romanzo", è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. E' fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; si deve essere donna-maschile o uomo-femminile. Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è figura retorica; perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile. Per quanto brillante ed efficace, potente e magistrale possa apparire per un giorno o due, con il sopraggiungere della sera deve avvizzire; non può crescere nella mente degli altri. Una qualche forma di collaborazione deve necessariamente aver luogo nella mente, tra la donna e l'uomo, prima che l'arte della creazione possa realizzarsi. Un qualche matrimonio degli opposti si deve consumare. La mente tutta deve mostrarsi aperta, se dobbiamo ricevere la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza in tutta la sua pienezza. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, una volta che la sua esperienza è conclusa, deve sdraiarsi e consentire alla mente di celebrare le proprie nozze nel buio. Non deve guardare né mettere in dubbio quanto stia accadendo. Piuttosto, egli deve sfogliare i petali di una rosa o mettersi a guardare i cigni che galleggiano tranquilli lungo il fiume.
(...)
A ogni costo, spero che riusciate a entrare in possesso di una quantità di denaro sufficiente per viaggiare e per starvene con le mani in mano, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e bighellonare agli angoli delle strade e lasciare che la lenza del pensiero si immerga profondamente nella corrente.
1928
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sabato 2 aprile 2011
Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf (I)
La vita, per ambedue i sessi - e li guardai che si facevano strada a fatica lungo il marciapiede - è ardua, difficile, una lotta senza fine. Richiede un coraggio e una forza giganteschi. Più di ogni altra cosa forse, per creature dell'illusione quali noi siamo, essa richiede fiducia in se stessi. Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità - che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney - perché non c'è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l'enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui. Deve essere davvero una delle principali fonti del suo potere. Ma permettetemi di rivolgere la luce di questa osservazione sulla vita reale, pensavo. Può aiutare a spiegare alcuni di quegli enigmi psicologici che attirano la nostra attenzione ai margini della vita quotidiana? Basta questo a spiegare lo sbalordimento che ho provato, l'altro giorno, quando Z, l'uomo più umano e modesto che si sia, dopo aver preso in mano un libro di Rebecca West e averne letto un passo, aveva esclamato "Sfacciata di una femminista! Dice che gli uomini sono degli snob!". Questa esclamazione, per me sorprendente - perché mai Rebecca West avrebbe dovuto essere una femminista sfacciata per aver fatto un'affermazione probabilmente vera anche se poco lusinghiera, circa l'altro sesso? - non era solo il grido della vanità ferita; era una protesta contro qualche infrazione alla sua capacità di credere in se stesso. Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell'uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. Staremmo ancora a graffiare la sagoma di un cervo sui resti di ossa di montone e a barattare selci con pelli di pecora o con qualsiasi semplice ornamento attraesse il nostro gusto non sofisticato. Non sarebbero mai esistiti Superuomini né Figli del Destino. Lo Zar o il Kaiser non avrebbero mai portato corone sul capo né le avrebbero perdute. Quale che sia l'uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta ed eroica. E' questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sull'inferiorità delle donne, perché se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?
A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada. Vedersi nello specchio ha un'importanza suprema perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Toglietegliela e l'uomo potrà morirne, come un drogato privo della cocaina. Soggiogate dall'incantesimo di quella illusione, pensavo guardando fuori dalla finestra, metà delle persone che camminano per la strada se ne vanno di buon passo a lavorare. Illuminati dai suoi piacevoli raggi, la mattina indossano cappello e cappotto. Cominciano la giornata fiduciosi, rinvigoriti, convinti di essere desiderati al tè della signorina Smith; e mentre fanno il loro ingresso nella stanza dicono a se stessi: Sono superiore a metà delle gente che è qua dentro; ed è per questo che parlano con quella sicurezza di sé, con quella fiducia in se stessi che hanno avuto conseguenze tanto profonde sulla vita pubblica mentre provocano delle bizzarre annotazioni ai margini delle mente privata.
1928
A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada. Vedersi nello specchio ha un'importanza suprema perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Toglietegliela e l'uomo potrà morirne, come un drogato privo della cocaina. Soggiogate dall'incantesimo di quella illusione, pensavo guardando fuori dalla finestra, metà delle persone che camminano per la strada se ne vanno di buon passo a lavorare. Illuminati dai suoi piacevoli raggi, la mattina indossano cappello e cappotto. Cominciano la giornata fiduciosi, rinvigoriti, convinti di essere desiderati al tè della signorina Smith; e mentre fanno il loro ingresso nella stanza dicono a se stessi: Sono superiore a metà delle gente che è qua dentro; ed è per questo che parlano con quella sicurezza di sé, con quella fiducia in se stessi che hanno avuto conseguenze tanto profonde sulla vita pubblica mentre provocano delle bizzarre annotazioni ai margini delle mente privata.
