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domenica 25 marzo 2012

Amore sordo - Colapesce

Dove c'è la speranza
Mancherà la forza
Per capire poi
Quanto male c'è in noi
Parleremo
ma l'amore è sordo

sabato 30 luglio 2011

Love is not a losing game


Quando ho visto su YouTube i video dell’ultimo concerto di AmyWinehouse in Serbia postai questo su facebook col commento “game over for Amy”, perché era chiaro che la ragazza aveva gettato completamente la spugna. Nel senso che proprio ormai si era gettata nel cesso, a terra, nella monnezza e ovunque, essendo lei “la spugna”. Una spugna non riesce a tenere in mano neanche un microfono, semplicemente perché non ha alcun motivo per farlo.
A Belgrado è morta pubblicamente AmyWinehouse: la nuova icona del pop mondiale, la starlette che si esibisce scolando grossi bicchieroni, quella immortalata nelle foto più improbabili (non si capisce davvero come mai avrebbe dovuto affrontare un nuovo tour, nelle condizioni in cui era. Se allo staff è bastato il suo “Certo, sto benissimo!” alla domanda “Puoi farcela?” non si fatica molto a dedurre in che mani si trovasse la Winehouse negli ultimi anni, oltre a quelle dell’alcol e della droga).
Amy Jade Winehouse, la scapestrata ragazza inglese dell’83, la cantautrice soul e r&b degli anni 0, la giovane bianca dalla voce sorprendentemente nera, stava invece morendo già da alcuni anni.
Amy Jade è una che ha cominciato a distruggere il talento puro che possedeva già prima di pubblicare “Back to Black” (album del successo trainato infatti dai suoi no categorici alla “Rehab”), è una stupida ragazzina che fa cose idiote mentre dentro ha un irrefrenabile mondo che sta sbocciando e che lei continua ad annaffiare con l’alcool.
(C’è forse bisogno di dire che?) E’ stato subito chiaro a tutti che la Winehouse era tutt’altra cosa rispetto alle Britney-Aguilera-e nuove Madonne a venire (compresa Lady Gaga che, devo dire, molto umilmente le ha sempre mostrato il giusto rispetto). Quando l’ho ascoltata per radio le prime volte, ero affascinata dalla sensazione di una specie di “viaggio verso e sulle radici” che poche cose sono in grado ancora di comunicarmi; quando ho guardato sue esibizioni (come questa, che mi fa piangere ogni volta), mi commuoveva il suo essere contemporaneamente tutta “dentro” e “fuori” la musica. Il suo “essere” lei lì a cantare davanti a un pubblico, e il suo “non-essere” più lei all’improvviso (il suo corpo, quella chiomazza e quelle pin-up sulle braccia) ma la voce e le parole dell’anima (e lei riusciva a fare davvero soul e blues): in equilibrio perfetto. Il suo equilibrio (che io trovavo davvero bello, perché quando veniva fuori era meravigliosamente senza fronzoli a dispetto dell’aspetto; e veniva fuori anche quando era visibilmente alterata come qui).

Amy, porca miseria. Sei stata una grandissima cretina.
Avendola sempre guardata e ascoltata come una donna della mia età (non come il successo celebrato di una stagione), mi rivolgo a lei come mi rivolgessi a un amico.
Io se solo sapessi che una mia amica ha scritto una cosa come “Love is a losing game” (che qui sotto ho tradotto sperando di tradire il meno possibile il testo originale), le stringerei le braccia al collo giurandole con questo gesto un amore incondizionato.
A Amy avrei cercato di dire che No, No e poi No, l’amore non è affatto una partita persa. Non lo è se non ami prima te stessa. Nessun “Mr Hathaway” può insegnarti un modo per farlo al posto tuo, ed è quella la riabilitazione più difficile. Eppure è l’unica guarigione possibile. Amarsi è l’unico modo per tenere il controllo di sé. E tu, Amy, hai perso la tua partita. Ti sei fatta divorare dalle fiammelle, invece che dal fuoco amico che ti ardeva dentro. Non sono i ricordi che ti hanno danneggiato, ma tu che ti sei fatta distruggere in loro nome. L’amore non è una fatale rinuncia, sei tu che ti eri da tempo rassegnata a un altro destino.


