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giovedì 1 marzo 2012

Free Rossella Urru, Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons



Libera Rossella, dalla notte del 22 ottobre 2011 sequestrata nel campo profughi Sahrawi a Tindouf, nella zona occidentale dell'Algeria insieme ai due cooperanti spagnoli Ainhoa Fernandez de Rincon e Enric Gonyalons.

Liberi loro e tutti i volontari di associazioni non governative che partono alla volta delle periferie del mondo.

domenica 4 settembre 2011

sabato 16 luglio 2011

Scimmie da amare, 1991-2011



Un'idea di AnnaritaFavilla
Montaggio di MadambraPuppets

Thanks to Hiroscimmia per la loro "Scimmie da amare" (da i Like Gazebo Vol. B, Cacca Dischi 2011)

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Brindisi, 25 febbraio 1991 e Bari, 8 agosto 1991
-- 20 ANNI DOPO -
Lampedusa, marzo 2011

Roberto Maroni, Ministro dell'Interno (Lega): «C'è il rischio di una vera e propria emergenza umanitaria. Ci sono cittadini in cerca di protezione, ci sono criminali evasi dalle carceri e personaggi infiltrati da organizzazioni terroristiche come Alqueda nel Maghreb Islam. Una organizzazione che cerca di infiltrare agenti in Europa» ha spiegato il ministro, aggiungendo che il problema verrà posto all'attenzione della Ue anche per i «riflessi sulla sicurezza interna in Europa».

Di seguito alcuni tra i commenti degli utenti ai video degli sbarchi a Lampedusa su yuotube (non ho fatto nessuna particolare selezione, purtroppo i commenti sono tutti su questo genere):

- risolviamo il problema immigrati a Lampedusa. Firmiamo una petizione affinché il Governo ceda Lampedusa alla Tunisia, così ci togliamo dai coglioni questi cazzo di rompicoglioni.

- mandateli indietro perchè qui non c'è trippa per gatti, altrimenti noi italiani chiederemo asilo politico alla tunisia. forse lì verremo più accolti visto che il ns governo non ci tutela sia a lavoro che a diritti vari.

- Non c'è posto per questa gente in Europa.

- Il cuore è un "accesso" ma la ragione è la "MISURA",ed io credo che la cittadella Europa sia oggi una storica CALAMITA per le civiltà del mondo non-sviluppato. Mi ricorda la rivoluzione industriale ed il rapporto Città-Campagne. Ma la Storia non si ripete, e la RAGIONE deve essere Misura. Le DEMO-proporzioni prevedibili nel tempo, dell'impatto europeo con le "periferie" etno-satellitari - ricordo che l'Italia ha 299 ab.per kmq - sono fuori ogni "MISURA" ed è bene che lo comprendiamo da subito!

- dovè il napalm quando serve?

- Ma come, prima manifestano per la democrazia e quando la ottengono scappano??? Ma scappano da che cosa??? Secondo me vengono in Italia solo per spacciare droga e stuprare, ricacciamoli a calci in culo in Africa e subito!

‎- dato che loro ci invadono,,,facciamo la stessa cosa anche noi. invadiamo la libia e becchiamoci il loro petrolio,,,,,per lo meno pagheremo 20 centesimi al litro la benzina di merda che e tremonti cela fanno pagare 1,65 al litro ....ladriiiiiii !!!!
I musulmani sono solo buoni a portare casini nella nostra nazione. Una societa' sepolta nell' inmomdizia dell' inmoralita' e della perversione: porci che camminano e non raggionano, se non sul come fregare il propio simile e sulla marca da drinketto da scolari. Non ci sono musulmani buoni ma solo furbi.

- Scusate ma se siamo tutti d'accordo a mandarli a fare in culo perchè i politici non fanno quello che vuole la gente? Hanno fatto la loro bella rivoluzione del cazzo per la libertà e poi scappano....Dico che sinistra, destra, e lega ci stanno prendendo per il culo...perchè a Malta se vedono un barcone gli sparano e noi no? Ribelliamoci!

- tunisini codardi. hanno la possibilità di costruire la democrazia nel loro paese e invece scappano. TUNISINI CODARDI!

- tutta ciccia x gay. si salvi ki può !!

- oggi anno gia iniziato a lamentarsi...LAMENTARSIIII​I!!!¬! allora perche non tornate la da dove siete arrivati? loro scappano dalla guerra ma dico LA PORTERANNO QUI dA NOI LA GUERRA perche è nel loro modo di fare e sempre lo faranno...

- ELIMINAZIONE!!

- Mandateli a Fanculo al loro paese a calci in culo! che gia di delinquenti ne abbiamo abbastanza!!!! e se noi andiamo nei loro paesi ci fanno la pelle!!!! Italia popolo di ignoranti e Leccaculi!

- no guarda io direi di aprire un lagher e bruciarli vivi tutti, così nn ci disturbiamo neppure a rimandarli indietro ke ne dici??

- fuciliamoli sti bastardi islamici maomettiani pedofili e buttiamogli un belconfetto atomico a sti cazzo di inzivuzi

- Sparategli ai barconi Ca**o!!! Ma che credono di trovare qui in Italia??? Ma quanto rincoglioniti siamo!!! Italia, inizi a schifarmi sempre di più!!! Sono degli animali!!! E in più l'Italia gli ha consegnato delle villette a schiera per accoglierli!!! Spero entro breve succeda qlc di grosso contro sto schifo!!! Voglio essere presente al cambiamento!!!

migrantiiiiii...PRRRRRRRRR​RRRR¬RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRRR-RRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRRRRRRRR-RRRRRRRRRRR​RRRRRRRRRRRRRRRRRRR-RRRRRR​RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR-R​RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR​RRR-RRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRR-RRRRRRRRRRRRRRRRR​RRRRRRRRRRRRR¬RRRRRRRRRRRR​RRRRRR

- alle donne di quella razza..andate a sgravare a fanculo voi e i vostri figli

- La povertà dunque si è generata negli ultimi giorni.....Guarda , vai a farti benedire dalla Caritas che è l' unica , insieme a te che apprezza questi animali . Imbecille.

martedì 12 luglio 2011

"Scrivere dell'universo è difficile...", Sergej Dovlatov

Da "La marcia dei solitari" di Sergej Dovlatov (Sellerio, 2006)