1928
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domenica 27 marzo 2011
Disputa su Dio e dintorni, Corrado Augias e Vito Mancuso
Augias
Vede dove porta la Chiesa come istituzione? Si sopravvive, certo, ma a quale prezzo. E la spiritualità, in nome della quale tutto ciò dovrebbe giustificarsi, se la dà a gambe.
Lei obbedisce al magistero, compresi i richiami della Conferenza episcopale suppongo, ma nello stesso tempo rivendica "la suprema libertà dell'uomo spirituale". Posizione apprezzabile, ma anche comoda. Un piede di qua e uno di là. Pecora obbediente del gregge, ma anche capro ribelle alla ricerca di sentieri suoi. Mi chiedo se i cattolici come lei siano una spina nel fianco per la Chiesa o non la sua foglia di fico.
(...)
Ora io chiedo al teologo che lei è se non sia addirittura blasfema un'idea di Dio che si rimette alla tecnologia sanitaria e sposta i termini della morte naturale a seconda dei macchinari inventati dagli uomini. Ci sono oggi persone tenute in vita, una sottospecie di vita puramente cellulare, solo perché strumenti complessi consentono alla loro carcassa di continuare a respirare, a defecare. Quelle stesse persone, solo pochi anni fa, sarebbero "naturalmente" morte. E aggiungo, facendo mio ciò che tempo fa mi disse il genetista Edoardo Boncinelli: "Oggi vivono e magari prosperano persone che in condizioni naturali non avrebbero avuto alcuna chance di sopravvivere fino a una certa età. Dai miopi ai sordi, dai diabetici agli emofiliaci, dai disabili di vario tipo ai portatori di intolleranze alimentari, per non parlare di tutte le problematiche connesse alle eventuali difficoltà del parto". Girano, fortunatamente, per le strade dei paesi più avanzati, molti individui che solo pochi decenni fa non ci sarebbero stati.
Allora cosa vuol dire naturale? Dov'era Dio, dove nascondeva la sua misericordia, diciamo mezzo secolo fa? E perché mai un organismo secolare, delle persone altrimenti serie, devono ricorrere a simili grotteschi aggiustamenti? La risposta è: appunto per ragioni istituzionali, cioè politiche, ovvero per poter continuare ad armi pari il braccio di ferro con lo Stato, per non perdere competenze e autorità e ricavi sui momenti fondamentali dell'esistenza: la nascita, il matrimonio, la generazione, la morte.
Ma lei mi chiede: "Crede che noi cattolici siamo tutti pecorelle-signorsì" come piacerebbe a tanti cardinali e a qualche altro eminentissimo e potentissimo prelato? So che non è così, apprezzo che non sia così, lo apprezzo talmente che mi dispiace perfino di polemizzare con lei con il rischio di farla irrigidire in una posizione che non è la sua.
Però le domando: a che servono le pecorelle signor-nò, rispetto all'immenso gregge delle pecorelle signor-sì o che semplicemente considerano la religione una scelta à la carte, un menu dal quale scegliere (questo sì, questo no, grazie) o addirittura un fazzolettino usa-e-getta? Da Francesco a oggi, sono mai riuscite le pecorelle-signornò a cambiare durevolmente la rotta, l'atteggiamento, l'animus, dell'istituzione Chiesa? Perchè questo non è mai accaduto? Mi creda se le dico una cosa piuttosto delicata. Nel brevissimo tempo in cui regnò Giovanni Paolo I, papa Albino Luciani, di fronte alla continua sorpresa delle sue affermazioni mi chiesi se la visione di Francesco non avesse per caso preso finalmente forma all'interno dei sacri palazzi. Poi Luciano morì e si è perfino ipotizzato, come sa, il suo assassinio. Non è impossibile che omicidio ci sia stato, ma poiché non lo sappiamo, è inutile rivangare la questione. Certo però, che quella morte fu, se così posso dire, provvidenziale, tanto incongrua, stridente, commovente, patetica, appariva la figura di quel piccolo papa innocente calato nei meandri della tradizione curiale, così carica di ferocia, nella storia. Com'è più adatto al ruolo il papa tedesco, l'ex capo del Sant'Uffizio, colui che ha consigliato, ispirato, al predecessore polacco la linea di chiusura nei confronti della teologia della liberazione in America Latina. Vale la pena ricordarlo, visto che lei cita i vescovi martiri ed eroi Oscar Romero e Helder Camara.
