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domenica 25 marzo 2012

Amore sordo - Colapesce

Dove c'è la speranza
Mancherà la forza
Per capire poi
Quanto male c'è in noi
Parleremo
ma l'amore è sordo

venerdì 10 febbraio 2012

Il Teatro degli Orrori, Adrian

martedì 3 gennaio 2012

giovedì 3 novembre 2011

Porcile, Pier Paolo Pasolini



lunedì 26 settembre 2011

lunedì 19 settembre 2011

Monica Vitti





domenica 28 agosto 2011

"Amare da morire", una compilation


(foto di Mario Giacomelli)

Scaricare QUI

mercoledì 24 agosto 2011

“Le canzoni migliori le scrive la fame”

Nel vento caldo della crisi globale, tra i cali della Borsa e i pugni in alto delle giovani generazioni (e degli esclusi) d'oriente e d'Europa, in giorni italiani di manovra economica e solite code ai caselli, sempre troppo pochi siamo capaci di unirci in protesta fuori da facebook, e questo ormai è ciò che ci rende “italiani”. Eppure ci siamo. Siamo gente di mare-pianura-montagna-collina che se ne va, come un altro anno che quest’estate si porta via, siamo solo cittadini di frontiera che crescono in questo mondo di ladri, che non si arrendono mai. Eppure anche noi percepiamo la fame (di giustizia, di cambiamento, di rispetto), e in qualche modo troviamo ogni giorno nutrimento a tamponarla. Probabilmente sarà quando il peggio – di chi aspettiamo ma non c’è a sostenerci - sarà evidente (quando la somma di tutti i peggio e meno peggio mostrerà il suo volto) che sapremo davvero amare il sintomo e lo stimolo della fame.
Circa un mesetto fa è nata La Fame Dischi, che QUI si presenta così: “Le canzoni migliori le scrive La Fame”. Una frase direi proprio bella nella sua affatto scontata urgenza espressiva. Etichetta oltre l’etichetta, La Fame si propone come catalizzatrice di giovani musicisti ( dei 25 anni) squattrinati che vogliono fare musica nonostante il lavoro che non c’è e nonostante oggi sono qui e domani là; di quelli che (pur consapevoli delle difficoltà che può comportare in termini sociali dire no a happy hour e aperitivi studenteschi, e di appartenere al peso culturale morto dell’Italia che legge almeno 4 libri all’anno*) adesso hanno fame di musica e di canzoni e basta, e di quelli che probabilmente non accettano questo momento storico in cui a contare nelle scelte sono sempre i più arroganti ed egoisti (e fieri di esserlo). Cioè quelli che non si sazieranno mai.

Secondo noi questo stato di insofferenza legata all’insicurezza, dona all’arte autenticità e bellezza. Quando un artista ha lo stomaco pieno, ha raggiunto il successo o quanto meno una certa stabilità, e non è più in grado (o lo è molto meno) di raccontare la realtà”.

E’ già online sul sito “Pà Pà”, primo singolo – anticipatore del primo ep ufficiale – di Marazzita, cantautore 25enne calabrese che si diverte raccontando le sue malinconie da fuorisede con la chitarra in mano.

*per dire, senza grosse pretese.

