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mercoledì 29 giugno 2011

Il rimedio è la povertà, Goffredo Parise

Questa volta non risponderò « ad personam », parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: « I poveri hanno sempre ragione », scritta alcuni mesi fa, e quest'altra: « Il rimedio (di tutto) è la povertà. Tornare indietro? Si, tornare indietro », scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima hanno scritto che sono «un comunista », per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di «consumare ».
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c'è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall'altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d'accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro Paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e cosi il senso più profondo e storico di « classe ». Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affannati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra « ideologia » nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell'acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.
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Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è « comunismo », come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime « barche ».
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l'olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro Paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l'uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro Paese che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro Paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro Paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l'illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro Paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.
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II nostro Paese è un'enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli «etichettati» che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a «flatus vocis» ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani «comprano» ideologia al mercato dagli stracci ideologici cosi come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l'hanno voluta disprezzare nell'euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro «qualità », la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c'è di tutto, vedi l'estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l'elite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all'opposizione. L'obbligo mondano impone la « boutique » ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del « grand marché aux puces » ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob ara questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
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La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più «corretta», come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell'Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l'enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro Paese.

Goffredo Parise
Corriere della Sera, 30 giugno 1974

sabato 7 maggio 2011

Celebrazioni per un tempo finito, Giuseppe Genna (II)

Da "Assalto a un tempo devastato e vile", 2001

Io non credo a nulla, perciò tutto è possibile per me. La falsa vita, con cui hanno creduto di nascondermi l’autentica sopravvivenza colla quale devo fare i conti quotidianamente, non esercita alcun fastidio né credito su di me. Sono disposto ad abbandonarla subito, purché mi venga garantita la possibilità di sputare in faccia ai Maggiordomi di ogni latitudine ed estrazione. Io sono un proletario arrabbiato che non solo non possiede i mezzi della produzione, ma neppure desidera una simile sciagura. Non voglio lavorare ad altro se non alla costruzione di stati estremi di fedeltà a me stesso, al mondo che sogno e alle persone che amo. Ho imparato a diffidare persino dei miei più intimi desideri. Figuriamoci se non dubito del sorriso mezzo scettico degli ultimi arrivati.

(...)

Siamo macchiette messe a friggere nell'olio di riuso del grottesco. La puzza di comico che aleggia intorno a noi è stomachevole. Non si ride quando si è nauseati. Il principio di regalità che tutela i Prìncipi dei poveri è questo: si tratta di una realtà troppo dura e probabile, per riderne a cuor leggero. Noi, con i fantasmi di chi è stato ai nostri tavoli per stringere bicchieri simili a quelli da cui bevevamo, accerchiamo questa indifferenza stanca, proprio come la cattiva coscienza assedia la pratica leggera delle virtù.

Prima del grande sbando, il cui inizio il mio amico colloca all'incirca dopo il disastro di Ustica, noi siamo stati felici. Abbiamo acquistato la consapevolezza delle nostre infelicità e per questo eravamo superiori a tutti: eravamo supremi. Il sordido anonimato in cui consumavamo le nostre misere esistenze non ha nulla del bando di esilio che ci è stato silenziosamente comminato negli anni Ottanta e in questo ultimo, disastrato decennio. Ci siamo sciacquati le parti intime con i liquidi che grondavano dal banchetto a cui si è abbuffato il Paese. Abbiamo visto seccarsi l'altrui acquolina sulle labbra sempre più tirate e cadaveriche dei volti rapaci, fino a quei grumi secchi di saliva agli angoli della bocca di Arnaldo Forlani al processo per Tangentopoli. E mentre noi stiamo vivendo con una salute sorretta dalla pura volontà, sono i corpi dei Maggiordomi a entrare in putrefazione prima ancora di essere colti da morte certa: vedere queste sagome malate e prossime al collasso affacciarsi dai teleschermi ci lascia in bocca il dolce sapore di una vendetta del tutto naturale, e il gusto amaro che nuove marionette sono pronte a calcare il minuscolo palcoscenico dei nostri squassi.