(...)
vede come possano concordare il pensiero illuministico laico e una teologia misericordiosa, che prescinda cioè dalle considerazioni di potere che così spesso avvelenano il messaggio della Chiesa ufficiale? E infine, ultima domanda, vede quale utilità si potrebbe ricavare dal una collaborazione leale e aperta di laici e cattolici in un momento in cui molti, soprattutto fra i più giovani, hanno estremo bisogno di punti di riferimento, di valori che aiutino la convivenza, il rispetto reciproco, la civiltà dei rapporti?
Perché i vescovi tedeschi e quelli spagnoli, vescovi della stessa Chiesa, si sono dimostrati così aperti, al contrario di quelli italiani? Forse perché i vescovi italiani sono peggiori, più cattivi degli altri? Forse perché tedeschi e spagnoli sono meno religiosi degli italiani? Non credo. Azzardo la mia risposta: perché gli italiani sono i più vicini alla centrale del potere, tenuti a un'obbedienza più rigida dal momento che le alte gerarchie hanno scelto di fare dell'Italia (della povera Italia) la loro terra di conquista in un momento di enormi difficoltà, con le chiese e i seminari vuoti in mezzo mondo e una scristianizzazione galoppante ovunque, perfino da noi.
(...)
Caro professore, sappia che io considero la teologia cattolica una poderosa costruzione intellettuale, né potrebbe essere altrimenti, dato il livello degli ingegni che hanno contribuito a edificarla. Tuttavia, mi pare intollerabile (oltre che controproducente per voi, come ho già detto) che questo insieme di concetti venga presentato come una verità rivelata, ovvero indiscutibile, un'etica valida per tutti e dunque da imporre a tutti, anche con l'aiuto delle leggi, là dove i legislatori si presentino abbastanza cedevoli. Non devo certo fare esempi di tale cedevolezza. Il cattolicesimo è una corrente filosofica come tante altre nelle quali il pensiero umano si è progressivamente articolato; nessuno però è stato mai obbligato a diventare stoico o a comportarsi da stoico. L'adesione allo stoicismo era una libera scelta, liberamente revocabile. Non pochi dignitari della sua Chiesa pensano, invece, che la morale da loro dettata debba essere un abito da far indossare per forza anche a chi ne vorrebbe uno diverso.
(...)
Lei sostiene che ciò è inadeguato, data l'immensità dell'oggetto teologico. Io, più modestamente, affermo che è intollerabile perché contraddice il cardine di ogni democrazia, quello che esclude l'esistenza di "principi non negoziabili" e fonda, al contrario, la possibilità di convivere in pace proprio sulla mediazione: per dirla con parole familiari e nello stesso tempo piene di significato, sul mediare, sul capire le ragioni degli altri, sul venirsi incontro.
(...)
Domanda: come mai la libertà parla lingue così diverse ai confratelli della stessa religione di qua e di là delle Alpi? Azzardo, forse sbagliando, una risposta: la libertà concessa dalla dottrina è direttamente proporzionale alla forza della possibile concorrenza con altre confessioni. In Germania c'è una forte presenza protestante: la Chiesa cattolica ne tiene conto e si adegua. Questo non è bello.
(...)
Se l'accusassero di essere fuori della linea da un punto di vista dottrinale dovrebbero, di conseguenza, farle una specie di processo - beninteso nei limiti che i tempi consentono: niente roghi -, diffidarla e, ove persistesse nel suo errore, prendere provvedimenti che non so bene in che cosa potrebbero consistere, ma sarebbero comunque sgradevoli, anche se non persecutori. In fondo, anche nel caso di Emmanuel Milingo, sacerdote ed esorcista che ne ha combinate di tutti i colori, i provvedimento disciplinari sono stati blandi rispetto a ciò che sarebbe accaduto solo qualche decennio fa. Nei tempi antichi, invece, su questioni teologiche si aprivano scismi e si rischiava di mettere in gioco la propria vita.
Penso che, oggi, la Chiesa cattolica tenda piuttosto a nascondere sotto il tappeto i dissidi in materia di dottrina, parlandone il meno possibile. Oppure a degradarli collocandoli su un piano filosofico, giudicato non solo un livello meno pericoloso, ma anche meno impegnativo. C'è un vizio in questo ragionamento poiché la filosofia è la madre di ogni pensiero organizzato, compreso quello teologico. Ho dalla mia Spinoza, e la compagnia mi conforta.