L’amore è una partita persa
(mia traduzione)

Per te sono stata una fiamma
L’amore è una partita persa
Per me sei stato un incendio di cinque piani
L’amore è una partita persa

Vorrei solo non aver mai cominciato
Che casino abbiamo combinato
E adesso lo sento definitivamente
L’amore è una partita persa

Vissuto fuori da ogni legame
L’amore è una mano smarrita
Più di quanto possa sopportare
L’amore è una mano smarrita

Auto-dichiaratosi, assoluto
Fino ad affondarne ogni frammento
Se tu sei un giocatore d’azzardo
L’amore è una mano smarrita

Anche se lotto ad occhi chiusi
L’amore è una fatale rinuncia
I ricordi distruggono la mia mente
L’amore è una fatale rinuncia

Oltre ogni vana probabilità
Persino gli dei ci deridono
Adesso lo sento definitivamente
L’amore è una partita persa


mercoledì 29 giugno 2011

Aldo Busi, E.A. POE-METTO 6

Mi calmano le parole interiori dei due in me
e le sedie basse di paglia nel sibilo
del mattino mentre l'alloro fa la sua parte
e le ossa scendono a un compromesso per sostenermi;
mi calma la roccia scalata e lo spino nel piede,
il gonfiore degli intestini e la ristrettezza di vedute
guardando la marina, si fa per dire, immensa;
vecchie false bionde vivono fintoignare che coi soldi
possono comprarsi la gioventù degli uomini giovani,
perché non sganciano finché sono in tempo?
perché insistono per essere amate per la personalità
con cui si spalmano gli antisolari, per la sapienza superiore
con cui luccicano come bufale di ottone?
Se guardo bene la natura del mare,
vedo che siamo sempre allo stesso punto
di mediocre infinito: padroni ex schiavi
e schiavi che s'inchinano per diventare padroni.
A nessuno viene in mentre fra i corbezzoli e il cisto
che è sempre la stessa questione sentimentale in ballo:
l'iniqua distribuzione della ricchezza sociale,
i troppi cappelli da spiaggia, le troppe creme dell'una
e i troppi teli e occhiali e noci di cocco sulla schiena
del piccolo ambulante saracino.
Stupidità dei possessori di barche!
la faccia di culo della cosiddetta bela gente! c'è più vita
nel mio rintanarmi ad elastico dentro e fuori il mio guscio
che in questi riti fissi di chi esce per divertirsi.
Inaccettabilità di ciò che ce l'ha fatta a esistere!
mostruosità di chi è riuscito a vivere!
Resta il malessere della notte,
quando la belva amorosa che dorme nella mia persona
sfugge al mio controllo e si abbevera ai luoghi comuni
di chi trova in un altro essere umano un suo compendio,
ma di giorno sto molto bene, non mi manca niente,
non vorrei davvero mai una sola immagine che la mente
prospetta di notte sperando di costringermi a un rimpianto
che non ci sarà mai, anche se a tratti brevissimi
mi dispiace di essere guardato come vorrei esserlo,
in un certissimo modo, solo dalla linea dell'orizzonte
sotto le palpebre dell'aria.
E mentre filo sentimenti sinceri un po' ridicoli
non perdo d'occhio che non ho quasi più capelli
per proteggermi lo scalpo nudo né che l'età, se niente conta
in amore, molto conta e ancor più detrae dalle possibilità
di desiderio d'amore rimasto.
Ma fa niente, questo è stato il mio bel niente
di niente, queste le parole, queste le azioni del mio niente,
non ho mai pensato che vivere servisse a vivere
e nessuna legge del contrappasso verrà ad abbattersi su di me
perché allora sarebbe costretta a darmi qualcosa,
non a togliermela, perché in ciò che succede sul finestrone,
che pure io creo, in questo tempo, che pure io scandisco,
io non ho parte, come un dio o un animale
mai esistito e già morto o lo spirito vagante di una nuvola
che non passa in questo riquadro
che nessuno degli astanti sula terra incornicia
per dirmi chi ero, che c'ero
e che sono stato puntuale
nella retina dei suoi occhi e non confuso,
non scambiato, non costretto a fingere
contorni e volumi e colori che non possiedo,
che ero io dentro questo cielo fuori da quel sole
intorno a questo tempo, e che non ho fatto piagnistei
da letterato sull'amore meritato ma mancato
troppo tardi per tentare il numero
della compassione.
Nessuno ha mai sentito distintamente
il mio grido di rabbia, mentre io di molti ho percepito
anche il borbottio del falso pudore,
ma vorrei che fosse chiaro che la mia rabbia
non è né nuova né recente né verseggiata,
che il mio orgoglio mi ha mangiato inesorabilmente,
ma non ho l'orgoglio nei confronti degli altri, ma fra me e
la mia idea di me,
per farmi fuori lentamente, per assaporarmi meglio
nel sapore di un mio sangue
più d'altrui che se fosse solo d'altri.
Io ho sempre gridato così, anche in età non col sospetto
del vecchio incattivito: che la mia nuvola sia sfilacciata
non conta, perché mai ho temuto di dissolvermi
e venire risucchiato da temporali già stati
neppure quando solcavo meraviglioso
questa pellicola atmosferica chiamata bi-sogno di te.
Ecco cosa volevo fare prima delle 5:
un viaggio temerario nei sogni evaporati
stanotte dalle stanze da letto degli uomini e delle donne,
distillarne l'essenza e metterci dentro anche la mia
rifrangenza
senza farglielo sapere,
perché non sappiano di portare dentro anche me
nel loro film di giornata quando
amando per scherzo verranno riamati per davvero,
quando, sciolte le tensioni e le resistenze, si accarezzeranno,
e quando, di nuovo domani mattina, svegliandosi
sapranno immediatamente a chi dedicare il primo pensiero,
chi, guardati, guardare, perché io non l'ho mai saputo
o non ricordo più, come i più, com'è tanta dolcezza di
pensiero
e che sapore ha l'aria quando la baci
fattasi per te maschio o femmina, carne della tua fame,
midollo della tua sete, pelle del tuo tatto, odore
del tuo olfatto, specchio del tuo bisogno,
io del tuo io.
Buona giornata, o riquadri esultanti di un'umanità
che non avreste se non ve la dessi io, o bei niente del mio
cuor!
Il nulla è come me, pertanto come l'amore è uno stato della
materia come un altro.
E sì: alla marina immensa preferirò sempre
la marina militare,
anche se sono diventato
acqua pensante
l'uomo che mi nuota dentro.