Celebrazioni per un tempo finito, Giuseppe Genna (I)

Da "Assalto a un tempo devastato e vile", 2001

(...) L'Italia di questo trentennio è, alla stregua di Israele, un territorio dove una tradizione spirituale constata i danni causati da se stessa misurando tassi di crescita di ateismo, nonchalance esistenziale e vago sentore di un fumoso avvenire postmortem tra quelli che una volta venivano annoverati nel gregge dei fedeli - e oggi tradiscono, senza coscienza o disprezzo verso se stessi e il mondo.
Non so se l'idea viene resa con semplicità da questa immagine: è stato come affogare in una vasca mentre il condominio è in fiamme. Sostenere le ragioni di un senso della trascendenza in un regime ex religioso che si sta fottendo di ogni senso, bellamente, ha questa tragicità ironica che marchia dolorosamente una vita intera.
Tuttavia non dispero. In metropolitana o sui bagnasciuga rivieraschi, osservo trionfare i prodotti che hanno ereditato in epoca laica la forma, lo stile e la promessa delle grandi letterature religiose: i gialli - e anche la fantascienza. Sono le manifestazioni più recenti dell'attesa protratta e dell'immersione nell'improbabile che ogni evasione fideistica ha puntualmente concesso allo stormo dei suoi fedeli. E l'immancabile scontro che il potere religioso ha dovuto affrontare con l'istanza terrena e statale, oggi, assume le fogge di un grande, sterminato segreto, intorno a cui il gioco tra dissimulazione e rovesciamento della verità ha raggiunto dimensioni mai sperimentate: quelle dell'intero pianeta. Il segreto domina questo mondo, in primo luogo come segreto del dominio. Dalle reti di promozione-controllo si passa impercettibilmente a quelle di sorveglianza-disinformazione. Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi, cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.
Ora, è difficile stabilire, mentre si procede lenti verso la macellazione, se a questo punto è meglio vantare la propria condizione di bovini o quella di condannati a morte certa e imminente. Probabilmente, reclamando la legittimità di entrambi gli statuti, diviene più importante che mai l'esistenza di un dio - certo e imminente. E si potrebbe dare il caso che il macellaio inizi a porre fede nella sacertà delle vacche.
Così, credere di dovere opporre una fede malcerta e non propria all'abbandono della stessa fede da parte di nuovi candidati alla miscredenza: ecco una buona ginnastica che preserva lo spirito dagli smottamenti e dai falsi dubbi. Per ogni pensiero come questo - è certo - c'è un macellaio che sta preparando il chiodo.

domenica 27 marzo 2011

Disputa su Dio e dintorni, Corrado Augias e Vito Mancuso

Augias

Vede dove porta la Chiesa come istituzione? Si sopravvive, certo, ma a quale prezzo. E la spiritualità, in nome della quale tutto ciò dovrebbe giustificarsi, se la dà a gambe.
Lei obbedisce al magistero, compresi i richiami della Conferenza episcopale suppongo, ma nello stesso tempo rivendica "la suprema libertà dell'uomo spirituale". Posizione apprezzabile, ma anche comoda. Un piede di qua e uno di là. Pecora obbediente del gregge, ma anche capro ribelle alla ricerca di sentieri suoi. Mi chiedo se i cattolici come lei siano una spina nel fianco per la Chiesa o non la sua foglia di fico.

(...)