Trattandola da filosofo, riducendo le sue idee a un argomentare filosofico, la Chiesa cerca di evitare i fastidi e lo scandalo che un provvedimento disciplinare solleverebbe, insieme all'attenzione dei media, ai telegiornali che ne parlerebbero, forse non solo in Italia, e a tutto il resto che sappiamo. Meglio dire che si tratta di filosofia, che non ha mai fatto male a nessuno e della quale pochi ormai s'interessano.
Vede dove porta la Chiesa come istituzione? Si sopravvive, certo, ma a quale prezzo. E la spiritualità, in nome della quale tutto ciò dovrebbe giustificarsi, se la dà a gambe.
Lei obbedisce al magistero, compresi i richiami della Conferenza episcopale suppongo, ma nello stesso tempo rivendica "la suprema libertà dell'uomo spirituale". Posizione apprezzabile, ma anche comoda. Un piede di qua e uno di là. Pecora obbediente del gregge, ma anche capro ribelle alla ricerca di sentieri suoi. Mi chiedo se i cattolici come lei siano una spina nel fianco per la Chiesa o non la sua foglia di fico.
(...)
Ora io chiedo al teologo che lei è se non sia addirittura blasfema un'idea di Dio che si rimette alla tecnologia sanitaria e sposta i termini della morte naturale a seconda dei macchinari inventati dagli uomini. Ci sono oggi persone tenute in vita, una sottospecie di vita puramente cellulare, solo perché strumenti complessi consentono alla loro carcassa di continuare a respirare, a defecare. Quelle stesse persone, solo pochi anni fa, sarebbero "naturalmente" morte. E aggiungo, facendo mio ciò che tempo fa mi disse il genetista Edoardo Boncinelli: "Oggi vivono e magari prosperano persone che in condizioni naturali non avrebbero avuto alcuna chance di sopravvivere fino a una certa età. Dai miopi ai sordi, dai diabetici agli emofiliaci, dai disabili di vario tipo ai portatori di intolleranze alimentari, per non parlare di tutte le problematiche connesse alle eventuali difficoltà del parto". Girano, fortunatamente, per le strade dei paesi più avanzati, molti individui che solo pochi decenni fa non ci sarebbero stati.
Allora cosa vuol dire naturale? Dov'era Dio, dove nascondeva la sua misericordia, diciamo mezzo secolo fa? E perché mai un organismo secolare, delle persone altrimenti serie, devono ricorrere a simili grotteschi aggiustamenti? La risposta è: appunto per ragioni istituzionali, cioè politiche, ovvero per poter continuare ad armi pari il braccio di ferro con lo Stato, per non perdere competenze e autorità e ricavi sui momenti fondamentali dell'esistenza: la nascita, il matrimonio, la generazione, la morte.
Ma lei mi chiede: "Crede che noi cattolici siamo tutti pecorelle-signorsì" come piacerebbe a tanti cardinali e a qualche altro eminentissimo e potentissimo prelato? So che non è così, apprezzo che non sia così, lo apprezzo talmente che mi dispiace perfino di polemizzare con lei con il rischio di farla irrigidire in una posizione che non è la sua.
Però le domando: a che servono le pecorelle signor-nò, rispetto all'immenso gregge delle pecorelle signor-sì o che semplicemente considerano la religione una scelta à la carte, un menu dal quale scegliere (questo sì, questo no, grazie) o addirittura un fazzolettino usa-e-getta? Da Francesco a oggi, sono mai riuscite le pecorelle-signornò a cambiare durevolmente la rotta, l'atteggiamento, l'animus, dell'istituzione Chiesa? Perchè questo non è mai accaduto? Mi creda se le dico una cosa piuttosto delicata. Nel brevissimo tempo in cui regnò Giovanni Paolo I, papa Albino Luciani, di fronte alla continua sorpresa delle sue affermazioni mi chiesi se la visione di Francesco non avesse per caso preso finalmente forma all'interno dei sacri palazzi. Poi Luciano morì e si è perfino ipotizzato, come sa, il suo assassinio. Non è impossibile che omicidio ci sia stato, ma poiché non lo sappiamo, è inutile rivangare la questione. Certo però, che quella morte fu, se così posso dire, provvidenziale, tanto incongrua, stridente, commovente, patetica, appariva la figura di quel piccolo papa innocente calato nei meandri della tradizione curiale, così carica di ferocia, nella storia. Com'è più adatto al ruolo il papa tedesco, l'ex capo del Sant'Uffizio, colui che ha consigliato, ispirato, al predecessore polacco la linea di chiusura nei confronti della teologia della liberazione in America Latina. Vale la pena ricordarlo, visto che lei cita i vescovi martiri ed eroi Oscar Romero e Helder Camara.