Scrivere dell'universo è difficile. Immaginarselo è impossibile. Perché l'universo è l'assenza, è il nulla...
Ricordo bene il giorno del trionfo di Gagarin.
Noi, studenti dell'Università di Leningrado, camminavamo per il Nevskij Prospekt. Agitavamo degli striscioni fatti a mano. Gridavamo qualcosa infervorati. Solo il mio amico, il famoso bagarino Beluga, ripeteva caustico:
"Esultate, cafoni! La dinamo è nello spazio!"
"Dinamo" nel linguaggio della mala significa "grande truffa". Per di più con una sfumatura di modesta ricercatezza.
Evidentemente Beluga prima degli altri aveva percepito l'arrivo di una grandiosa campagna pubblicitaria. Aveva intravisto i primi trucchi del bluff spaziale sovietico...
Gagarin aveva un viso di rara gradevolezza.L'hanno insignito, consacrato e magnificato. L'hanno trasformato in un simbolo animato. In un sorridente idea politica.
Ma ogni tanto Gagarin diventava un essere umano. E allora si sbronzava. Evidentemente non voleva essere un'idea. E beveva sempre di più.
Prima ha avuto un incidente di macchina. Sul suo viso, che continuava ad essere un bene pubblico, è comparsa una profonda cicatrice.
Poi Gagarin ha fregato un aereo e si è schiantato definitivamente...
L'era spaziale continuava. Di idee volanti ne sono comparse sempre di più. Per i loro innumeri ritratti le mura del Cremlino non bastavano.
Il novero degli astronauti cresceva sempre di più. E hanno messo su la loro squadra di calcio...
Poi è accaduta una tragedia. Sono morti alcuni astronauti (non ricordo se tre o quattro). E' stato un giorno di lutto e tristezza. Mia figlia mi aveva chiesto:
"Ma tu, perché non piangi?"
Avevo risposto:
"Piangono quelli che li conoscevano. Per me erano idee volanti. Non posso piangere per la morte di un'idea".
Sono passati molti anni. Nello spazio, a turno, volavano tutti i democratici popolari: un vietnamita, un bulgaro, un polacco...
Ad essere onesti, ho smesso di interessarmi a queste faccende. Da tempo non mi interesso più di propaganda. Da tempo cerco di farmi guidare dalle mie idee e non da quelle degli altri...
E all'improvviso siamo venuti a sapere dello shuttle (lo si può considerare un autobus spaziale. Un taxi cosmico a itinerario fisso).
La navicella è rientrata sulla terra. Ha riportato i milioni che erano stati investiti. Ha riportato quelle meravigliose apparecchiature. Ha riportato le persone.
Leggendo le notizie sui giornali, noi non pensiamo alle idee che volano nello spazio. Pensiamo agli stabilimenti spaziali. Al turismo cosmico. Cioè al futuro nello spazio.
Ci convinciamo che l'umanità abbia un posto dove andare, dove volare, a cui anelare. Così, se anche l'Occidente cederà ai Soviet, continuerà ad esserci un posto dove si potrà emigrare...

mercoledì 29 giugno 2011

Il rimedio è la povertà, Goffredo Parise

Questa volta non risponderò « ad personam », parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: « I poveri hanno sempre ragione », scritta alcuni mesi fa, e quest'altra: « Il rimedio (di tutto) è la povertà. Tornare indietro? Si, tornare indietro », scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima hanno scritto che sono «un comunista », per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di «consumare ».
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c'è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall'altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d'accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro Paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e cosi il senso più profondo e storico di « classe ». Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affannati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra « ideologia » nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell'acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.
***
Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è « comunismo », come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime « barche ».
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l'olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro Paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l'uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro Paese che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro Paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro Paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l'illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro Paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.
***
II nostro Paese è un'enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli «etichettati» che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a «flatus vocis» ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani «comprano» ideologia al mercato dagli stracci ideologici cosi come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l'hanno voluta disprezzare nell'euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro «qualità », la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c'è di tutto, vedi l'estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l'elite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all'opposizione. L'obbligo mondano impone la « boutique » ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del « grand marché aux puces » ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob ara questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
***
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più «corretta», come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell'Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l'enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro Paese.

Goffredo Parise
Corriere della Sera, 30 giugno 1974

martedì 7 giugno 2011

Perdona e dimentica, I Cani

V e r g o g n a t i.

sabato 7 maggio 2011

Celebrazioni per un tempo finito, Giuseppe Genna (II)

Da "Assalto a un tempo devastato e vile", 2001

Io non credo a nulla, perciò tutto è possibile per me. La falsa vita, con cui hanno creduto di nascondermi l’autentica sopravvivenza colla quale devo fare i conti quotidianamente, non esercita alcun fastidio né credito su di me. Sono disposto ad abbandonarla subito, purché mi venga garantita la possibilità di sputare in faccia ai Maggiordomi di ogni latitudine ed estrazione. Io sono un proletario arrabbiato che non solo non possiede i mezzi della produzione, ma neppure desidera una simile sciagura. Non voglio lavorare ad altro se non alla costruzione di stati estremi di fedeltà a me stesso, al mondo che sogno e alle persone che amo. Ho imparato a diffidare persino dei miei più intimi desideri. Figuriamoci se non dubito del sorriso mezzo scettico degli ultimi arrivati.

(...)

Siamo macchiette messe a friggere nell'olio di riuso del grottesco. La puzza di comico che aleggia intorno a noi è stomachevole. Non si ride quando si è nauseati. Il principio di regalità che tutela i Prìncipi dei poveri è questo: si tratta di una realtà troppo dura e probabile, per riderne a cuor leggero. Noi, con i fantasmi di chi è stato ai nostri tavoli per stringere bicchieri simili a quelli da cui bevevamo, accerchiamo questa indifferenza stanca, proprio come la cattiva coscienza assedia la pratica leggera delle virtù.

Prima del grande sbando, il cui inizio il mio amico colloca all'incirca dopo il disastro di Ustica, noi siamo stati felici. Abbiamo acquistato la consapevolezza delle nostre infelicità e per questo eravamo superiori a tutti: eravamo supremi. Il sordido anonimato in cui consumavamo le nostre misere esistenze non ha nulla del bando di esilio che ci è stato silenziosamente comminato negli anni Ottanta e in questo ultimo, disastrato decennio. Ci siamo sciacquati le parti intime con i liquidi che grondavano dal banchetto a cui si è abbuffato il Paese. Abbiamo visto seccarsi l'altrui acquolina sulle labbra sempre più tirate e cadaveriche dei volti rapaci, fino a quei grumi secchi di saliva agli angoli della bocca di Arnaldo Forlani al processo per Tangentopoli. E mentre noi stiamo vivendo con una salute sorretta dalla pura volontà, sono i corpi dei Maggiordomi a entrare in putrefazione prima ancora di essere colti da morte certa: vedere queste sagome malate e prossime al collasso affacciarsi dai teleschermi ci lascia in bocca il dolce sapore di una vendetta del tutto naturale, e il gusto amaro che nuove marionette sono pronte a calcare il minuscolo palcoscenico dei nostri squassi.

Celebrazioni per un tempo finito, Giuseppe Genna (I)

Da "Assalto a un tempo devastato e vile", 2001

(...) L'Italia di questo trentennio è, alla stregua di Israele, un territorio dove una tradizione spirituale constata i danni causati da se stessa misurando tassi di crescita di ateismo, nonchalance esistenziale e vago sentore di un fumoso avvenire postmortem tra quelli che una volta venivano annoverati nel gregge dei fedeli - e oggi tradiscono, senza coscienza o disprezzo verso se stessi e il mondo.
Non so se l'idea viene resa con semplicità da questa immagine: è stato come affogare in una vasca mentre il condominio è in fiamme. Sostenere le ragioni di un senso della trascendenza in un regime ex religioso che si sta fottendo di ogni senso, bellamente, ha questa tragicità ironica che marchia dolorosamente una vita intera.
Tuttavia non dispero. In metropolitana o sui bagnasciuga rivieraschi, osservo trionfare i prodotti che hanno ereditato in epoca laica la forma, lo stile e la promessa delle grandi letterature religiose: i gialli - e anche la fantascienza. Sono le manifestazioni più recenti dell'attesa protratta e dell'immersione nell'improbabile che ogni evasione fideistica ha puntualmente concesso allo stormo dei suoi fedeli. E l'immancabile scontro che il potere religioso ha dovuto affrontare con l'istanza terrena e statale, oggi, assume le fogge di un grande, sterminato segreto, intorno a cui il gioco tra dissimulazione e rovesciamento della verità ha raggiunto dimensioni mai sperimentate: quelle dell'intero pianeta. Il segreto domina questo mondo, in primo luogo come segreto del dominio. Dalle reti di promozione-controllo si passa impercettibilmente a quelle di sorveglianza-disinformazione. Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi, cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.
Ora, è difficile stabilire, mentre si procede lenti verso la macellazione, se a questo punto è meglio vantare la propria condizione di bovini o quella di condannati a morte certa e imminente. Probabilmente, reclamando la legittimità di entrambi gli statuti, diviene più importante che mai l'esistenza di un dio - certo e imminente. E si potrebbe dare il caso che il macellaio inizi a porre fede nella sacertà delle vacche.
Così, credere di dovere opporre una fede malcerta e non propria all'abbandono della stessa fede da parte di nuovi candidati alla miscredenza: ecco una buona ginnastica che preserva lo spirito dagli smottamenti e dai falsi dubbi. Per ogni pensiero come questo - è certo - c'è un macellaio che sta preparando il chiodo.