lunedì 22 agosto 2011

Avanti, Nada Malanima

martedì 9 agosto 2011

mercoledì 6 luglio 2011

mercoledì 29 giugno 2011

Aldo Busi, E.A. POE-METTO 6

Mi calmano le parole interiori dei due in me
e le sedie basse di paglia nel sibilo
del mattino mentre l'alloro fa la sua parte
e le ossa scendono a un compromesso per sostenermi;
mi calma la roccia scalata e lo spino nel piede,
il gonfiore degli intestini e la ristrettezza di vedute
guardando la marina, si fa per dire, immensa;
vecchie false bionde vivono fintoignare che coi soldi
possono comprarsi la gioventù degli uomini giovani,
perché non sganciano finché sono in tempo?
perché insistono per essere amate per la personalità
con cui si spalmano gli antisolari, per la sapienza superiore
con cui luccicano come bufale di ottone?
Se guardo bene la natura del mare,
vedo che siamo sempre allo stesso punto
di mediocre infinito: padroni ex schiavi
e schiavi che s'inchinano per diventare padroni.
A nessuno viene in mentre fra i corbezzoli e il cisto
che è sempre la stessa questione sentimentale in ballo:
l'iniqua distribuzione della ricchezza sociale,
i troppi cappelli da spiaggia, le troppe creme dell'una
e i troppi teli e occhiali e noci di cocco sulla schiena
del piccolo ambulante saracino.
Stupidità dei possessori di barche!
la faccia di culo della cosiddetta bela gente! c'è più vita
nel mio rintanarmi ad elastico dentro e fuori il mio guscio
che in questi riti fissi di chi esce per divertirsi.
Inaccettabilità di ciò che ce l'ha fatta a esistere!
mostruosità di chi è riuscito a vivere!
Resta il malessere della notte,
quando la belva amorosa che dorme nella mia persona
sfugge al mio controllo e si abbevera ai luoghi comuni
di chi trova in un altro essere umano un suo compendio,
ma di giorno sto molto bene, non mi manca niente,
non vorrei davvero mai una sola immagine che la mente
prospetta di notte sperando di costringermi a un rimpianto
che non ci sarà mai, anche se a tratti brevissimi
mi dispiace di essere guardato come vorrei esserlo,
in un certissimo modo, solo dalla linea dell'orizzonte
sotto le palpebre dell'aria.
E mentre filo sentimenti sinceri un po' ridicoli
non perdo d'occhio che non ho quasi più capelli
per proteggermi lo scalpo nudo né che l'età, se niente conta
in amore, molto conta e ancor più detrae dalle possibilità
di desiderio d'amore rimasto.
Ma fa niente, questo è stato il mio bel niente
di niente, queste le parole, queste le azioni del mio niente,
non ho mai pensato che vivere servisse a vivere
e nessuna legge del contrappasso verrà ad abbattersi su di me
perché allora sarebbe costretta a darmi qualcosa,
non a togliermela, perché in ciò che succede sul finestrone,
che pure io creo, in questo tempo, che pure io scandisco,
io non ho parte, come un dio o un animale
mai esistito e già morto o lo spirito vagante di una nuvola
che non passa in questo riquadro
che nessuno degli astanti sula terra incornicia
per dirmi chi ero, che c'ero
e che sono stato puntuale
nella retina dei suoi occhi e non confuso,
non scambiato, non costretto a fingere
contorni e volumi e colori che non possiedo,
che ero io dentro questo cielo fuori da quel sole
intorno a questo tempo, e che non ho fatto piagnistei
da letterato sull'amore meritato ma mancato
troppo tardi per tentare il numero
della compassione.
Nessuno ha mai sentito distintamente
il mio grido di rabbia, mentre io di molti ho percepito
anche il borbottio del falso pudore,
ma vorrei che fosse chiaro che la mia rabbia
non è né nuova né recente né verseggiata,
che il mio orgoglio mi ha mangiato inesorabilmente,
ma non ho l'orgoglio nei confronti degli altri, ma fra me e
la mia idea di me,
per farmi fuori lentamente, per assaporarmi meglio
nel sapore di un mio sangue
più d'altrui che se fosse solo d'altri.
Io ho sempre gridato così, anche in età non col sospetto
del vecchio incattivito: che la mia nuvola sia sfilacciata
non conta, perché mai ho temuto di dissolvermi
e venire risucchiato da temporali già stati
neppure quando solcavo meraviglioso
questa pellicola atmosferica chiamata bi-sogno di te.
Ecco cosa volevo fare prima delle 5:
un viaggio temerario nei sogni evaporati
stanotte dalle stanze da letto degli uomini e delle donne,
distillarne l'essenza e metterci dentro anche la mia
rifrangenza
senza farglielo sapere,
perché non sappiano di portare dentro anche me
nel loro film di giornata quando
amando per scherzo verranno riamati per davvero,
quando, sciolte le tensioni e le resistenze, si accarezzeranno,
e quando, di nuovo domani mattina, svegliandosi
sapranno immediatamente a chi dedicare il primo pensiero,
chi, guardati, guardare, perché io non l'ho mai saputo
o non ricordo più, come i più, com'è tanta dolcezza di
pensiero
e che sapore ha l'aria quando la baci
fattasi per te maschio o femmina, carne della tua fame,
midollo della tua sete, pelle del tuo tatto, odore
del tuo olfatto, specchio del tuo bisogno,
io del tuo io.
Buona giornata, o riquadri esultanti di un'umanità
che non avreste se non ve la dessi io, o bei niente del mio
cuor!
Il nulla è come me, pertanto come l'amore è uno stato della
materia come un altro.
E sì: alla marina immensa preferirò sempre
la marina militare,
anche se sono diventato
acqua pensante
l'uomo che mi nuota dentro.