(...)
vede come possano concordare il pensiero illuministico laico e una teologia misericordiosa, che prescinda cioè dalle considerazioni di potere che così spesso avvelenano il messaggio della Chiesa ufficiale? E infine, ultima domanda, vede quale utilità si potrebbe ricavare dal una collaborazione leale e aperta di laici e cattolici in un momento in cui molti, soprattutto fra i più giovani, hanno estremo bisogno di punti di riferimento, di valori che aiutino la convivenza, il rispetto reciproco, la civiltà dei rapporti?
Perché i vescovi tedeschi e quelli spagnoli, vescovi della stessa Chiesa, si sono dimostrati così aperti, al contrario di quelli italiani? Forse perché i vescovi italiani sono peggiori, più cattivi degli altri? Forse perché tedeschi e spagnoli sono meno religiosi degli italiani? Non credo. Azzardo la mia risposta: perché gli italiani sono i più vicini alla centrale del potere, tenuti a un'obbedienza più rigida dal momento che le alte gerarchie hanno scelto di fare dell'Italia (della povera Italia) la loro terra di conquista in un momento di enormi difficoltà, con le chiese e i seminari vuoti in mezzo mondo e una scristianizzazione galoppante ovunque, perfino da noi.
(...)
Caro professore, sappia che io considero la teologia cattolica una poderosa costruzione intellettuale, né potrebbe essere altrimenti, dato il livello degli ingegni che hanno contribuito a edificarla. Tuttavia, mi pare intollerabile (oltre che controproducente per voi, come ho già detto) che questo insieme di concetti venga presentato come una verità rivelata, ovvero indiscutibile, un'etica valida per tutti e dunque da imporre a tutti, anche con l'aiuto delle leggi, là dove i legislatori si presentino abbastanza cedevoli. Non devo certo fare esempi di tale cedevolezza. Il cattolicesimo è una corrente filosofica come tante altre nelle quali il pensiero umano si è progressivamente articolato; nessuno però è stato mai obbligato a diventare stoico o a comportarsi da stoico. L'adesione allo stoicismo era una libera scelta, liberamente revocabile. Non pochi dignitari della sua Chiesa pensano, invece, che la morale da loro dettata debba essere un abito da far indossare per forza anche a chi ne vorrebbe uno diverso.
(...)
Lei sostiene che ciò è inadeguato, data l'immensità dell'oggetto teologico. Io, più modestamente, affermo che è intollerabile perché contraddice il cardine di ogni democrazia, quello che esclude l'esistenza di "principi non negoziabili" e fonda, al contrario, la possibilità di convivere in pace proprio sulla mediazione: per dirla con parole familiari e nello stesso tempo piene di significato, sul mediare, sul capire le ragioni degli altri, sul venirsi incontro.
(...)
Domanda: come mai la libertà parla lingue così diverse ai confratelli della stessa religione di qua e di là delle Alpi? Azzardo, forse sbagliando, una risposta: la libertà concessa dalla dottrina è direttamente proporzionale alla forza della possibile concorrenza con altre confessioni. In Germania c'è una forte presenza protestante: la Chiesa cattolica ne tiene conto e si adegua. Questo non è bello.
(...)
Se l'accusassero di essere fuori della linea da un punto di vista dottrinale dovrebbero, di conseguenza, farle una specie di processo - beninteso nei limiti che i tempi consentono: niente roghi -, diffidarla e, ove persistesse nel suo errore, prendere provvedimenti che non so bene in che cosa potrebbero consistere, ma sarebbero comunque sgradevoli, anche se non persecutori. In fondo, anche nel caso di Emmanuel Milingo, sacerdote ed esorcista che ne ha combinate di tutti i colori, i provvedimento disciplinari sono stati blandi rispetto a ciò che sarebbe accaduto solo qualche decennio fa. Nei tempi antichi, invece, su questioni teologiche si aprivano scismi e si rischiava di mettere in gioco la propria vita.
Penso che, oggi, la Chiesa cattolica tenda piuttosto a nascondere sotto il tappeto i dissidi in materia di dottrina, parlandone il meno possibile. Oppure a degradarli collocandoli su un piano filosofico, giudicato non solo un livello meno pericoloso, ma anche meno impegnativo. C'è un vizio in questo ragionamento poiché la filosofia è la madre di ogni pensiero organizzato, compreso quello teologico. Ho dalla mia Spinoza, e la compagnia mi conforta.