martedì 21 giugno 2011

"Tabaccheria", Fernando Pessoa

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'avvio.

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c'era, la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me...
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, nè in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c'è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell'amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull'Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno - non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s'incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall'amministrazione
perchè inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il padrone della Tabaccheria s'è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell'anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all'altra,
sempre una cosa inutile quanto l'altra,
sempre l'impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l'altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L'uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s'è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l'universo
mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

martedì 29 marzo 2011

Il poeta, Marina Cvetaeva

(Dal ciclo "Dopo la Russia")

1

Il poeta - da lontano conduce il discorso.
Il poeta - lontano conduce il discorso.

Per pianeti, per segni... per botri
di indirette parabole... Fra il e il no
lui - persino volando giù dal campanile -
rimedia un appiglio... Poiché il cammino delle comete

è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della causalità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
disperatevi! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.

Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso e sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,

chi c'è nella bara di pietra della Bastiglia -
com'è l'albero nella sua bellezza...
Quello le cui tracce si dileguano sempre,
quel treno a cui tutti
arrivano tardi...
Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando - esplosione e scasso -
il tuo sentiero, crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario!

8 aprile 1923

2

Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell'ambito visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa.)

Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!

Ci sono al mondo gli apparenti - invisibili,
(il segno: màcula da lebbrosario!)
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbero se non fosse che:

noi siamo i poeti - e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!

22 aprile 1923

3

Che cosa dunque devo fare, io cieco e figliastro,
in un mondo dove chiunque ha un padre e ci vede,
dove su anatemi come su terrapieni - stanno
le passioni! Dove un raffreddore
è chiamato - pianto!

Che cosa dunque devo fare, essendo costola e industria
del canto! - Come un congedo! Abbronzatura! Siberia!
Attraverso le mie ossessioni - come attraverso un ponte!
Con la loro imponderabilità in un mondo di pesi.

Che cosa dunque devo fare, io cantore e primogenito,
in un mondo dove il più nero è grigio!
Dove conservano l'ispirazione come in un thermos!
Con questa smisuratezza in un mondo di misure?!

22 aprile 1923

domenica 6 marzo 2011

martedì 22 febbraio 2011

da "Il paese dell'anima, Lettere 1909-1925" di Marina Cvetaeva

Ad Aleksandr Vasil'evic Bachrach
Mokropsy, 20 luglio 1923


Caro amico,

è un'ottima esperienza spirituale, non Vostra personale nè mia: è una verifica dell'anima, della sua potenza, della sua perspicacia - e dei suoi confini.
Facciamo le cose secondo coscienza: giacché oggi tra noi non c'è un solo rancore e, ve lo garantisco, finché si tratterà solo di lettere non ce ne saranno. Se inimicizia verrà, dunque, essa verrà dai corpi, dal confronto oculare dei corpi: dei segni, degli abiti. (Per me il corpo non è assolutamente la metà - sovrana e indipendente - dell'essere umano. Da giovani il corpo è abito di gala, da vecchi - la bara da cui cerchiamo di fuggire!)
A me, potrebbe succedere, non piacerà la Vostra voce, a Voi, potrebbe succedere, non piacerà la mia (no, la voce vi piacerà, ma non so, potrebbe non piacervi qualche mio modo di fare), e così via. Giacché i corpi (le nostre predilezioni di gusto) sono disumani. Psiche (invisibile!) noi l'amiamo in eterno perché è l'assente (in contumacia!) che in noi ama: pura anima! Psiche noi l'amiamo con Psiche, Elena di Troia l'amiamo con gli occhi (perdonate questo "noi", ma anche io amo Elena!) - se non addirittura con le mani - ma mai i nostri occhi e le nostre mani perdoneranno ai suoi occhi e alle sue mani la minima deviazione dal canone ideale della bellezza.*
Psiche è fuori giudizio - capite? Elena è costantemente davanti ai giudici.