Il rimedio è la povertà, Goffredo Parise

Questa volta non risponderò « ad personam », parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: « I poveri hanno sempre ragione », scritta alcuni mesi fa, e quest'altra: « Il rimedio (di tutto) è la povertà. Tornare indietro? Si, tornare indietro », scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima hanno scritto che sono «un comunista », per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di «consumare ».
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c'è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall'altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d'accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro Paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e cosi il senso più profondo e storico di « classe ». Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affannati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra « ideologia » nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell'acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.
***
Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è « comunismo », come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime « barche ».
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l'olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro Paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l'uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro Paese che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro Paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro Paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l'illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro Paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.
***
II nostro Paese è un'enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli «etichettati» che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a «flatus vocis» ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani «comprano» ideologia al mercato dagli stracci ideologici cosi come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l'hanno voluta disprezzare nell'euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro «qualità », la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c'è di tutto, vedi l'estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l'elite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all'opposizione. L'obbligo mondano impone la « boutique » ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del « grand marché aux puces » ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob ara questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
***
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più «corretta», come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell'Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l'enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro Paese.

Goffredo Parise
Corriere della Sera, 30 giugno 1974

sabato 18 giugno 2011

Venti minuti, Offlaga Disco Pax



Mio padre è morto dopo 54 anni complicati
e un nome difficile da portare come un sorriso mai segnato da dubbi

non andavamo d'accordo

invecchiando trovo in me particolari di lui, alla mia età di adesso:
qualche segno delle mani, un'espressione allo specchio, un tono di voce

questa cosa non mi piace per niente

da quando se ne è andato ho un'eredità natalizia:

aveva un amico, un milanese conosciuto al servizio militare in Friuli
nei loro vent'anni
era l'inizio degli anni '60 e devono essere stati momenti di grande condivisione
e scoperta del mondo.
Questo tizio io l'ho visto solo due volte, da bambino
gente che aveva più borghesia e più boria di noi
L'ho reincontrato, quell'amico lontano, solo davanti al letto di mio padre morente.

Da allora quell'uomo ha deciso

che io sono mio padre

Ogni anno, la vigilia di Natale, chiama,
parla con me, venti minuti, di cose che non so
e di un periodo in cui non ero ancora nato.
Ha il tono cameratesco che usava con lui
e si sbaglia perfino a chiamarmi per nome.
Mi dice "ti ricordi quello li? quella là?"
esattamente come fossi lui.

Non ho mai condiviso le scelte di mio padre
l'ho odiato cordialmente.
Da sempre.
Ora che non c'è più, sono sereno.
Ho risolto le cose che avevo in sospeso.