Trattandola da filosofo, riducendo le sue idee a un argomentare filosofico, la Chiesa cerca di evitare i fastidi e lo scandalo che un provvedimento disciplinare solleverebbe, insieme all'attenzione dei media, ai telegiornali che ne parlerebbero, forse non solo in Italia, e a tutto il resto che sappiamo. Meglio dire che si tratta di filosofia, che non ha mai fatto male a nessuno e della quale pochi ormai s'interessano.
martedì 15 marzo 2011
"Ti squamo (storia di un amore screpolato)" di Antonio Rezza
(...)
Ma adesso, dopo aver a lungo ascoltato me medesimo, vedo nel parlare un prolungamento eccessivo del bisogno: faccio esempio pertinente: se ho sete e non parola muovo cenno con la mano avvicinandola alla bocca, e stai pur sicuro che qualcuno di buon cuore e conosciuto mi si presenta col sorriso in volto e la caraffa gorgheggiante into la mano mentre nell'altra cala il bicchiere quasi fosse asso di briscola. Ma se io ho sete e pur parola, tralascio il gesto e urlo "ho sete" con l'ultimo filo di saliva atta a lubrificio di trachea infiammata: il mio interlocutore mi si presenta co' caraffa e recipiente mentre nell'aria fresca ponentina vaga il mio "ho sete" alla ricerca della pace. Pace che mai troverà. Smettiamola di considerare aereo il suono, ogni parola è figlia del fiato, il fiato pesa, soffiando in palloncino esso si gonfia, parlando in un pallone esso si gonfia, parlando in una casa essa si gonfia e scoppia, parlando nelle città, nelle nazioni, intro e fora continente, esso si gonfia e noi non lo vediamo. Non dimentichiamo che il nostro fiato puzza, l'alito indecente è più di una realtà, non inventiamo storie di smog e scappamento, perché l'ozono è bucato e vilipeso da secoli e millenni di parole, di alitate, di sfiatate, di proclami e di urla di dolore. Il mio dolore è nel vedere che una stronzata inquina più del radio attivo.
Ma poi vorrei sapere dove vanno a nascondersi i discorsi dell'umanità, in quale antro remoto essi bivaccano ridendo alle spalle di chi li pensa già scomparsi: sbobiniamo i discorsi delle autorità, dei professori, dei relatori, illudiamoci di cristallizzare l'accaduto: illudiamoci appunto, la parola orale figlia del fiato puzzolente di interiora, figlia dell'alito raccolto sotto le gengive retrattili che nascondono cibo in avaria, la parola puzzolente anche dopo sciacquo disperato, quella parola e tutte altre pronunciate, aleggerà sui nostri capi gonfia ed invisibile, provocando le stagioni, diradandosi per agevolare i freddi venti tramontini, raggrumandosi per dar luogo alle precipitazioni. E quando piove non ripariamoci con ombrelli vani, sta piovendo la saliva nostra, il detto antico si riduce acquetta e torna giustiziere a inzaccherare la pelle di chi lo ha pronunciato.
Sono talmente convinto di non essere capito che faccio un altro esempio: se io mangio male per un mese e per un mese non mi lavo i denti, puzzo nell'alito come nel mio stesso intimo. Se vengo preso e messo in una camera per alitare fino all'ultimo respiro, stai pur certo che la stanza ben presto cambierà l'odore, profumerà di mio, del mio bivacco passato, del mio carente spazzolato. Un miliardo di persone che fiatano contro il cielo generan olezzo, distruggon l'atmosfera: parliamo solo sotto gli alberi, dove la sintesi clorofilliana sarà lo sprono per una nuova sintesi, la nostra, la sintesi estrema, quella ai confini del silenzio: e poi facciamoci coraggio, passiamolo il confine ed accettiamoci con gli occhi. E quando gli occhi avranno rimpiazzato la parola, quando tutti i codici oculari avran sostituito i codici verbali, strappiamo le pupille dalle nostre facce e lasciamole per terra, a guardarci, a fissare un popolo che ancora ha la speranza di capirsi.