Ora io chiedo al teologo che lei è se non sia addirittura blasfema un'idea di Dio che si rimette alla tecnologia sanitaria e sposta i termini della morte naturale a seconda dei macchinari inventati dagli uomini. Ci sono oggi persone tenute in vita, una sottospecie di vita puramente cellulare, solo perché strumenti complessi consentono alla loro carcassa di continuare a respirare, a defecare. Quelle stesse persone, solo pochi anni fa, sarebbero "naturalmente" morte. E aggiungo, facendo mio ciò che tempo fa mi disse il genetista Edoardo Boncinelli: "Oggi vivono e magari prosperano persone che in condizioni naturali non avrebbero avuto alcuna chance di sopravvivere fino a una certa età. Dai miopi ai sordi, dai diabetici agli emofiliaci, dai disabili di vario tipo ai portatori di intolleranze alimentari, per non parlare di tutte le problematiche connesse alle eventuali difficoltà del parto". Girano, fortunatamente, per le strade dei paesi più avanzati, molti individui che solo pochi decenni fa non ci sarebbero stati.
Allora cosa vuol dire naturale? Dov'era Dio, dove nascondeva la sua misericordia, diciamo mezzo secolo fa? E perché mai un organismo secolare, delle persone altrimenti serie, devono ricorrere a simili grotteschi aggiustamenti? La risposta è: appunto per ragioni istituzionali, cioè politiche, ovvero per poter continuare ad armi pari il braccio di ferro con lo Stato, per non perdere competenze e autorità e ricavi sui momenti fondamentali dell'esistenza: la nascita, il matrimonio, la generazione, la morte.
Ma lei mi chiede: "Crede che noi cattolici siamo tutti pecorelle-signorsì" come piacerebbe a tanti cardinali e a qualche altro eminentissimo e potentissimo prelato? So che non è così, apprezzo che non sia così, lo apprezzo talmente che mi dispiace perfino di polemizzare con lei con il rischio di farla irrigidire in una posizione che non è la sua.
Però le domando: a che servono le pecorelle signor-nò, rispetto all'immenso gregge delle pecorelle signor-sì o che semplicemente considerano la religione una scelta à la carte, un menu dal quale scegliere (questo sì, questo no, grazie) o addirittura un fazzolettino usa-e-getta? Da Francesco a oggi, sono mai riuscite le pecorelle-signornò a cambiare durevolmente la rotta, l'atteggiamento, l'animus, dell'istituzione Chiesa? Perchè questo non è mai accaduto? Mi creda se le dico una cosa piuttosto delicata. Nel brevissimo tempo in cui regnò Giovanni Paolo I, papa Albino Luciani, di fronte alla continua sorpresa delle sue affermazioni mi chiesi se la visione di Francesco non avesse per caso preso finalmente forma all'interno dei sacri palazzi. Poi Luciano morì e si è perfino ipotizzato, come sa, il suo assassinio. Non è impossibile che omicidio ci sia stato, ma poiché non lo sappiamo, è inutile rivangare la questione. Certo però, che quella morte fu, se così posso dire, provvidenziale, tanto incongrua, stridente, commovente, patetica, appariva la figura di quel piccolo papa innocente calato nei meandri della tradizione curiale, così carica di ferocia, nella storia. Com'è più adatto al ruolo il papa tedesco, l'ex capo del Sant'Uffizio, colui che ha consigliato, ispirato, al predecessore polacco la linea di chiusura nei confronti della teologia della liberazione in America Latina. Vale la pena ricordarlo, visto che lei cita i vescovi martiri ed eroi Oscar Romero e Helder Camara.

(...)

vede come possano concordare il pensiero illuministico laico e una teologia misericordiosa, che prescinda cioè dalle considerazioni di potere che così spesso avvelenano il messaggio della Chiesa ufficiale? E infine, ultima domanda, vede quale utilità si potrebbe ricavare dal una collaborazione leale e aperta di laici e cattolici in un momento in cui molti, soprattutto fra i più giovani, hanno estremo bisogno di punti di riferimento, di valori che aiutino la convivenza, il rispetto reciproco, la civiltà dei rapporti?
Perché i vescovi tedeschi e quelli spagnoli, vescovi della stessa Chiesa, si sono dimostrati così aperti, al contrario di quelli italiani? Forse perché i vescovi italiani sono peggiori, più cattivi degli altri? Forse perché tedeschi e spagnoli sono meno religiosi degli italiani? Non credo. Azzardo la mia risposta: perché gli italiani sono i più vicini alla centrale del potere, tenuti a un'obbedienza più rigida dal momento che le alte gerarchie hanno scelto di fare dell'Italia (della povera Italia) la loro terra di conquista in un momento di enormi difficoltà, con le chiese e i seminari vuoti in mezzo mondo e una scristianizzazione galoppante ovunque, perfino da noi.