Ma ogni anno sento una voce che parla di lui come una persona meravigliosa
e ne parla come non ne ho mai sentito parlare.
Non lo riconosco in quelle storie di amicizia
durata oltre la naturale scadenza.
Resto in silenzio davanti alla devozione di un signore che mi è estraneo.
Che chiama ogni tanto, da molto lontano.
E per pochissimo tempo.

E' una devozione che non è nemmeno paragonabile alla mia.
Che è quasi assente.

Venti minuti.
Non uno di più.

Anche stamattina.
Parla. Racconta. Quasi piange.
Si congeda e mi chiama col suo nome.
Poi si corregge. Mette giù.
Non era con me che voleva parlare.
Non era di me che aveva bisogno.

Mio padre, per tanto tempo,
mi ha telefonato solo una volta all'anno.
La vigilia di Natale.

Era l'unico gesto che si sentiva di fare nei miei riguardi,
vista l'evidente ostilità che gli riservavo.
Quella telefonata, fatta da nove chilometri,
freddi e distanti quanto lo stretto di Bering,
gli costava molto.

Ma non se la negava mai.

Un punto d'onore.

"Ciao figlio, tuo padre sta bene.
Fatti sentire ogni tanto.
Come sta tua madre?
Valla a trovare.
Almeno lei.
Ciao figlio, buon Natale"

Per uno come Metuccio, doveva essere uno sforzo grandissimo.
Ultraterreno.

Talmente grande che ancora non si è esaurito del tutto.

mercoledì 15 giugno 2011

L'unico, Humpty Dumpty



Testo di Stefano Zuccalà:

Oggi non fingerò
oggi non crescerò
ero un bambino sono un bambino
tutto qui è limpido
è pura la mia crudeltà
invento un tempo e mi giustifico
diavolerie, notti e magie per me
ora dirai che sono egotico

Bacio la luna tua
mi svendo mi butto via
e rido, ma che pusillanime
la mia luminosità
è oscura
resto appeso a un'identità non mia
torturo per necessità di natura
ho un capriccio per ogni nostalgia

Sbuccio ginocchia ed irroro la via
sono davvero l'unico
dormo sui libri di filosofia
sono un coglione unico

Oggi ti ucciderò
ideologo stupido
ero un bambino sono un bambino
ora mi annoierò
è idiota la mia crudeltà
il superuomo è un sogno ludico
ostie e poesie, dolci agonie per me
non dirmi mai che sono erotico

Dolce ragazza mia
ti offendo ti butto via
e rido, ma che pusillanime
la mia luminosità
è oscura
ti racconto una vita che non è mia
ti mostro quattro punti di sutura
il dolore è solo una strategia

Consumo polsini ed ignoro la via
soffro perché son lucido
fingo di avere una filosofia
ma sono un silenzio unico

martedì 7 giugno 2011

Enzo Del Re, 24 gennaio 1944 - 7 giugno 2011 (Mola di Bari)

Che i semi della resistenza che le migliori persone hanno gettato abbiano trovato più di qualche buco fertile nel terreno del mondo e possano presto germogliare splendenti e forti per devastare di bellezza la merdosa soffocante sterpaglia tossica.



Abbiamo un gran bisogno di voci come lui oggi, che sappiano parlare con quella nobile semplicità al mondo intero. Non al paesino, non alla provincia italiana, non al gruppetto politico né al salottino culturale ma a chiunque in tutto il mondo abbia orecchie per capire e silenzi assordanti da sputare fuori, nella lingua più universale possibile perché vicina al profondo delle radici umane.
Va via un altro degli ultimi Uomini. Un difensore del lavoro come lotta quotidiana in vita, della lentezza come metodo per la vita, della comicità come filosofia della serietà più spietata e vincente.

Qualcun'altro è nato oggi, e la stella di Enzo avrà schiocchiato la lingua (mentre scivolava per chissà dove) affidandogli la memoria di questi valori.