domenica 1 maggio 2011

Israele e Palestina: fra diritto e diritto, Amos Oz (II)

da "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2002)

Esiste, più urgente della questione dei confini e di quella dei luoghi santi, più urgente di ogni altra questione, la tragedia dei profughi palestinesi del 1948. Quella gente che perse la propria casa e in alcuni casi la terra natia, e che durante la Guerra d'Indipendenza di Israele nel 1948 perse tutto. C'è il più totale disaccordo su chi addossare la colpa per questa tragedia. Secondo alcuni storici israeliani di oggi, è responsabile Israele. Suppongo che nel giro di qualche anno, e spero di esserci ancora quel giorno, alcuni storici arabi arriveranno a rinfacciare ai propri governi questa vergogna. Ma a prescindere dalle definitive responsabilità, la questione è urgente, nell'immediato. Ogni profugo palestinese, senza casa, senza lavoro e senza paese, dovrebbe ottenere una casa, un lavoro, un passaporto. Israele non può accogliere questa gente, per lo meno non in grandi numeri. Se lo facesse, non sarebbe più Israele. Tuttavia Israele dovrebbe essere partecipe della soluzione nel fornire risorse che permettano di aiutare questi profughi a reinsediarsi nelle zone palestinesi. Israele dovrebbe inoltre ammettere una parte di responsabilità nella tragedia. La percentuale di responsabilità è questione d'ordine accademico, e probabilmente molto soggettiva, ma una parte di responsabilità appartiene a Israele. L'altra alla leadership palestinese del 1947 e ai governi arabi del 1948. Israele è tenuto a collaborare al reinsediamento dei profughi nella futura Palestina, vale a dire Cisgiordania e Gaza, o altrove. Naturalmente Israele ha tutti i diritti di avanzare la questione del milione di ebrei profughi dai paesi arabi, che hanno perduto anche loro la casa e i beni, a seguito della guerra del 1948. Questi ebrei non vogliono tornare nei paesi arabi. Ma vi hanno lasciato tutto ciò che possedevano. Dall'Iraq, Siria, Yemen, Egitto, Nord Africa, Iran, Libano, sono stati respinti, a volte cacciati via con la forza. Tutto questo merita attenzione. Se io fossi il primo ministro d'Israele non firmerei nessun accordo di pace che non contemplasse una soluzione per i profughi palestinesi, vale a dire il loro reinsediamento nello stato di Palestina. Perché ogni risoluzione che ignorasse tale questione, sarebbe una bomba a orologeria. Non solo per ragioni morali, ma anche per la sicurezza stessa di Israele, questo problema umano e nazionale deve trovare una soluzione nel contesto immediato del processo di pace. Per fortuna non stiamo parlando dell'Africa o dell'India. Stiamo parlando di poche centinaia di migliaia di case e posti di lavoro. Non tutti i profughi palestinesi sono senza casa e senza un paese, al momento. Ma quanto a quelli che vivono ancora così, in condizioni disumane nei campi profughi - il loro problema è anche il mio. Se non c'è soluzione per questa gente, Israele non avrà pace e serenità, anche in presenza di un accordo con il vicino. Voglio poi proporre che il primo progetto comune fra ebrei israeliani e arabi palestinesi s'avvii non appena sarà conclusa la pratica di divorzio e si sia realizzata una soluzione binazionale. per questo primo progetto non avremo aiuti internazionali, le due nazioni dovranno investire nella stessa misura, dollaro per dollaro: si dovrà trattare di un monumento comune alle nostre stupidità passate, alle nostre idiozie. Perché tutti sanno ormai che quando un bel giorno il trattato di pace sarà realtà, il popolo palestinese avrà molto meno di quello che avrebbe potuto avere 55 anni fa, 5 guerre fa, 150 mila morti fa, i loro morti e i nostri morti. Se solo la dirigenza palestinese nel 1947-48 fosse stata meno fanatica e categorica e più propensa al compromesso, se solo avesse accettato la risoluzione Onu di spartizione nel novembre del 1947! Ma anche la dirigenza israeliana parteciperà a questo monumento alla stupidità, dal momento che noi israeliani avremmo potuto fare un affare molto migliore, più soddisfacente, dimostrandoci meno arroganti, meno intossicati dal potere, meno egoisti e rozzi, dopo la nostra grande vittoria militare del 1967. E così, le due nazioni dovranno fare un bel po' di introspezione, in cerca delle vicendevoli fesserie del passato. Peraltro, la buona notizia è che il blocco cognitivo è superato. A tentare un referendum quest'oggi, un sondaggio d'opinione fra il Mediterraneo e il Giordano, che chiedesse a ogni individuo - a prescindere dalla religione, dal censo, dalle tendenze politiche, dal passaporto o dall'assenza di passaporto - non la formula di una equa soluzione, non quello che gli piacerebbe vedere, ma quello che pensa succederà alla fin fine, posso immaginare che un 80% direbbe: "Una spartizione e una soluzione binazionale". Alcuni aggiungerebbero subito: "E sarà la fine di tutto, sarà un'ingiustizia tremenda!". Su entrambi i fronti, alcuni direbbero così. Ma, se non altro, la maggioranza dei popoli ora lo sa. La buona notizia è, credo, che tanto il popolo ebraico israeliano quanto quello arabo palestinese sono più avanti dei loro leader, per la prima volta in cent'anni. Quando alla fine un leader visionario salterà su a dire: "Ecco! E' fatta! Isogni biblici, chiunque è libero di continuare a covarli, i sogni del pre '47, del post '67, continuate pure a fantasticare quanto vi pare, l'immaginazione non è censurabile. Ma la realtà corre più o meno lungo i confini del 1967"; prendere o lasciare qualche ettaro qui e là, con un mutuo accordo; e una formula aperta per i luoghi santi, perché in questo caso solo un accordo elastico potrà funzionare. Nel momento in cui i leader di entrambi i fronti saranno pronti a dichiarare questo, troveranno due popoli tristemente pronti ad ascoltarli. Non con gioia, ma pronti. Più pronti che mai. Diventati tali nel modo più doloroso e cruento, ma pronti.