(...)

Caro professore, sappia che io considero la teologia cattolica una poderosa costruzione intellettuale, né potrebbe essere altrimenti, dato il livello degli ingegni che hanno contribuito a edificarla. Tuttavia, mi pare intollerabile (oltre che controproducente per voi, come ho già detto) che questo insieme di concetti venga presentato come una verità rivelata, ovvero indiscutibile, un'etica valida per tutti e dunque da imporre a tutti, anche con l'aiuto delle leggi, là dove i legislatori si presentino abbastanza cedevoli. Non devo certo fare esempi di tale cedevolezza. Il cattolicesimo è una corrente filosofica come tante altre nelle quali il pensiero umano si è progressivamente articolato; nessuno però è stato mai obbligato a diventare stoico o a comportarsi da stoico. L'adesione allo stoicismo era una libera scelta, liberamente revocabile. Non pochi dignitari della sua Chiesa pensano, invece, che la morale da loro dettata debba essere un abito da far indossare per forza anche a chi ne vorrebbe uno diverso.

(...)

Lei sostiene che ciò è inadeguato, data l'immensità dell'oggetto teologico. Io, più modestamente, affermo che è intollerabile perché contraddice il cardine di ogni democrazia, quello che esclude l'esistenza di "principi non negoziabili" e fonda, al contrario, la possibilità di convivere in pace proprio sulla mediazione: per dirla con parole familiari e nello stesso tempo piene di significato, sul mediare, sul capire le ragioni degli altri, sul venirsi incontro.

(...)

Domanda: come mai la libertà parla lingue così diverse ai confratelli della stessa religione di qua e di là delle Alpi? Azzardo, forse sbagliando, una risposta: la libertà concessa dalla dottrina è direttamente proporzionale alla forza della possibile concorrenza con altre confessioni. In Germania c'è una forte presenza protestante: la Chiesa cattolica ne tiene conto e si adegua. Questo non è bello.

(...)

Se l'accusassero di essere fuori della linea da un punto di vista dottrinale dovrebbero, di conseguenza, farle una specie di processo - beninteso nei limiti che i tempi consentono: niente roghi -, diffidarla e, ove persistesse nel suo errore, prendere provvedimenti che non so bene in che cosa potrebbero consistere, ma sarebbero comunque sgradevoli, anche se non persecutori. In fondo, anche nel caso di Emmanuel Milingo, sacerdote ed esorcista che ne ha combinate di tutti i colori, i provvedimento disciplinari sono stati blandi rispetto a ciò che sarebbe accaduto solo qualche decennio fa. Nei tempi antichi, invece, su questioni teologiche si aprivano scismi e si rischiava di mettere in gioco la propria vita.
Penso che, oggi, la Chiesa cattolica tenda piuttosto a nascondere sotto il tappeto i dissidi in materia di dottrina, parlandone il meno possibile. Oppure a degradarli collocandoli su un piano filosofico, giudicato non solo un livello meno pericoloso, ma anche meno impegnativo. C'è un vizio in questo ragionamento poiché la filosofia è la madre di ogni pensiero organizzato, compreso quello teologico. Ho dalla mia Spinoza, e la compagnia mi conforta.
Trattandola da filosofo, riducendo le sue idee a un argomentare filosofico, la Chiesa cerca di evitare i fastidi e lo scandalo che un provvedimento disciplinare solleverebbe, insieme all'attenzione dei media, ai telegiornali che ne parlerebbero, forse non solo in Italia, e a tutto il resto che sappiamo. Meglio dire che si tratta di filosofia, che non ha mai fatto male a nessuno e della quale pochi ormai s'interessano.