Perdona e dimentica, I Cani

V e r g o g n a t i.

mercoledì 1 giugno 2011

Tommaso Landolfi, "Settimana di sole"

Da "Dialogo dei massimi sistemi" (Adelphi, 1996)

(...)
Nel tardo pomeriggio sono sceso in giardino, c'era una luce dorata d'autunno, e qui ho potuto assistere alla lotta di un bruco e d'una fosforina, in mezzo a foglie d'un verde violento. Non proprio una lotta: la fosforina, dolce e delicata, andava per i fatti suoi e vidi benissimo che fu il bruco ad assalirla; come anche capii subito che avrebbe dovuto soccombere. Il bruco era giallastro, grosso come un pollice, molle e setoloso; la fosforina ombrava tremava e faceva per fuggire, e sempre il bruco le era sopra, guardandola in volto con quei suoi occhi senza luce, tanto che la sola sua presenza tolse alla fosforina ogni forza. Così appunto mio padre, ai bei tempi, mi guardava, e mi girava attorno, se distoglievo la testa, per guardarmi in volto di nuovo, e la sua faccia e i suoi occhi m'erano tanto antipatici, che faceva di me ciò che voleva. E così ha ottenuto sottomissione il bruco dalla fosforina di modo che ha potuto presto lasciarne la spoglia vuota di sangue e allontanarsi con un movimento d'esofago: l'esofago di uno che vomita. Son tornato di sopra disgustato, ho spalancata la finestra della mia camera, la finestra sul giardino, e ho sputato, poi ho orinato, sugli alberi, sulle foglie arrossate, contro il sole: il sole dorava lo zampillo d'orina sfrangiandolo di spruzzi prima che si posasse. "O sole", ho gridato, "sole che mi rimproveri e mi tormenti, sole facciamelensa, indora a tuo piacere, come cavolfiori, le cime delle montagne e i crisantemi dei morti: non uscirò e non farò nulla. Sole che non maturi la ragazzina, che spingi i bruchi ad assalire le fosforine, sole, possa tu per sempre affondare friggendo nel mare come un tizzo spento nella lavatura dei piatti!...". Cioè, avrei voluto, gridare. Stiamo zitti per paura di peggio. Infatti, al solo pensare questa tirata, ho visto il sole, che stava per tramontare, guardarmi un momento come mio padre e poi, essendomi io volto verso oriente inorridito, l'ho visto che si spostava da quella parte per guardarmi ancora. Infine, come Dio ha voluto, è tramontato. Ella era partita, il sole era tramontato: la sera era mia.
(...)

22 ott.
Le nuvole sono arrivate più presto di quanto non credessi: stamane svegliandomi ho visto che tutto il cielo era grigio; del sole neppur l'ombra e c'era un'aria densa e immobile, un silenzio ovattato e profondo. Di queste giornate in casa non si cammina, si nuota: nel mare di fuori chi si avventurerebbe? A proposito, son riuscito ad acchiappare due piccoli silenzi, due silenziotti: hanno una peluria soffice e sono un po' più scuri della madre. Dopo tutto non me la sento più col silenzio, li ho lasciati liberi e loro sono corsi in un angolo della cucina. In soffitta ho scavato, ho scavato e sempre niente. Mah!... ormai sono calmo e contento: "nuoto d'autunno cuore in pace" dice il proverbio che ho inventato in questa occasione.

lunedì 23 maggio 2011

SMania di vivere




Spettacolo di Teatro Danza contro la sclerosi multipla e per la ricerca scientifica, di:

Erica Brindisi (danzatrice e ideatrice del progetto)

Giuse Rossetti (compositore dei brani, regista ed autore dei testi)

Federica Giglio (voce narrante)

Margherita Gargiulo (coautrice dei testi assieme a Giuse Rossetti)

www.smaniadivivere.com

Francesca Woodman



Storia del guanto #5, Roma, bar Fassi, 1977 stampa originale alla gelatina d'argento