Vorrei dire un'ultima cosa. Che cosa potete fare? Che cosa possono fare gli opinionisti? Tutti voi europei? Che cosa può fare il mondo esterno, a parte scuotere il capo e aggiungere "terribile!"? Ebbene, due, forse, tre cose. In primo luogo, i vostri esperti in tutta Europa hanno la deprecabile abitudine di puntare il dito come un'arcigna istitutrice vittoriana in una direzione o nell'altra: "Non vi vergognate?". Troppo spesso trovo sui giornali dei paesi europei cose tremende, vuoi a proposito di Israele vuoi a proposito degli arabi e dell'islam. Cose corrive, meschine, supponenti. Intendo dire, non sono più un europeo in nessun senso, eccetto per il dolore dei miei genitori e antenati, che mi hanno trasmesso nel codice genetico questo amore non corrisposto per l'Europa. Ma non sono più europeo. Se però lo fossi, starei bene attento a non puntare il dito contro nulla e nessuno. Invece di far questo apostrofando ingiuriosamente Israele o i palestinesi, per favore fate tutto quel che potete per aiutare entrambe le parti, perché tutte e due sono in procinto di prendere la più tormentosa decisione della loro storia. Gli israeliani ritirandosi dai territori occupati, smantellando gran parte degli insediamenti, il che determinerà una contrazione dell'immagine di sé e provocherà una grave crisi interna. Essi correranno inoltre gravi rischi, non da parte della Palestina, ma da futuri poteri estremisti arabi che potranno un giorno usare il territorio palestinese per lanciare attacchi contro Israele che, dopo il ritiro, sarà ridotto a una striscia di 12 chilometri. Questo significherà che il confine del futuro stato palestinese si troverà a circa 7 chilometri dal nostro unico aeroporto internazionale. I due terzi della popolazione israeliana si troveranno in un raggio di 20 chilometri dal confine con la Palestina. Gerusalemme sarà sul confine. Non è una decisione facile da prendere per gli israeliani, eppure dovranno prenderla. I palestinesi dal canto loro dovranno sacrificare parti che erano loro prima del '48, e questo farà male. Addio Haifa, addio Giaffa, addio Beer Sheva, e molte altre cittadine e villaggi che erano della Palestina. Questo brucerà da morire.
A voi europei tocca riservare ogni ocia di aiuto e solidarietà a questi due pazienti, sin d'ora. Non dovete più scegliere tra essere pro-Israele o pro-Palestina. Dovete essere per la pace.

Israele e Palestina: fra diritto e diritto, Amos Oz (I)

da "Contro il fanatismo" (Feltrinelli, 2002)

Una delle cose che rendono il conflitto israelo-palestinese particolarmente grave, è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l'ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l'ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. A rigore, due vittime dovrebbero manifestare d'istinto un senso di solidarietà tra loro. Così succede nelle poesie di Bertolt Brecht, ad esempio. Nella sua opera, vittime diverse sviluppano d'istinto una solidarietà reciproca, diventano fratelli e marciano insieme verso le barricate, cantando le canzoni dell'autore. Ma nella vita reale, come immagino qualcuno tra voi sappia per esperienza, nella vita vera alcuni fra i più aspri conflitti vedono in campo due vittime dello stesso oppressore. Non è detto che due figli di un medesimo crudele genitore si amino a vicenda. Il più delle volte, invece, ciascuno vede nell'altro l'immagine dell'odiato genitore. Vi sto dunque per dire che è proprio questo il caso del conflitto fra ebrei e arabi, non soltanto Israele e Palestina, bensì ebrei e arabi. Guardando l'altro, entrambe le parti vedono l'immagine dell'oppressore di un tempo. Spessissimo, leggendo di letteratura araba contemporanea, non in tutta - debbo inoltre ammettere che sfortunatamente non conosco l'arabo, e dunque sono costretto a leggere traduzioni - non ovunque, ma molto sovente trovo che l'ebreo, in particolare l'ebreo israeliano, è dipinto come un'estensione dell'Europa del passato: bianca, sofisticata, tirannica, colonizzatrice, crudele, senza cuore. Sono colonizzatori, venuti ancora una volta in Medio Oriente, ora sotto spoglie di sionisti, ma venuti per opprimere, colonizzare e sfruttare. Sono sempre gli stessi - li conosciamo. Molto spesso gli arabi, persino gli scrittori arabi più sensibili, mancano di guardarci per quello che siamo, noi ebrei israeliani: un gruppo sparuto di sopravvissuti e profughi mezzi isterici, braccati da terribili incubi, traumatizzati non solo dall'Europa ma anche dal modo in cui siamo stati trattati nei paesi arabi e islamici. Metà della popolazione israeliana consiste in gente che è stata messa fuori a calci dai paesi arabi e islamici. Israele è di fatto un immenso campo profughi per ebrei. Metà di noi sono ebrei profughi dei paesi arabi, ma gli arabi non ci vedono come tali, ci considerano la longa manus del colonialismo. Parimenti noi, ebrei israeliani, non consideriamo gli arabi, nello specifico i palestinesi, per quello che sono, e cioè vittime di secoli di oppressione, sfruttamento, colonialismo e umiliazione. E invece li vediamo come dei cosacchi da pogrom, dei nazisti con i baffi, abbronzati e con indosso la kefijah. Ma sempre gli stessi, ansiosi di tagliar la gola agli ebrei per puro spasso. In breve, sono i nostri carnefici di sempre. A questo proposito vige su entrambi i fronti una profonda ignoranza: non di carattere politico, su scopi e obiettivi, ma relativa al vissuto di traumi che le due vittime hanno subìto.

venerdì 29 aprile 2011

Unconditional Armistice, Death in June



Can I trust a human?
Can I trust his soul?
Like pigs they link together
Like pigs in a sausage roll
They all think they're individuals
They all think they're free

Nietzsche said they are supermen
Displayed in a butcher's shop to me
Makes sense within a framework
Of that Nazarene reality

I wish I had a gun
Which set us all free
This is my dream, that one day
Everyone will have an absolute armistice
Unconditionally

I hope this happens for the World and the World Tree

Can I trust a human?
Can I trust his soul?
They all link together
In their selfish hole

Love and worship and power and success
And love is prevented and destroyed and possessed
Love and worship and power and success
And love is perverted and destroyed and possessed

I wish I had a gun
Which set us all free
This is my dream, that one day
Everyone will have an absolute armistice
Unconditionally

Hey, don't slide
I'm the unforgiving

I watch many humans
I know, like you, you're like me
I watch them like snakes
Like snakes lower than a snake's belly
Filthy poisonous cobras

Humanity
Europa
Civilization
Awake!