Ma adesso, dopo aver a lungo ascoltato me medesimo, vedo nel parlare un prolungamento eccessivo del bisogno: faccio esempio pertinente: se ho sete e non parola muovo cenno con la mano avvicinandola alla bocca, e stai pur sicuro che qualcuno di buon cuore e conosciuto mi si presenta col sorriso in volto e la caraffa gorgheggiante into la mano mentre nell'altra cala il bicchiere quasi fosse asso di briscola. Ma se io ho sete e pur parola, tralascio il gesto e urlo "ho sete" con l'ultimo filo di saliva atta a lubrificio di trachea infiammata: il mio interlocutore mi si presenta co' caraffa e recipiente mentre nell'aria fresca ponentina vaga il mio "ho sete" alla ricerca della pace. Pace che mai troverà. Smettiamola di considerare aereo il suono, ogni parola è figlia del fiato, il fiato pesa, soffiando in palloncino esso si gonfia, parlando in un pallone esso si gonfia, parlando in una casa essa si gonfia e scoppia, parlando nelle città, nelle nazioni, intro e fora continente, esso si gonfia e noi non lo vediamo. Non dimentichiamo che il nostro fiato puzza, l'alito indecente è più di una realtà, non inventiamo storie di smog e scappamento, perché l'ozono è bucato e vilipeso da secoli e millenni di parole, di alitate, di sfiatate, di proclami e di urla di dolore. Il mio dolore è nel vedere che una stronzata inquina più del radio attivo.
Ma poi vorrei sapere dove vanno a nascondersi i discorsi dell'umanità, in quale antro remoto essi bivaccano ridendo alle spalle di chi li pensa già scomparsi: sbobiniamo i discorsi delle autorità, dei professori, dei relatori, illudiamoci di cristallizzare l'accaduto: illudiamoci appunto, la parola orale figlia del fiato puzzolente di interiora, figlia dell'alito raccolto sotto le gengive retrattili che nascondono cibo in avaria, la parola puzzolente anche dopo sciacquo disperato, quella parola e tutte altre pronunciate, aleggerà sui nostri capi gonfia ed invisibile, provocando le stagioni, diradandosi per agevolare i freddi venti tramontini, raggrumandosi per dar luogo alle precipitazioni. E quando piove non ripariamoci con ombrelli vani, sta piovendo la saliva nostra, il detto antico si riduce acquetta e torna giustiziere a inzaccherare la pelle di chi lo ha pronunciato.
Sono talmente convinto di non essere capito che faccio un altro esempio: se io mangio male per un mese e per un mese non mi lavo i denti, puzzo nell'alito come nel mio stesso intimo. Se vengo preso e messo in una camera per alitare fino all'ultimo respiro, stai pur certo che la stanza ben presto cambierà l'odore, profumerà di mio, del mio bivacco passato, del mio carente spazzolato. Un miliardo di persone che fiatano contro il cielo generan olezzo, distruggon l'atmosfera: parliamo solo sotto gli alberi, dove la sintesi clorofilliana sarà lo sprono per una nuova sintesi, la nostra, la sintesi estrema, quella ai confini del silenzio: e poi facciamoci coraggio, passiamolo il confine ed accettiamoci con gli occhi. E quando gli occhi avranno rimpiazzato la parola, quando tutti i codici oculari avran sostituito i codici verbali, strappiamo le pupille dalle nostre facce e lasciamole per terra, a guardarci, a fissare un popolo che ancora ha la speranza di capirsi.
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lunedì 7 marzo 2011
"Il paese dell'anima, Lettere 1909-1925" di Marina Cvetaeva
(...)
Io sono una creatura scorticata a nudo, e tutti voi portate la corazza. Tutti voi avete: l'arte, la vita sociale, le amicizie, le distrazioni, la famiglia, il dovere, io, nel profondo, non ho NUL-LA. Tutto cade come pelle, e sotto la pelle carne viva, o fuoco - io: Psiche. In nessuna forma trovo posto - neanche in quella, spaziosissima, dei miei versi! Non riesco a vivere. In me nulla va come negli altri. Riesco a vivere solo in sogno, nei semplici sogni che si fanno di notte: ecco che cado da un quarantesimo piano a San Francisco, ecco l'alba che mi insegue, ecco un estraneo e d'improvviso io lo bacio, ecco che stanno per uccidermi e io spicco il volo. Non sto raccontando favole, io faccio sogni terribili e stupendi, sogni con l'amore, sogni con la morte, è la mia vera vita, senza eventi casuali, tutta fatale, dove tutto si avvera.
Che fare - così fatta - nella vita?! Bacio e - sono già mille miglia lontana, e l'altro si è spostato di un solo millimetro, e, dentro di me: "Non mi ama - è stanco - non è mio - voglio morire". Oh, sempre: morire! per tutto!
E' questo che vi aspettavate? Ed è forse questo che amate quando parlate (ma ne avete veramente parlato?) di amore? Ed è forse possibile amare questo?!