Esiste, naturalmente, l'amore estremo (cioè senza confini): "io ti amo, comunque tu sia". Ma quanto poco "comunque" deve essere quel tu? E l'io che dice quel tu. E', naturalmente, un miracolo. Nell'elemento erotico - un miracolo, in quello dell'amore materno - un fenomeno del tutto naturale. Ma la maternità è una domanda senza risposta, o meglio: una risposta senza domanda - è solo risposta! Nella maternità c'è un unico personaggio: la madre, un unico rapporto: il suo con il figlio, altrimenti ricadiamo di nuovo nell'elemento di Eros, pure se nascosto.
(Parlo dell'amore filiale. Mi seguite ancora?)
E dunque se al momento dell'incontro (del confronto) noi ci allontaneremo uno dall'altro - e forse ci respingeremo - così come oggi ci sentiamo l'uno dall'altro attratti, le conclusioni sono due: o l'anima è menzogna e gli "indizi terrestri" sono verità, o l'anima è verità e gli "indizi terrestri" sono menzogna, ma la menzogna è forza, mentre l'anima è verità-debolezza.
Insomma, in un modo o nell'altro, qualcosa, ora, nella nostra corrispondenza, si rivelerà deboleza o cecità, qualcuno - Voi forse, forse io (sarebbe bello se - entrambi! E addirittura - allegro!) prenderà di certo un abbaglio. L'anima può accecare.

(...)


*Della NON ANIMA!

lunedì 21 febbraio 2011

One of us cannot be wrong, Leonard Cohen



I lit a thin green candle, to make you jealous of me.
But the room just filled up with mosquitos,
they heard that my body was free.
Then I took the dust of a long sleepless night
and I put it in your little shoe.
And then I confess that I tortured the dress
that you wore for the world to look through.

I showed my heart to the doctor: he said I just have to quit.
Then he wrote himself a prescription,
and your name was mentioned in it!
Then he locked himself in a library shelf
with the details of our honeymoon,
and I hear from the nurse that he's gotten much worse
and his practice is all in a ruin.

I heard of a saint who had loved you,
so I studied all night in his school.
He taught that the duty of lovers
is to tarnish the golden rule.
And just when I was sure that his teachings were pure
he drowned himself in the pool.
His body is gone but back here on the lawn
his spirit continues to drool.

An Eskimo showed me a movie
he'd recently taken of you:
the poor man could hardly stop shivering,
his lips and his fingers were blue.
I suppose that he froze when the wind took your clothes
and I guess he just never got warm.
But you stand there so nice, in your blizzard of ice,
oh please let me come into the storm.

giovedì 13 gennaio 2011

Avevi fretta di andartene, Massimo Volume

da "Cattive abitudini", 2010



Dicevi che i tuoi amanti erano specchi infranti nel riflesso del tuo disincanto
ti sei congedata da loro offrendogli il rimpianto della tua bellezza
e un'ultima notte sfilata al passato.

le tue labbra non lasciavano promesse
ma sul tuo letto c'erano ancora i segni di una lotta che avresti voluto perdere.

sei arrivata in un pomeriggio di sole
avevi fretta di andartene
sei arrivata in un pomeriggio di sole
ho corrotto il tempo per non lasciarti andare

prendi la mia lingua
la mie frasi scontate
prendi i miei spicci e il mio vestito di stracci
tutte le cose inutili che le mie mani hanno fatto
regina delusa
non badare alle voci
donerò i miei alibi a qualche amante infedele
perciò sciogli il tuo esercito assetato di pace
e lasciami violare le tue mura sguarnite.

i santi intorno a te avevano l'aria stranita
invidiavi la loro sofferta teatralità
la maniera morbosa con cui parlavano d'amore

sei arrivata in un pomeriggio di sole
avevi fretta di andartene
sei arrivata in un pomeriggio di sole
ho corrotto il tempo per farti restare

prendi i miei occhi
le mie strofe copiate
prendi la mia smania e i miei sciocchi rancori
tutta la strada inutile che le mie scarpe hanno fatto
regina delusa
non badare alle voci
donerò i miei alibi a qualche amante infedele
perciò sciogli il tuo esercito assetato di pace
e lasciami violare le tue mura sguarnite.

giovedì 2 dicembre 2010

"Lei è Roma"

lunedì 15 novembre 2010

peace through pop music



"This reporter had no idea" è la descrizione del video.

domenica 7 novembre 2010

Paolo Conte 2010

martedì 29 dicembre 2009

Le Onde, Virginia Woolf

Forse la vita non è suscettibile al trattamento che le facciamo quando proviamo a raccontarla.