martedì 5 aprile 2011

Foto di classe, Mario Desiati

L'autobus che porta al camposanto non è pieno come ti immagineresti di vecchi bruni in stracci neri, con il corpo dei mazzi di fiori mortuari tra le braccia. Sono donne dall'abito domenicale, alcune ancora giovani, altre più in là negli anni, ma sono donne, solo donne. Alcune di loro sono belle e le guardo con il cuore pieno di desiderio, vorrei scavare nelle loro teste, frugare nei loro cuori e chiedere perché stanno andando lì. E' l'autobus delle vedove di San Brunone, il cimitero immenso a pochi passi dall'Ilva e che si stende al suo fianco. C'è un immenso pianoro di cipressi, terra smossa dalla rigovernatura delle salme, poi sorgono piccoli tempietti votivi e i sepolcri di pietra e marmo di tanti tarantini che sono seppelliti lì, a pochi metri da quella poltiglia di acciaio fumante, pennacchi di carbone bruciato e palazzi a laminatoio a freddo. Il destino beffardo vuole che ci siano molti di coloro che hanno lavorato nella grande acciaieria. Poco più dietro ci sono piccole collinette di calcare e quarzite, residui di lavorazione. Ma soprattutto un orizzonte cilestre, riflesso da una cappa di fumo nero che cambia i venti; ma soprattutto la luce del giorno.
Secondo gli ultimi rilevamenti è proprio il cimitero di San Brunone la zona più inquinata dell'area metropolitana, e il destino beffardo si ripete una seconda volta perché chissà quanti tra i morti sepolti in quel cimitero sono morti avvelenati dalla grande fabbrica, chissà se fra loro non c'è qualche vittima di quelle tragiche morti bianche che hanno costellato per anni la storia dell'Ilva. La temperatura è più alta di un grado centigrado, quando piove l'acqua che scende lascia addosso una patina oleosa, la stessa che ti senti addosso quando ti bagni nelle acque del Lido Azzurro. Un mantello sottile, che sembra stringerti la gola come una pellicola. Alcuni anni fa chiesero addirittura di spostare il cimitero. Come se fosse possibile portar via tutti quei morti. "Se non lo faranno presto, i loro cari li raggiungeranno" si disse. Come se a quei morti non bastasse già essere lì sotto, a pochi metri dal grande Siderurgico, abbagliante e mortale, affascinante nelle sue caleidoscopiche luci notturne, ma pieno di enigmi, pieno di storie lacerate, di interruzioni di destino. Il cimitero è rimasto così, di fronte all'Ilva, fronteggiandosi in un prodigioso riflesso di paesaggio urbano: morte-lavoro, morte-sviluppo, morte-industrializzazione.

(...)

Dopo alcuni giorni sono tornato da solo a San Brunone, il cimitero su cui l'Italsider alita i suoi venti di morte.
E' un'immagine simbolica, quella di un cimitero che continua a essere battuto dai venti di morte. In quel camposanto riposano tante anime, tra queste c'è anche la salma di uno dei giovani operai deceduti il giorno dell'Epifania del 1972. La "Befana di morte" fu chiamata sui quotidiani nazionali il giorno dopo. Si abbatté sull'Italsider e portò ai tarantini la consapevolezza definitiva di un messaggio secco: "Non si torna più indietro". Quella notte morirono in una circostanza particolare: a catena. Gli operai che tentavano di aiutarsi a vicenda dentro un cunicolo pieno di gas mortale venivano uccisi dalle esalazioni. Chi provava a entrare nel cunicolo saturo di gas per salvare il proprio collega perdeva i sensi e poi moriva appestato anche lui.
La chiamarono catena della solidarietà, ma forse era più vero dire catena della morte.
In molti hanno chiesto a viva voce di dimenticare l'Italsider e pensare a una Taranto diversa, a una Taranto senza industria. Ma non ci vuole una Taranto senza industria, serve solo spirito, lo spirito di quegli operai che adesso dormono lì, assieme al padre di Paolo.
I morti ci guardano dentro quell'ampolla di carbon fossile e calcare che è San Brunone. Lo sa Paolo, con addosso la memoria di chi vede Taranto ancora una volta e poi vive, vive.

domenica 3 aprile 2011

Una stanza tutta per sè, Virginia Woolf (II)

C'è in noi un istinto profondo, benché irrazionale, a favore della teoria secondo la quale l'unione dell'uomo e della donna crea la massima soddisfazione, la più completa felicità. Ma la vista di quelle due persone che salivano sul taxi e la soddisfazione che questo mi dava mi inducevano anche a chiedermi se nella mente esistano due sessi che corrispondono ai due sessi nel corpo, e se anche questi devono unirsi per giungere alla completa soddisfazione e felicità? E da dilettante mi provai a disegnare una mappa dell'anima secondo la quale in ciascuno di noi dominano due forze, una maschile e una femminile; e nel cervello dell'uomo l'uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull'uomo. La condizione più normale e più appagante è quella nella quale i due vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell'uomo, la parte femminile del cervello deve comunque avere effetto; e anche la donna deve entrare in rapporto con l'uomo che è in lei. Forse Coleridge intendeva proprio questo quando diceva che la mente grande è androgina. Ed è quando ha luogo questa fusione che la mente è del tutto fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente che sia interamente maschile non è in grado di creare, proprio come una mente che sia interamente femminile, pensavo. Ma sarebbe bene verificare che cosa si intende con maschile-femminile e, viceversa, con femminile-maschile, fermandoci a sfogliare un libro o due.
Quando diceva che la mente superiore è androgina, Coleridge certo non intendeva dire che si tratta di una mente che abbia una speciale affinità con le donne; una mente che faccia propria la loro causa o che si dedichi interamente alla loro interpretazione. Forse una mente androgina è meno adatta a fare tali distinzioni di quanto non lo sia una mente unisessuata. Egli intendeva dire, forse, che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette emozione senza difficoltà; che per natura è creativa, incandescente e indivisa. Di fatto si ritorna alla mente di Shakespeare come prototipo di tale androginia, prototipo della mente maschile-femminile, quantunque sarebbe impossibile dire che cosa Shakespeare pensava delle donne. E se è vero che uno dei simboli della mente pienamente sviluppata è il fatto di non pensare al sesso in maniera particolare o come una cosa a sé stante, raggiungere una simile condizione è tanto più difficile oggi di quanto non lo sia mai stato prima. Ero arrivata ai libri degli scrittori contemporanei, e lì mi fermai a domandarmi se questo fatto non si trovava forse alla radice di qualcosa che per lungo tempo mi aveva disorientata. Nessun'epoca può mai essere stata altrettanto acutamente consapevole del sesso quanto la nostra; prova ne sia il gran numero di libri sulle donne, scritti da uomini, che si trovano nella biblioteca del British Museum.

(...)

Il fatto è che né Galsworthy né Kipling hanno una scintilla di donna in loro. Pertanto tutte le loro qualità a una donna appaiono, se mi è consentito generalizzare, rozze e immature. Non hanno potere di suggestione. E quando un libro non ha potere di suggestione, per quanto forte possa colpire la superficie della mente, non riuscirà a penetrare in profondità.

(...)

A ogni modo, la primissima frase che vorrei scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo in mano il foglio intitolato "Le donne e il romanzo", è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. E' fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; si deve essere donna-maschile o uomo-femminile. Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è figura retorica; perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile. Per quanto brillante ed efficace, potente e magistrale possa apparire per un giorno o due, con il sopraggiungere della sera deve avvizzire; non può crescere nella mente degli altri. Una qualche forma di collaborazione deve necessariamente aver luogo nella mente, tra la donna e l'uomo, prima che l'arte della creazione possa realizzarsi. Un qualche matrimonio degli opposti si deve consumare. La mente tutta deve mostrarsi aperta, se dobbiamo ricevere la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza in tutta la sua pienezza. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, una volta che la sua esperienza è conclusa, deve sdraiarsi e consentire alla mente di celebrare le proprie nozze nel buio. Non deve guardare né mettere in dubbio quanto stia accadendo. Piuttosto, egli deve sfogliare i petali di una rosa o mettersi a guardare i cigni che galleggiano tranquilli lungo il fiume.

(...)

A ogni costo, spero che riusciate a entrare in possesso di una quantità di denaro sufficiente per viaggiare e per starvene con le mani in mano, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e bighellonare agli angoli delle strade e lasciare che la lenza del pensiero si immerga profondamente nella corrente.