(...)
Poco tempo fa ho bollito nella caffettiera il fondo del fornello a spirito che avevo perso: lo spirito lo facevo bruciare nel coperchio di una scatola di lucido da scarpe. Quando ho finito di bere il caffè ho scoperto quello che avevo perso: il terribile fondo nero del fornello (che è fatto a forma di tazzina). - Che ve ne pare, come decotto? - E non sono morta.
(Dopo una cosa del genere, berrete mai caffè a casa mia?)
Io sono una creatura scorticata a nudo, e tutti voi portate la corazza. Tutti voi avete: l'arte, la vita sociale, le amicizie, le distrazioni, la famiglia, il dovere, io, nel profondo, non ho NUL-LA. Tutto cade come pelle, e sotto la pelle carne viva, o fuoco - io: Psiche. In nessuna forma trovo posto - neanche in quella, spaziosissima, dei miei versi! Non riesco a vivere. In me nulla va come negli altri. Riesco a vivere solo in sogno, nei semplici sogni che si fanno di notte: ecco che cado da un quarantesimo piano a San Francisco, ecco l'alba che mi insegue, ecco un estraneo e d'improvviso io lo bacio, ecco che stanno per uccidermi e io spicco il volo. Non sto raccontando favole, io faccio sogni terribili e stupendi, sogni con l'amore, sogni con la morte, è la mia vera vita, senza eventi casuali, tutta fatale, dove tutto si avvera.
Che fare - così fatta - nella vita?! Bacio e - sono già mille miglia lontana, e l'altro si è spostato di un solo millimetro, e, dentro di me: "Non mi ama - è stanco - non è mio - voglio morire". Oh, sempre: morire! per tutto!
E' questo che vi aspettavate? Ed è forse questo che amate quando parlate (ma ne avete veramente parlato?) di amore? Ed è forse possibile amare questo?!
(...)
Poco tempo fa ho bollito nella caffettiera il fondo del fornello a spirito che avevo perso: lo spirito lo facevo bruciare nel coperchio di una scatola di lucido da scarpe. Quando ho finito di bere il caffè ho scoperto quello che avevo perso: il terribile fondo nero del fornello (che è fatto a forma di tazzina). - Che ve ne pare, come decotto? - E non sono morta.
(Dopo una cosa del genere, berrete mai caffè a casa mia?)
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domenica 3 ottobre 2010
giovedì 8 luglio 2010
E. M. Cioran "Écartèlement", 1979

Noi non abbiamo scelta se non fra verità irrespirabili e imbrogli salutari. Soltanto le verità che non permettono di vivere meritano il nome di verità. Superiori alle esigenze del vivente, non accondiscendono ad essere nostre complici. Sono verità "inumane", verità da vertigine e che si respingono perchè nessuno può fare a meno di sostegni camuffati da slogan o da dèi. Ciò che è triste è vedere che in ogni epoca sono gli iconoclasti o pretesi tali che ricorrono per lo più alle finzioni e alle menzogne. Il mondo antico doveva essere ben malato per aver avuto bisogno di un antidoto così grossolano come quello che gli avrebbe somministrato il cristianesimo. Il mondo moderno lo è altrettanto, a giudicare dai rimedi da cui si aspetta miracoli. Epicuro, il meno fanatico dei saggi, fu allora il grande perdente, come lo è oggi. Si è colti da stupore e anzi da sgomento quando si sentono uomini parlare di affrancare L'Uomo. Come potrebbero degli schiavi affrancare lo Schiavo? E come credere che la storia - corteo di abbagli - possa trascinarsi ancora per molto? L'ora di chiusura suonerà presto nei giardini di ogni luogo.
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martedì 12 gennaio 2010
communication let me down, but I'm left here

Qui mi accorgo tuttavia di avere descritto non la società della comunicazione nella sua effettualità, ma la visione utopistica di coloro che vorrebbero sostituire il 'principio di realtà' col 'principio di piacere'. Sono le prime vittime della società della comunicazione e a loro va tutta la mia simpatia umana.
Quando una massa enorme di studenti si accalca davanti alle segreterie dei corsi di comunicazione, essa offre uno spettacolo che è indubbiamente più rassicurante delle adunate fasciste, perchè non vuole "credere, obbedire, combattere", ma sostituire il lavoro col gioco, Thanatos con Eros, la guerra con la pace universale.
La mia simpatia è tuttavia piena di mestizia, perchè sono destinati a essere gabbati non meno dei loro antenati fascisti.
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martedì 29 dicembre 2009
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