1928

sabato 2 aprile 2011

Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf (I)

La vita, per ambedue i sessi - e li guardai che si facevano strada a fatica lungo il marciapiede - è ardua, difficile, una lotta senza fine. Richiede un coraggio e una forza giganteschi. Più di ogni altra cosa forse, per creature dell'illusione quali noi siamo, essa richiede fiducia in se stessi. Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità - che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney - perché non c'è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l'enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui. Deve essere davvero una delle principali fonti del suo potere. Ma permettetemi di rivolgere la luce di questa osservazione sulla vita reale, pensavo. Può aiutare a spiegare alcuni di quegli enigmi psicologici che attirano la nostra attenzione ai margini della vita quotidiana? Basta questo a spiegare lo sbalordimento che ho provato, l'altro giorno, quando Z, l'uomo più umano e modesto che si sia, dopo aver preso in mano un libro di Rebecca West e averne letto un passo, aveva esclamato "Sfacciata di una femminista! Dice che gli uomini sono degli snob!". Questa esclamazione, per me sorprendente - perché mai Rebecca West avrebbe dovuto essere una femminista sfacciata per aver fatto un'affermazione probabilmente vera anche se poco lusinghiera, circa l'altro sesso? - non era solo il grido della vanità ferita; era una protesta contro qualche infrazione alla sua capacità di credere in se stesso. Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell'uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. Staremmo ancora a graffiare la sagoma di un cervo sui resti di ossa di montone e a barattare selci con pelli di pecora o con qualsiasi semplice ornamento attraesse il nostro gusto non sofisticato. Non sarebbero mai esistiti Superuomini né Figli del Destino. Lo Zar o il Kaiser non avrebbero mai portato corone sul capo né le avrebbero perdute. Quale che sia l'uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta ed eroica. E' questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sull'inferiorità delle donne, perché se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?
A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada. Vedersi nello specchio ha un'importanza suprema perché carica la loro vitalità; stimola il loro sistema nervoso. Toglietegliela e l'uomo potrà morirne, come un drogato privo della cocaina. Soggiogate dall'incantesimo di quella illusione, pensavo guardando fuori dalla finestra, metà delle persone che camminano per la strada se ne vanno di buon passo a lavorare. Illuminati dai suoi piacevoli raggi, la mattina indossano cappello e cappotto. Cominciano la giornata fiduciosi, rinvigoriti, convinti di essere desiderati al tè della signorina Smith; e mentre fanno il loro ingresso nella stanza dicono a se stessi: Sono superiore a metà delle gente che è qua dentro; ed è per questo che parlano con quella sicurezza di sé, con quella fiducia in se stessi che hanno avuto conseguenze tanto profonde sulla vita pubblica mentre provocano delle bizzarre annotazioni ai margini delle mente privata.

1928

domenica 27 marzo 2011

Disputa su Dio e dintorni, Corrado Augias e Vito Mancuso

Augias

Vede dove porta la Chiesa come istituzione? Si sopravvive, certo, ma a quale prezzo. E la spiritualità, in nome della quale tutto ciò dovrebbe giustificarsi, se la dà a gambe.
Lei obbedisce al magistero, compresi i richiami della Conferenza episcopale suppongo, ma nello stesso tempo rivendica "la suprema libertà dell'uomo spirituale". Posizione apprezzabile, ma anche comoda. Un piede di qua e uno di là. Pecora obbediente del gregge, ma anche capro ribelle alla ricerca di sentieri suoi. Mi chiedo se i cattolici come lei siano una spina nel fianco per la Chiesa o non la sua foglia di fico.

(...)

Ora io chiedo al teologo che lei è se non sia addirittura blasfema un'idea di Dio che si rimette alla tecnologia sanitaria e sposta i termini della morte naturale a seconda dei macchinari inventati dagli uomini. Ci sono oggi persone tenute in vita, una sottospecie di vita puramente cellulare, solo perché strumenti complessi consentono alla loro carcassa di continuare a respirare, a defecare. Quelle stesse persone, solo pochi anni fa, sarebbero "naturalmente" morte. E aggiungo, facendo mio ciò che tempo fa mi disse il genetista Edoardo Boncinelli: "Oggi vivono e magari prosperano persone che in condizioni naturali non avrebbero avuto alcuna chance di sopravvivere fino a una certa età. Dai miopi ai sordi, dai diabetici agli emofiliaci, dai disabili di vario tipo ai portatori di intolleranze alimentari, per non parlare di tutte le problematiche connesse alle eventuali difficoltà del parto". Girano, fortunatamente, per le strade dei paesi più avanzati, molti individui che solo pochi decenni fa non ci sarebbero stati.
Allora cosa vuol dire naturale? Dov'era Dio, dove nascondeva la sua misericordia, diciamo mezzo secolo fa? E perché mai un organismo secolare, delle persone altrimenti serie, devono ricorrere a simili grotteschi aggiustamenti? La risposta è: appunto per ragioni istituzionali, cioè politiche, ovvero per poter continuare ad armi pari il braccio di ferro con lo Stato, per non perdere competenze e autorità e ricavi sui momenti fondamentali dell'esistenza: la nascita, il matrimonio, la generazione, la morte.
Ma lei mi chiede: "Crede che noi cattolici siamo tutti pecorelle-signorsì" come piacerebbe a tanti cardinali e a qualche altro eminentissimo e potentissimo prelato? So che non è così, apprezzo che non sia così, lo apprezzo talmente che mi dispiace perfino di polemizzare con lei con il rischio di farla irrigidire in una posizione che non è la sua.
Però le domando: a che servono le pecorelle signor-nò, rispetto all'immenso gregge delle pecorelle signor-sì o che semplicemente considerano la religione una scelta à la carte, un menu dal quale scegliere (questo sì, questo no, grazie) o addirittura un fazzolettino usa-e-getta? Da Francesco a oggi, sono mai riuscite le pecorelle-signornò a cambiare durevolmente la rotta, l'atteggiamento, l'animus, dell'istituzione Chiesa? Perchè questo non è mai accaduto? Mi creda se le dico una cosa piuttosto delicata. Nel brevissimo tempo in cui regnò Giovanni Paolo I, papa Albino Luciani, di fronte alla continua sorpresa delle sue affermazioni mi chiesi se la visione di Francesco non avesse per caso preso finalmente forma all'interno dei sacri palazzi. Poi Luciano morì e si è perfino ipotizzato, come sa, il suo assassinio. Non è impossibile che omicidio ci sia stato, ma poiché non lo sappiamo, è inutile rivangare la questione. Certo però, che quella morte fu, se così posso dire, provvidenziale, tanto incongrua, stridente, commovente, patetica, appariva la figura di quel piccolo papa innocente calato nei meandri della tradizione curiale, così carica di ferocia, nella storia. Com'è più adatto al ruolo il papa tedesco, l'ex capo del Sant'Uffizio, colui che ha consigliato, ispirato, al predecessore polacco la linea di chiusura nei confronti della teologia della liberazione in America Latina. Vale la pena ricordarlo, visto che lei cita i vescovi martiri ed eroi Oscar Romero e Helder Camara.

(...)

vede come possano concordare il pensiero illuministico laico e una teologia misericordiosa, che prescinda cioè dalle considerazioni di potere che così spesso avvelenano il messaggio della Chiesa ufficiale? E infine, ultima domanda, vede quale utilità si potrebbe ricavare dal una collaborazione leale e aperta di laici e cattolici in un momento in cui molti, soprattutto fra i più giovani, hanno estremo bisogno di punti di riferimento, di valori che aiutino la convivenza, il rispetto reciproco, la civiltà dei rapporti?
Perché i vescovi tedeschi e quelli spagnoli, vescovi della stessa Chiesa, si sono dimostrati così aperti, al contrario di quelli italiani? Forse perché i vescovi italiani sono peggiori, più cattivi degli altri? Forse perché tedeschi e spagnoli sono meno religiosi degli italiani? Non credo. Azzardo la mia risposta: perché gli italiani sono i più vicini alla centrale del potere, tenuti a un'obbedienza più rigida dal momento che le alte gerarchie hanno scelto di fare dell'Italia (della povera Italia) la loro terra di conquista in un momento di enormi difficoltà, con le chiese e i seminari vuoti in mezzo mondo e una scristianizzazione galoppante ovunque, perfino da noi.

(...)

Caro professore, sappia che io considero la teologia cattolica una poderosa costruzione intellettuale, né potrebbe essere altrimenti, dato il livello degli ingegni che hanno contribuito a edificarla. Tuttavia, mi pare intollerabile (oltre che controproducente per voi, come ho già detto) che questo insieme di concetti venga presentato come una verità rivelata, ovvero indiscutibile, un'etica valida per tutti e dunque da imporre a tutti, anche con l'aiuto delle leggi, là dove i legislatori si presentino abbastanza cedevoli. Non devo certo fare esempi di tale cedevolezza. Il cattolicesimo è una corrente filosofica come tante altre nelle quali il pensiero umano si è progressivamente articolato; nessuno però è stato mai obbligato a diventare stoico o a comportarsi da stoico. L'adesione allo stoicismo era una libera scelta, liberamente revocabile. Non pochi dignitari della sua Chiesa pensano, invece, che la morale da loro dettata debba essere un abito da far indossare per forza anche a chi ne vorrebbe uno diverso.

(...)

Lei sostiene che ciò è inadeguato, data l'immensità dell'oggetto teologico. Io, più modestamente, affermo che è intollerabile perché contraddice il cardine di ogni democrazia, quello che esclude l'esistenza di "principi non negoziabili" e fonda, al contrario, la possibilità di convivere in pace proprio sulla mediazione: per dirla con parole familiari e nello stesso tempo piene di significato, sul mediare, sul capire le ragioni degli altri, sul venirsi incontro.

(...)

Domanda: come mai la libertà parla lingue così diverse ai confratelli della stessa religione di qua e di là delle Alpi? Azzardo, forse sbagliando, una risposta: la libertà concessa dalla dottrina è direttamente proporzionale alla forza della possibile concorrenza con altre confessioni. In Germania c'è una forte presenza protestante: la Chiesa cattolica ne tiene conto e si adegua. Questo non è bello.

(...)

Se l'accusassero di essere fuori della linea da un punto di vista dottrinale dovrebbero, di conseguenza, farle una specie di processo - beninteso nei limiti che i tempi consentono: niente roghi -, diffidarla e, ove persistesse nel suo errore, prendere provvedimenti che non so bene in che cosa potrebbero consistere, ma sarebbero comunque sgradevoli, anche se non persecutori. In fondo, anche nel caso di Emmanuel Milingo, sacerdote ed esorcista che ne ha combinate di tutti i colori, i provvedimento disciplinari sono stati blandi rispetto a ciò che sarebbe accaduto solo qualche decennio fa. Nei tempi antichi, invece, su questioni teologiche si aprivano scismi e si rischiava di mettere in gioco la propria vita.
Penso che, oggi, la Chiesa cattolica tenda piuttosto a nascondere sotto il tappeto i dissidi in materia di dottrina, parlandone il meno possibile. Oppure a degradarli collocandoli su un piano filosofico, giudicato non solo un livello meno pericoloso, ma anche meno impegnativo. C'è un vizio in questo ragionamento poiché la filosofia è la madre di ogni pensiero organizzato, compreso quello teologico. Ho dalla mia Spinoza, e la compagnia mi conforta.
Trattandola da filosofo, riducendo le sue idee a un argomentare filosofico, la Chiesa cerca di evitare i fastidi e lo scandalo che un provvedimento disciplinare solleverebbe, insieme all'attenzione dei media, ai telegiornali che ne parlerebbero, forse non solo in Italia, e a tutto il resto che sappiamo. Meglio dire che si tratta di filosofia, che non ha mai fatto male a nessuno e della quale pochi ormai s'interessano.

giovedì 17 marzo 2011

Il sesto stato, Iosonouncane

Buoni prossimi 150 anni italiani a tutti noi

martedì 15 marzo 2011

"Ti squamo (storia di un amore screpolato)" di Antonio Rezza

(...)

Ma adesso, dopo aver a lungo ascoltato me medesimo, vedo nel parlare un prolungamento eccessivo del bisogno: faccio esempio pertinente: se ho sete e non parola muovo cenno con la mano avvicinandola alla bocca, e stai pur sicuro che qualcuno di buon cuore e conosciuto mi si presenta col sorriso in volto e la caraffa gorgheggiante into la mano mentre nell'altra cala il bicchiere quasi fosse asso di briscola. Ma se io ho sete e pur parola, tralascio il gesto e urlo "ho sete" con l'ultimo filo di saliva atta a lubrificio di trachea infiammata: il mio interlocutore mi si presenta co' caraffa e recipiente mentre nell'aria fresca ponentina vaga il mio "ho sete" alla ricerca della pace. Pace che mai troverà. Smettiamola di considerare aereo il suono, ogni parola è figlia del fiato, il fiato pesa, soffiando in palloncino esso si gonfia, parlando in un pallone esso si gonfia, parlando in una casa essa si gonfia e scoppia, parlando nelle città, nelle nazioni, intro e fora continente, esso si gonfia e noi non lo vediamo. Non dimentichiamo che il nostro fiato puzza, l'alito indecente è più di una realtà, non inventiamo storie di smog e scappamento, perché l'ozono è bucato e vilipeso da secoli e millenni di parole, di alitate, di sfiatate, di proclami e di urla di dolore. Il mio dolore è nel vedere che una stronzata inquina più del radio attivo.

Ma poi vorrei sapere dove vanno a nascondersi i discorsi dell'umanità, in quale antro remoto essi bivaccano ridendo alle spalle di chi li pensa già scomparsi: sbobiniamo i discorsi delle autorità, dei professori, dei relatori, illudiamoci di cristallizzare l'accaduto: illudiamoci appunto, la parola orale figlia del fiato puzzolente di interiora, figlia dell'alito raccolto sotto le gengive retrattili che nascondono cibo in avaria, la parola puzzolente anche dopo sciacquo disperato, quella parola e tutte altre pronunciate, aleggerà sui nostri capi gonfia ed invisibile, provocando le stagioni, diradandosi per agevolare i freddi venti tramontini, raggrumandosi per dar luogo alle precipitazioni. E quando piove non ripariamoci con ombrelli vani, sta piovendo la saliva nostra, il detto antico si riduce acquetta e torna giustiziere a inzaccherare la pelle di chi lo ha pronunciato.
Sono talmente convinto di non essere capito che faccio un altro esempio: se io mangio male per un mese e per un mese non mi lavo i denti, puzzo nell'alito come nel mio stesso intimo. Se vengo preso e messo in una camera per alitare fino all'ultimo respiro, stai pur certo che la stanza ben presto cambierà l'odore, profumerà di mio, del mio bivacco passato, del mio carente spazzolato. Un miliardo di persone che fiatano contro il cielo generan olezzo, distruggon l'atmosfera: parliamo solo sotto gli alberi, dove la sintesi clorofilliana sarà lo sprono per una nuova sintesi, la nostra, la sintesi estrema, quella ai confini del silenzio: e poi facciamoci coraggio, passiamolo il confine ed accettiamoci con gli occhi. E quando gli occhi avranno rimpiazzato la parola, quando tutti i codici oculari avran sostituito i codici verbali, strappiamo le pupille dalle nostre facce e lasciamole per terra, a guardarci, a fissare un popolo che ancora ha la speranza di capirsi.

venerdì 18 febbraio 2011

La felicità non è un lusso - Guido Morselli

da "Il suicidio"

articolo apparso sul Tempo di Milano il 7 settembre 1949
- "Appunti in margine al dopoguerra" era l'occhiello -


(...)
Trovo ripetuta in un saggio recente di Jules Sageret la classica proposizione, essere l'uomo anzitutto ed essenzialmente individuo. Non la sottoscriverei senza riserve. Essenziale anche nell'uomo è, con quello, un opposto carattere: la dipendenza dagli altri viventi, e dal complesso della natura. E' ciò che lo fa consistere; un filosofo d'oggi (che non ha a che vedere con gli esistenzialisti) lo chiama: l'Esistenza; è l'attrazione che su ognuno di noi esercitano i nostri simili, è l'istinto, la Necessità.

L'uomo è in bilico fra queste due tendenze: e forse meglio che tendenze si direbbero il gemino fondamento della sua realtà. Ossia, l'uomo positivamente si comporrebbe di natura e di libertà, l'una contraria e complementare all'altra, in parità d'influssi. Una parità che è, del resto, e ben s'intende, rarissima. Ed ecco infatti i molti, gli innumerevoli, che non vivono se non come elementi della folla, della "tribù": gli uomoni-massa. Ecco coloro in cui la legge dell'istinto è, piuttosto che imperiosa, coattiva. All'opposto estremo i superuomini, i campioni dell'Io, i dominatori, e - assai più vicini a quelli che dall'apparenza non sembri - gli asceti, le "anime belle", coloro che rinnegano la sensualità. Vi è una dimidiata umanità, apparentata ai Robots di cui Georges Bernanos ci ha fornito il ritratto, e vi è una superumanità, un'umanità orgogliosamente eslege.

L'equabile proporzione fra individualità e natura non è mai stata di tutti, e probabilmente non lo sarà mai; il miracolo di un'armonia compiuta e costante appartiene al genio: che non è misticamente ispirato nè ferocemente rapace, come lo volevano i romantici. Oggi, la disarmonia sembra costituire la regola universale. Se nei più è la coesione che predomina, insieme con la coazione dell'istinto, a danno dell'individualità e della volontà, i periodi di crisi provocano, in quegli stessi uomini, reazioni improvvise; scialbe personalità, già stancamente abbandonate alla corrente, si riscuotono d'un tratto, anomale ed eccessive, si levano nella ribellione dissennata e violenta, vi si consumano. Le grandi calamità, guerre, rivoluzioni, accentuano tutti gli squilibri. Al termine di esse, proprio allorquando la moltitudine si fa più folta e più schiava, vediamo emergere le individualità insulari o dispotiche, da cui sarà o spregiata o sottomessa, e avviata a nuovi disastrosi cimenti. Così pure, dopo quelle calamità, pare che da un lato l'impulso generativo si renda più imperioso e quasi insuscettibile di provvidi freni, dall'altro lato pare che più frequente e acuta sia la tentazione di recidere quello e ogni impulso vitale nella suprema negazione che è il suicidio. Soggezione, o rivolta.

Nella sfera sociale, contro il collettivismo per cui l'uomo non è più che una macchina, si accampa l'anarchia di fatto di un'accolta discorde di monadi, solo consapevole dei propri privilegi. Nella sfera più intimamente personale, accanto alla naturalità ciecamente istintiva, la innaturalità che sconvolge l'ordine della vita o lo distrugge senz'altro.

Individui e popoli oscillano fra questi poli, poichè sono assenti dal loro mondo, o declinanti, le forze (non certo meccaniche o biologiche od economiche) capaci di attrarli stabilmente in quelle zone temperate, dove soltanto può l'umanità stanziarsi e fiorire.

giovedì 18 novembre 2010

Il barbaro Ulisse, 1978



Enzo Maolucci, da "Barbari e bar"
1978

sabato 9 ottobre 2010

Trastevere di belle cose – Gli Amor Fou con De Pedis in Piazza Sant’Apollinare


Ognuno fa tutto il bene e tutto il male che può” è la citazione scelta dagli Amor Fou per spiegare l’idea dietro De Pedis, il brano del loro ultimo disco I moralisti (Emi 2010) che ha per protagonista “il Dandi” - di Romanzo criminale libro, film e serie tv - leader della banda della Magnana.
Io ad esempio il 29 settembre sera ho fatto bene e male insieme, trovandomi a Roma e ricordandomi dell’evento ma riuscendo ad arrivare lì giusto in tempo per la fine di tutto. Eppure qualcosa ho captato lo stesso; una situazione, un’atmosfera e un modo nuovo per ricordare e (ri)trovarsi.
I romani – o meglio, chi a Roma ci passeggia, ci mangia e ci lavora dopo le 20 della sera - non hanno ben presente dove si trovi Piazza Sant’Apollinare; i negozianti, la gente nel quartiere, i poliziotti di guardia nei gabbiotti alla richiesta di indicazioni rispondevano tutti “Ah! Si… aspetta… è qui, sì è qui vicino… ma adesso non mi viene in mente dove precisamente… scusami, non vorrei farti sbagliare”. So che è qui, ma non so dove esattamente. Finché ho individuato la persona più adatta al caso, uno splendido ottantenne che ci ha messi sulla strada giusta; salvo poi perderci nuovamente perché siamo dei fessi (ma Roma a quell’ora è ancor più bella e ti distrae) e ritrovarci in Piazza Navona a chiedere a due giovani carabinieri che, fortuna, avevano una mappa in macchina: “Alla A n' c’è… provamo sotto a Santo… ah, ma po’ esse che è scritto n’ francese?! Qua dice Apollin a i re… ah, ma è qui! …- si consultano - la Lazio 2 a o comunque eh… Basta che andate de qui guarda”. Olè.
Davanti alla Basilica un gruppo di persone, sul palazzo adiacente uno striscione con una scritta bianca “Gli immortali esistono” (lì a quanto pare per un nuovo progetto di comunicazione del Museo Nazionale Romano), ci avviciniamo ma siamo in ritardo persino sulla regola del ritardo italiano che stavolta, forse, non è stata rispettata.
C’era già stato il breve monologo di “Renatino”, affidato ad un attore, sull’inferno della vita crudele in strada e la redenzione domenicale con l’ostia benedetta tra i denti e nelle mani, la lettura di alcuni passi da “Mai ci fu pietà” della giornalista e scrittrice Angela Camuso, la proiezione delle immagini raccolte tra i membri del gruppo facebook dedicato (“Il bene e il male”) sul portale della chiesa all’interno della quale si è deciso di far riposare il corpo del criminale e benefattore.
Quella porta che rappresenta un ponte tra il dentro e il fuori, tra tutte le possibilità di essere uomini, tra chi entra per approfondire e chi esce gratificato o viceversa; esattamente come i pensieri legati alle foto che vi sono passate quella sera, e il contributo che gli Amor Fou stanno dando alla musica italiana in questo 2010.
Per chi non c’era, o per chi - come me e come Sant’Apollinare per i romani di Rione Ponte- era lì intorno ma non si sa esattamente dove (e un po’ come il corpo di Renato De Pedis, le frasi pronunciate da Andreotti e tutti i misteri d’Italia) , c’è il video.